DIALETTO BARESE, LINGUA O PARLATA?

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DIALETTO BARESE, LINGUA O PARLATA?

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ott 13, 2010 9:37 am

CHI L'HA DETTO CHE IL DIALETTO BARESE È UNA LINGUA? SECONDO QUANTO SCRIVE NICOLA SCIORTINO NELLA SUA NOTA, SI TRATTA DI UNA PARLATA LOCALE O DIALETTALE. IL VOCABOLARIO TRECCANI COSÌ DEFINISCE LA PARLATA: "Modo di parlare proprio di un determinato luogo o di una singola persona, con riguardo al lessico, alla morfologia, alla pronuncia, alla cadenza", MENTRE IL DIALETTO, SECONDO LO STESSO VOCABOLARIO, E COSÌ DESCRITTO: “Sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato e per lo più di uso solo parlato, a cui si contrappone la lingua ufficiale o nazionale di un paese”. IN CONSIDERAZIONE DI QUANTO SCRIVE SCIORTINO E DI QUANTO PRECISA IL VOCABOLARIO TRECCANI, VIEN DA CHIEDERSI: MA ALLORA A CHE SERVE PUBBLICARE GRAMMATICHE, SE SONO POTENZIALMENTE UTILI SOLO A QUELLE POCHE PERSONE CHE SCRIVONO IN DIALETTO? AGLI ESPERTI LA PAROLA.

Da
http://www.italiameravigliosa.org/il-dialetto-barese

Il dialetto barese
Pubblicato da Nicola Sciortino il giorno 2 Marzo 2010

Come tutte le Città italiane anche Bari possiede in alternativa con la lingua nazionale la parlata dialettale della quale ora facciamo un cenno sia pure molto fugace. Premesso ciò, il barese viene parlato grosso modo in tutta la provincia di Bari e in quella di Barletta-Andria Trani, dove sono presenti alcune varianti come il barlettano, il tranese e l’andriese.
A nord ha zone d’influenza nella provincia di Foggia, dove però si parla il dialetto foggiano che può essere visto come un dialetto barese fortemente influenzato dal napoletano. A ovest si diffonde anche nella provincia di Matera (Matera, Montescaglioso, Irsina) il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica, quindi a sud arriva fino alla soglia messapica lungo una linea ideale che va da Taranto, dove si parla il tarantino, a Ostuni (BR), al di sotto della quale si parla il salentino, per molti tratti confrontabile con quello siciliano anche se ovviamente diverso, oltre che particolare e molto colorito rispetto i dialetti del resto della Puglia.
Il lessico dialettale barese, di origine romanza, è quasi del tutto incomprensibile per chi non sia pugliese o perlomeno meridionale: Ce bedde uè parè u uess pezzidde t’àv’a duè (Se bello vuoi apparire, l’osso sacro ti deve dolere) Avime fatte trende, facimê trendune (Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno) Passatê u sande passate la feste (Ogni cosa a suo tempo). Esso è costituito per la maggior parte di vocaboli derivanti dal latino plebeo o volgare, così come del resto si verifica per tutte quante le regioni centro meridionali della nostra Penisola. Non mancano tuttavia, fra le sue componenti, elementi abbastanza numerosi di derivazione greca dovuti in parte alla presenza in Puglia fra l’VIII e il VI sec. a. C., di fiorenti colonie della Magna Grecia e in parte al fatto che la città fu soggetta al dominio di Bisanzio fino al 1071, quando venne conquistata dai normanni di Roberto il Guiscardo.
Insieme agli elementi latini e greci, cospicue sono pure le tracce di parlate germaniche, lasciate dal passaggio delle invasioni barbariche; di arabo, radicatesi in maniera abbastanza profonda, durante il IX sec., quando Bari fu per 30 anni sede di un potente emirato musulmano, nonché in dipendenza dei frequenti rapporti commerciali con l’Oriente; di francese e di spagnolo, a causa della dominazione normanna, angioina, aragonese, ecc. che si avvicendarono nel corso dei secoli.
La parlata dialettale barese rappresenta quindi una specie di tessuto connettivo fra il passato e il presente, nel quale ogni epoca o avvenimento ha lasciato dei segni che, a somiglianza di altrettanti residui fossili, offrono testimonianze innumerevoli intorno all’antichità della storia barese, ai contatti avuti con gli stranieri e ai costumi del luogo. Tanto per citare qualche esempio, l’espressione “te fazzeche a n’ore de notte” (ti faccio nero di botte come lo è un’ora di notte) sta per ricordare che, nell’antico computo del tempo, la notte si considerava cominciata un’ora dopo il tramonto del sole. L’espressione “sguizze”, sinonimo di lestofante, deriva da Svizzero ed è il ricordo della sgradita presenza dei soldati svizzeri di guarnigione nel locale castello, in qualità di truppe mercenarie.
L’espressione “filècènze”, usata dai bambini per interrompere momentaneamente l’osservanza delle regole di un gioco in corso, è una reminescenza del “sit cum licentia” dei bimbi romani. Il grido “a le saracine”, con cui i monelli usavano in passato accompagnare la sassaiola fra i gruppi rivali, non è altro che una illusione alle difese cui si doveva ricorrere anticamente per fermare le frequenti irruzioni saracene lungo la costa.
Si potrebbe andare avanti molto a lungo con le esemplificazioni, ma preferiamo sottolineare almeno la ricchezza straordinaria del lessico barese che, fra le sue tante possibilità, offre persino quella di tradurre in una cinquantina di modi la parola italiana “schiaffo”, o magari l’altra di nominare i sette giorni della settimana e di aggiungerne un ottavo, senza adoperare i soliti nomi, per cui si ha: “josce”, “cra”, “pescrà”, “pescridde”, “pescrudde”, “aijre”, “nestèrze”, “dia tèrze” (oggi, domani, dopodomani, fra due giorni, fra tre giorni, ieri, avantieri, l’altro giorno prima di avantieri).
Nel famoso scioglilingua C g na ma scì, sciamanin, c nan g na ma scì, nan g n sim scien (Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare, non ce ne andiamo), è messo in risalto il verbo andare, la cui traduzione in barese proviene direttamente da influenze arabe. Andare in arabo si dice infatti يذهب (namsci). Esistono numerose altre parole del dialetto barese di derivazione araba, come ad esempio tavut (bara), in arabo appunto نعش (taut, da cui anche il napoletano tavuto).
Tanta vivacità e ricchezza di espressione ha naturalmente favorito la fioritura di una nutrita schiera di poeti e scrittori dialettali, fra i quali, un posto di maggiore rilievo compete, nell’Ottocento, al canonico Francesco Saverio Abbrescia e, nel Novecento, a Gaetano Savelli, al quale si deve, fra l’altro, una traduzione in dialetto barese dell’intera Divina Commedia di Dante Alighieri.
Nel cinema di commedia all’italiana la parlata barese è stata resa celebre da famosi attori quali Lino Banfi, Sergio Rubini, Gianni Ciardo, Dino Abbrescia, Emilio Solfrizzi. Attori come Giorgio Porcaro hanno interpretato personaggi cinematografici, definiti terruncielli, parlanti un dialetto misto tra barese e milanese completamente inventato comunque simile all'idioma parlato dai tanti pugliesi integratisi nella comunità sociale milanese. Alcune pellicole sono totalmente in dialetto barese: forse la più nota è LaCapaGira che conseguì un premio della critica al festival di Berlino. In teatro sono molte le compagnie che recitano in barese recandosi periodicamente all'estero dove si son trasferiti milioni di pugliesi.
Nicola Sciortino



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QUALCHE CONSIDERAZIONE

Messaggio  Admin il Lun Ott 25, 2010 8:08 am

Molto interessante e ben argomentato l'articolo di Nicola Sciortino sulla parlata barese. Mi è venuto in mente qualche ulteriore esempio. Di origine indubbiamente greca è la frase na potama de gente, da potamòs fiume, la meloppe busta dal francese enveloppe, anche gli americani nella seconda guerra mondiale hanno lasciata qualche traccia come per esempio blàme che si dicevano i giovani dell'epoca quando, essendovi carestia di soldi e di sigarette se ne fumavano una in gruppo, e se qualcuno si tratteneva qualche secondo in più a fumarla, gli veniva detto blame nel senso vergògnati la tua tiratina l'hai fatta, basta ora pàssala agli altri!; blame in inglese significa biasimo, rimprovero. A proposito di filecenza mi sovviene alla fin della licenza io tocco di ciranesca memoria.
Saluti a tutti da falàn.


Ultima modifica di Admin il Lun Ott 25, 2010 8:17 am, modificato 1 volta

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LINGUA O DIALETTO

Messaggio  Admin il Lun Ott 25, 2010 8:16 am

Per quello che so un dialetto assume caratteristiche di lingua quando era usato nei documenti ufficiali del comune nel quale veniva parlato. Per cui mi pare che il veneziano e il fiorentino siano effetivamente due lingue. Ne discende che le altre parlate siano dunque dialetti. La domanda nasce spontanea: è giusto codificarli? Oppure, visto che non sono ufficialmente una lingua tanto vale che ognuno li scriva come vuole? Non v'ha dubbio che la varietà delle scrittura porterebbe a dispute infinite, ma d'altro canto, se ben condotte, queste dispute potrebbero essere se non il sale della terra quanto meno il sale del proprio comune. Qualche opinione dissenziente?
falàn

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PACCHERIELARDELLO

Messaggio  Admin il Lun Gen 03, 2011 4:19 pm

E' arrivata in redazione una segnalazione che immediatamente metto a disposizione.
Da un mio fraterno amico, GINO PARADISO da Bari, ricevo come sontuoso regalo questa straordinaria ricetta scritta nel nobile dialetto barese. Vi consiglio di eseguirla così com’è descritta, vi prometto inenarrabili delizie. Traducete o fatevi tradurre da qualche complice la ricetta e fatemi sapere. franz falanga

Paccheri (oppure eventualmente orecchiette) con i cavolfiori freschi e il lardo soffritto così come si cucinavano ai tempi dei nostri nonni. Piatto invernale barese.


Maccarùne che le cime de cole e lardìidde frìscke sfrìtte (accòme se checenàvene a le tìimbe de nonònne)
’Accàtte nu bbèlle pète de cìme de cole nostràle da ngocch’e chezzàle (contadino) ca tène u verzàle o u sciacquàte (orto). Da iùne de chidde sedetùre (inquilino) ca iàvetene a le settàn’a la strate (locale sulla strada). Stàdev’adavìirte (state attenti), cuànne levàte le frunze, non zite scettànne mà u rèccue (torsolo). Che na sfèrre (tipo di coltello) nge spelàte (spellate) a cuère (pelle) attùrn’attùrne e nge u date a le verrùggue (cavallette, fig. bambini irrequieti) ca s’u resecuèscene (se lo rosicchiano) crute a la crudèle (crudo, al naturale). Le cime se tàgghien’a stòzzere, nè settìle e mmanghe fattìzze (grandezza oltre il normale). Ecche, na cosa terzìne (media). Pò se sciàccuene e se scuèscene mettènnele iìnd’a nnu piàtte granne de crète nzìim’a nn’àld’e ttande de maccarùne. Com’a ddìsce: sckaffùne - stà ce le chiàme sckattùne - (rigatoni o millerighi), strascenàte (orecchiette) o mìinze zite (mezzi ziti) che na pezzecàte (un po’) de sale grèsse. Aggnìite la caldàre quàse da n-ganne, acchemegghiàtele (copritela) che nu chevìirchie (coperchio) e appennìtele (aggianciatela) o ngìne (uncino) de la camàstre (dall’antico greco: catena del focolare) du ffuèche a la monachìne (caminetto). Oggn’e ttande aiatàte (soffiate) sop’a le liòne appecciàte (legna accesa) pe ffalle avvevèssce (per rianimare il fuoco) e mettìte rècchie (ascoltate) acquànn’acchemmènz’a rrusce (a mormorare). Come ièss’a ffèrve (bollore iniziale) aspettàte ca u vùgghie (bollore massimo) devènde forte, allòre...brebùffete, ammenàte delènde (subito) le cime de cole che le maccarùne. Oggn’e ttande s’attèndene e s’assàbbrene (si assaggiano) che na checchiàre de tàuue (cucchiaio di legno). Na volde cuètte, se scuèscene (si scolano) e se mèttene iìnd’a nu piattòne de crète. Pò sop’o ffuèche scadùte (solo brace) se mètte nu tianìidde che nu quìnde (duecento grammi) de lardìidde (lardo fresco) tagghiàte a stezzarìidde (piccoli pezzi). Acquànne u lardìidde s’ave squagghiàte quàse tutte, u suche s’ammène sop’a le maccarùne e ccime de cole ca se vòldene e s’aggìrene. Sparnazzàte u fremmàgge romàne - o parmeggiàne -, na pezzecàte de pèpe e aderàte u fume ca ièsse do piàtte. Spunde la cìnde (allarga la cinghia dei calzoni), allargàte la fercìne e ddàdele n-guèrpe iìnd’o ghevàzze (fig. stomaco). Oggn’e ttande mettìte mane o garabbòne (caraffone) du triùsche (vino) de cudde tèste, appecciàte na lambe (riempite un bicchiere) e stetàtue sènza manghe trà u ffiàte (vuotatelo tutto di un fiato). Attenziòne: ce la menèste (minestra) de cìme de cole e strascenàte la velìte fa cchiù saperìte, sott’o piàtte mettìte quand’a na checchiàre de recòtt’asckuànde - chèdde de Gravìne iè pròbbie speggiàle - (la ricotta forte di Gravina in Puglia e quella più indicata); la squagghiàte che nu mìinze cheppìne d’àcqua frevùte de le maccarùne (acqua calda dei maccheroni cotti) e nge mettìte na pezzecàte (un pizzico) abbondànde de pèpe. Ammenàte iìnd’o piàtte granne maccarùne e ccime de cole cuàte (scolati) asseduàte, le ngelesciàte (li mescolate) iìnd’a la recòtt’asckuànde e acchenzàte cu suche du lardìidde e che abbondànde fremmàgge grattàte.
Ringrazio di cuore Gino Paradiso.

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UNA PERSONA MOLTO ELEGANTE

Messaggio  Admin il Gio Gen 20, 2011 8:53 am

Nel paese dove attualmente abito c’è un signore di una certa età che veste sempre in maniera molto elegante, cravatta a posto, camicia sempre stiratissima, colore della giacca intonata a quello dei pantaloni e così via di seguito. Chi si interessa delle parole in italiano sa che esiste un termine per definire una persona che veste in questo modo: “gagà”. Questa parola ormai è diventata obsoleta ma fa parte del grande lessico nazionale.
Anche nel nostro dialetto esiste un termine similare che è nato subito dopo la seconda guerra mondiale. Questa parola che trovo deliziosa è Bob, al diminutivo Bobbecjìedde. La sua origine è data dal nome dell’attore cinematografico che agli inizi degli anni cinquanta era considerato il più elegante del firmamento hollivoodiano, Robert Taylor, conosciuto anche come Bob Taylor. Il passaggio dallo schermo al lessico dialettale barese fu rapido ed indolore. Resto sempre molto ammirato a fronte della rapidità con la quale il nostro dialetto registra la Storia, quella con la esse maiuscola e, contemporaneamente anche la storia con la esse minuscola che ha gran parentela con la cronaca.
La domanda che mi pongo è la seguente: è ovvio che i giovanissimi baresi possano non conoscere l’origine di questo termine ma almeno sanno della sua esistenza nel nostro dialetto?
Saluti a tutti.
franz falanga

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IL DIALETTO BARESE? E' UNA LINGUA PERSONALE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Feb 01, 2011 5:49 am

Da Barisera del 31 gennaio 2011, pag. 22

Simpatico confronto grammaticale tra calendari recentemente pubblicati

IL DIALETTO BARESE? È UNA LINGUA PERSONALE

Tra accenti, pronunce e trascrizioni che cambiano di continuo, viene in mente un proverbio della tradizione: “La ràsce come la uè…”

Un vecchio proverbio recita: La ràsce come la uè la fásce. La ràsce (razza o raja), è un pesce cartilagineo che si può preparare in vari modi. Anche per il dialetto barese, sotto certi aspetti, è la stessa cosa, poiché ognuno lo scrive come vuole e come crede, preferendo eventualmente un autore invece che un altro e, spesso, inventandosi il modo di scriverlo.
In questi giorni ho consultato alcuni calendari pubblicati di recente in dialetto barese e, nonostante la mia simpatia per il dialetto di casa nostra, noto una grande confusione su come ognuno scrive il nostro vernacolo, confrontandolo con alcuni dizionari attualmente presenti sul mercato. Dal confronto si evince che ogni autore, scrive come vuole o secondo una grammatica o un dizionario al quale si ispira. Attualmente pur presenti sul mercato vari dizionari, non vi sono regole ufficiali da seguire, per cui l’ispirazione è assolutamente libera.
Alcuni esempi: calendario diventa calendarie, calannàrrie, calannàrie; gennaio: gennàie, gennàre (come Gennaro), scennàre; Candelora: Candelore, Cannelòre; Maggio: màggie, mâsce. masce; Giugno: giùgne, sciugne, sciùggne; Ottobre: ottòbre, attòbre; giovedì: giovedie, gevedì, scevedì; venerdì: venerdie, vrenedì, vrennedì, vernedì; Francesco: Frangische, Frangìscke, Brangische; Frangìske, Giovanni: Giuanne, Giuànne, GGiuànne, Giacomo: Giacheme, Giàggheme, Ggiàggheme, Guglielmo: Guglielme, Guglièlme, Ghegglièlme; Leopoldo: Leopolde, Diapòlde; Nicandro: Nicandre, Lecàndre; Filippo: Felippe, Belìppe; Ferdinando: Ferdenande, Fredenànde; Luigi Gonzaga: Luigi Conzaghe, Luìgge Chenzàche; Leonardo: Leonarde, Uanàrde; Santi Pietro e Paolo: S. Pitre e Paule, Sandre Pìite e PPàule; Pompeo: Pompee, Bombè; Bari: Bare, BBare, Vare; Eligio: Eligie, Alìsce. Quest’ultimo nome, come si vede, qualcuno lo traduce esattamente con il nome dell’alice o acciuga, per cui se si dovesse dire, ad esempio, “Eligio si mangia le alici”, si tradurrebbe in dialetto Alìsce se mange l’alìsce (?). Insomma una gran confusione ed anche un esagerato uso di consonanti.
Va evidenziato che uno dei calendari consultati precisa che “La trascrizione in dialetto del testo è stata realizzata seguendo le regole approvate dal Seminario di studio e approfondimento sul dialetto barese”, ma da quello che risulta a chi scrive, le regole approvate dal Seminario citato sono ancora molto poche e non ancora ufficializzate. Pertanto il calendario di che trattasi, riporta solo alcune delle regole approvate (e non ancora ufficializzate), mentre tutto il resto è probabilmente frutto di fantasia. È anche il caso di ricordare che un autore, nelle precedenti edizioni del calendario, riporta molti nomi scritti diversamente.
Pertanto, ciò che viene pubblicato nel nostro dialetto in fatto di poesie, testi, calendari, dizionari e grammatiche non fa altro che confondere le idee all’ignaro lettore che non riesce a capire il perché della scrittura così diversa. Ovvero non sa proprio che pesci prendere, dal momento che gli autori non condividono alcuna regola. Per cui viene spontaneo dire che il dialetto barese è una lingua personale paragonabile, appunto, alla Ràsce, ca come la uè la fásce.

Vittorio Polito

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COMMENTI ALLA NOTA DI VITTORIO POLITO SUL DIALETTO DA "WWW.BARISERA.NET"

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Feb 02, 2011 7:09 pm

Gianni Serena scrive:
1 febbraio 2011 alle 17:36


“Il seminario di studi ed approfondimenti sul dialetto barese” di cui ho fatto parte per circa un anno prima di abbandonare per… disperazione è formato da gente che è innamorata del dialetto barese. Molti dei partecipanti hanno anche talento ed infatti scrivono dei buoni testi dialettali. Ma, ahimè, senza offesa alcuna, mancano nel loro complesso, di ecletticità quando si accingono a determinare la maniera “unica” di scrittura condivisa. Chi la fa da padrona è la prof. Rosa Lettini Triggiani, che tuttavia apprezzo e stimo moltissimo, che propone il suo modo di concepire la scrittura del dialetto, mentre tutti gli altri votano SI alle sue proposte. Ci sono sì discussioni in merito, ma va sempre a finire così. Anch’io mi sono cimentato anni fa in una scrittura di grammatica palesina (molto vicina al barese) e devo dire senza ombra di dubbio che l’unico metodo di scrittura sicuro al 99,99% è quello che fa capo al compianto Alfredo Giovine, portato ora avanti, e migliorato sempre nell’ottica paterna, dal figlio Felice. Ottimo il giornale che viene da lui proposto, ovvero “U Corrìire de BBare”. Il metodo grafico di Alfredo-Felice Giovine è veramente, come dire, un pranzo completo e raffinato per gli amanti del dialetto barese. Ciò che sta uscendo dal famoso “seminario”, invece, ho l’impressione che sia come un brodino di quelli che vengono dispensati agli ammalati negli ospedali. Alcune regole con meno sale, altre un po’ più saporite. Ma sempre di brodino si tratta. Peccato che i “seminaristi” del dialetto non l’abbiano capito e abbiano preferito andare dietro le… simpatie. Tutti, ripeto, sono degni di rispetto, di stima e di consenso per le loro forme creative. Ma per quanto riguarda la scrittura… stendiamo un velo pietoso.
Gianni Serena

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Vittorio Polito scrive:
2 febbraio 2011 alle 17:18

Caro Serena,

IL TUO INTERVENTO NON È CONGENIALE ALLA MIA NOTA. QUI NON SI TRATTA DI CRITICARE IL SEMINARIO O DI PREFERIRE L’INDIRIZZO GRAMMATICALE DI GIOVINE O DI ALTRI AUTORI. LA MIA NOTA SI RIFERISCE ESSENZIALMENTE AL FATTO CHE OGNUNO SCRIVE IL DIALETTO COME VUOLE, PROPRIO PERCHÉ NON CI SONO REGOLE ACCETTATE DA TUTTI.
ANCHE CHI SEGUE IL METODO DI ALFREDO GIOVINE, CON TUTTO IL RISPETTO CHE SI DEVE DARE A QUESTA PERSONA, SCRIVE A MODO SUO. UNA GRAMMATICA PER ESSERE ACCETTATA ED UTILIZZATA DA TUTTI DEVE ESSERE PROPOSTA DA PERSONE ALTAMENTE QUALIFICATE. LA REALTÀ DIMOSTRA IL CONTRARIO. D’ALTRO CANTO UN SEMINARIO DI STUDIO, DEL QUALE I COMPONENTI NON SONO TUTTI LETTERATI, COME TU GIUSTAMENTE SCRIVI, NON POTRÀ NEANCHE IMPORRE GRAMMATICHE O DIZIONARI. SONO D’ACCORDO CON TE PER QUANTO SCRIVI DELLA SIGNORA ROSA LETTINI, DELLA QUALE CONOSCO LA SUA PREPARAZIONE E DI QUALCHE ALTRO COMPONENTE. GRAZIE COMUNQUE DEL TUO CONTRIBUTO.
Vittorio Polito

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IL DIALETTO BARESE È' UNA LINGUA E USIAMO PURE LA LETTERA J, LO DICONO GLI ESPERTI INTERNAZIONALI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Ago 03, 2015 3:45 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2015/08/il-dialetto-barese-secondo-illustri.html


Il dialetto barese? Secondo illustri studiosi internazionali è una lingua e si può usare anche la lettera J



lunedì, agosto 03, 2015 Bari , Cultura e Spettacoli

di Vittorio Polito

Si è svolto recentemente presso l’Università di Leida in Olanda il Meeting sui dialetti italiani, organizzato dalla brillante e giovane professoressa Roberta D’Alessandro, vanto scientifico italiano all’estero, direttrice del Dipartimento di Italianistica dello stesso ateneo.

Il Meeting sui dialetti italiani ha trattato molti argomenti con l’intervento di numerosi linguisti provenienti dall’Italia e dall’Estero per discutere dell’importante argomento che riguarda l’Italia tutta.
Le relazioni sono state tutte interessanti ed hanno visto la partecipazione, tra gli altri, di Michele Loporcaro, Gianna Marcato, Joan Mascaró, Lori Repetti, Ian Roberts, Leonardo Savoia e Nigel Vincent, tutti docenti ed esperti di linguistica e dialettologia di varie Università italiane e straniere.

Consultando il programma dell’evento si nota la partecipazione di numerosi specialisti e competenti in fatto di dialetti, provenienti da Università di tutta Europa (Zurigo, Vienna, Lione, Gottinga, Manchester, Londra, Cambridge, Groninga, Stoccolma, Zagabria, Rijeka, Zadar, Budapest, Varsavia) e degli Stati Uniti (New York). Molto ben rappresentate le Università italiane, numerosissime, ad eccezione di Bari e di qualche altra città, che dimostrano che i loro dialetti o parlate, interessano uno sparuto numero di competenti. D’altro canto se si considera che un presunto Comitato di 3-4 persone, senza alcun titolo accademico, ha proposto di eliminare la lettera j dall’alfabeto del dialetto barese, è abbastanza evidente lo scarso interesse che può destare la nostra parlata a tanti esperti.

Per avere un supporto scientifico a tali assurde iniziative, ho posto alcune domande alla stessa Roberta D’Alessandro, professoressa di linguistica e dialettologia e direttrice della stessa Cattedra dell’Università di Leiden, ed al dott. Luigi Andriani, dottorando di ricerca dell’Università di Cambridge.

Secondo voi il dialetto barese è una lingua o una parlata?

D’ALESSANDRO - «Mi diverte leggere il “secondo voi”: non si tratta qui di un parere, ma di un fatto. Il barese è, grammaticalmente parlando, una lingua a tutti gli effetti, con il proprio sistema fonologico e sintattico, e il proprio lessico. Il barese prosegue il latino, “deriva dal latino” diremmo, direttamente, e non è quindi un dialetto di un’altra lingua: è una lingua sorella dell’italiano. Dal punto di vista socio-storico e giuridico, ovviamente, il barese non è una lingua, in quanto non ha lo status ufficiale di lingua. Ma questo non c’entra nulla con il suo status di lingua, dal punto di vista linguistico. Ovviamente, il barese ha tanti dialetti e tante varianti, tra cui quella cittadina.»

ANDRIANI - «Senza dubbio, il barese è una lingua come lo è l’italiano (parlato) o qualsiasi altra lingua naturale o codice linguistico che funzioni sistematicamente secondo ‘regole’ fonologiche (combinazione dei suoni), morfo-sintattiche (formazione delle parole e ordine di queste all’interno di una frase) e, addirittura, pragmatiche (impiego di certe configurazioni sintattiche con particolari fini comunicativi). Ovviamente, anche il lessico fa la sua parte, ma non oserei basare i criteri di categorizzazione di una lingua su un fattore così instabile. Del resto, il termine ‘dialetto’ non verrebbe usato se non in compresenza di una lingua di ‘prestigio’ (termine non mio, ma preso in prestito dal linguista americano William Labov), utilizzata in ambiti ufficiali (amministrativo e legale) e culturali (letterario e dell’istruzione ). Tuttavia, tali fattori storico-politici e socio-culturali sono del tutto esterni ai meccanismi che regolano il funzionamento delle due (o più) varietà linguistiche. “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina” recita un famoso adagio, vale a dire, l’unica differenza fra i due termini di paragone è data dal maggiore o minore ‘prestigio’ (e ciò che ne consegue) acquisito dai due (o più) sistemi linguistici all’interno di una comunità, ma la sostanza linguistica è la stessa. In Italia, pochissimi dialetti vantano lo status ufficiale di lingua, ma i meccanismi che determinano il funzionamento di queste ‘lingue’, da un lato, e del ‘dialetto’ barese, dall’altro, sono perfettamente identici.»

È possibile eliminare da un alfabeto da parte di uno sparuto numero di improvvisati linguisti, di nessuna competenza scientifica, una lettera che è stata sempre usata?

D’ALESSANDRO - «La questione qui è spinosa. Non so a quale proposta lei si riferisca esattamente, ma immagino si tratti di una delle tante proposte di trascrizione della lingua. L’ortografia delle lingue è del tutto convenzionale, e non ne riflette necessariamente la fonetica né la fonologia. È invece il risultato di un accordo “a tavolino”, o a volte della decisione di un singolo che poi viene seguita e adottata da tutti. Quindi, se tutti sono d’accordo, è possibile. In ogni caso, la trascrizione ortografica non ha nessuna importanza dal punto di vista linguistico: è una convenzione, un modo per rappresentare la lingua. I linguisti, per trascrivere le lingue, fanno uso dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), un sistema secondo il quale a ciascun simbolo corrisponde un suono. L’IPA permette a chiunque di sapere come va pronunciata una parola, in qualunque lingua: cinese, araba o barese che sia. Perché allora non usare l’IPA per trascrivere le poesie e i proverbi? Perché l’IPA è un sistema piuttosto complesso, che comprende simboli che non appartengono a nessun alfabeto: simboli come ʃ, ʒ, e ɔ. Tornando al problema della j: a quale suono si riferisce? Alla semivocale? Che la si usi o no nella trascrizione non fa nessuna differenza: basta accordarsi. Si tratta, ripeto, di un problema di convenzione ortografica, e non di linguistica. Il problema è quindi mettersi d’accordo e stabilire un modo per trascrivere il barese.»

ANDRIANI - «Personalmente, non voglio entrare in discussioni che non mi riguardano e che, in sostanza, contribuiscono ben poco alla diffusione del barese o allo studio del suo funzionamento. L’esperienza ci insegna che non è semplice raggiungere un consenso unanime circa il sistema ortografico di una lingua parlata non-standard(izzata). È naturale che la prima scelta ricada sul sistema ortografico condiviso più accessibile (quello italiano moderno, nel nostro caso) o, in alternativa, su sistemi ortografici ‘ad hoc’ che riescano a rappresentare tutti i suoni/fonemi e i relativi fenomeni fonologici di tale lingua. A Bari, alcuni hanno provato a proporre norme ortografiche precise, da Lacalendola a Giovine, ma nessuno è riuscito a stabilirle, forse perché non è davvero questa la priorità. Lo stesso sistema ortografico dell’italiano non riproduce fedelmente tutti i suoni/fonemi presenti in italiano standard (né le varianti articolatorie o altri fenomeni fonologici), ma ciò non costituisce necessariamente un dilemma. Al contrario, la preoccupazione dovrebbe sorgere nel momento in cui l’uso orale di un codice linguistico sia in netto declino. Intendo dire che ciò che davvero mi interessa è che si parli in dialetto. Mi sembra superfluo aspirare alla condivisione di un sistema ortografico se la diffusione orale della lingua che questo deve rappresentare è già alquanto precaria. Nel caso specifico della lettera J, ci fu un periodo nel medioevo in cui questo grafema ebbe ragione d’esistere proprio per la necessità dei parlanti/scrittori di differenziare la vocale piena dalla semivocale, e da allora venne usata fino al secolo scorso (in Verga e Pirandello, per citarne giusto due geograficamente vicini a noi, la lettera J è usata con criterio nei contesti che la richiedono). Negli stessi testi scritti in barese si ritrova frequentemente il grafema incriminato, e ciò può essere determinato dal fatto che gli stessi parlanti/scrittori sentano la necessità di differenziare graficamente i due suoni. Ciò nonostante, ripeto, l’urgenza del momento è ben altra: eliminare la patina d’ignoranza (creata in primo luogo dall’istruzione pubblica) che ricopre i nostri dialetti e che ha portato alla loro stigmatizzazione socio-culturale e alla conseguente diminuzione del loro uso negli ambiti adeguati. Quando dialetto locale e lingua nazionale riusciranno a convivere senza che i parlanti (bilingui!) avvertano il primo come un sistema linguistico subordinato al secondo, magari si potrà decidere di adottare una scrittura omogenea, che presenti, o no, la lettera J.»

Il dialetto barese è considerato, dal punto di vista scientifico, un idioma a livello internazionale?

D’ALESSANDRO - «Non capisco bene la domanda: se vuol sapere se è una lingua di interesse scientifico, che merita di essere studiata, descritta e analizzata: certamente. Oltre al lavoro di Gigi Andriani, pochi lavori contemporanei si occupano del barese: è un peccato, perché si tratta di una lingua estremamente interessante, soprattutto dal punto di vista fonologico molto diversa dalle altre lingue romanze con cui è in contatto, e che, in diverse epoche storiche, l’hanno ovviamente influenzata (prima fra tutte il napoletano).»

ANDRIANI - «Questa domanda mi riguarda da vicino perché, paradossalmente, mi sono avvicinato allo studio del barese proprio all’estero, e tuttora mi ritrovo spesso a parlare di barese in ambienti accademici (e non) internazionali. Il mio interesse per la linguistica e per la dialettologia italiana è nato proprio a Leida, grazie alla Prof.ssa D’Alessandro. Durante i miei studi all’Università di Leida, i dialetti italo-romanzi erano sempre oggetto di discussione: molte delle ipotesi e delle teorie linguistiche in circolazione non avevano ancora (o sufficientemente) ‘fatto i conti’ con le nostre lingue e l’incredibile micro-variazione linguistica che le contraddistingue. Purtroppo, mi resi conto anche che l’interesse della comunità scientifica internazionale per il barese (urbano) era minimo, e ciò era principalmente dovuto all’inaccessibilità dei dati linguistici e alla totale mancanza di analisi di stampo teorico. Per questo motivo, già in territorio ‘internazionale’, decisi di dedicarmi al nostro barese e, in generale, alle varietà (italo-)romanze. Da allora, sempre con la massima umiltà, ho continuato a esportare la mia ricerca sul barese nel paese in cui vivo e lavoro in questo momento (Inghilterra), ma anche oltremanica (Francia, Olanda, Romania) e oltreoceano (Canada e Brasile) grazie a congressi e convegni. Perciò, diamo tempo al tempo.»

Qual è il vostro giudizio sul nostro dialetto?

D’ALESSANDRO - «Credo di avere appena risposto: si tratta di una lingua molto importante e molto interessante, che va assolutamente preservata, innanzitutto parlandola alle generazioni giovani. I genitori parlino il barese ai bambini. Questo, oltre a metterli a parte della loro cultura, li renderà di fatto bilingui (italiano e barese, due lingue diverse), portando loro notevoli vantaggi cognitivi, come la maggiore velocità nel prendere decisioni, l’agilità nel multitasking (multiprogrammazione), e una maggiore capacità di concentrazione.»

ANDRIANI - «La mia risposta sarà ovviamente di parte, visto che è anche il mio dialetto. Per me il barese è una lingua a tutti gli effetti, e come tale andrebbe trattata, senza ‘ma’ e senza ‘se’. Il suo studio è, di conseguenza, di uguale rilevanza scientifica a quello delle lingue (inter)nazionali. La sua utilità non riguarda esclusivamente la conservazione di un’identità linguistica e culturale, ma ha una connessione diretta con le nostre capacità cerebrali. Recenti studi sul bilinguismo (o multilinguismo) hanno evidenziato i numerosi vantaggi cognitivi che questo comporta. Una situazione di bilinguismo ‘consapevole’ contribuirebbe al potenziamento delle capacità cerebrali dei parlanti; tra le più utili (al giorno d’oggi), si farebbe meno fatica ad apprendere un’altra lingua (internazionale), perché già se ne gestiscono ‘consapevolmente’ (almeno) due. Se riuscissimo a implementare i risultati della ricerca scientifica nella quotidianità, potremmo dotare le nuove generazioni di una coscienza linguistica meno ‘prevenuta’ verso la lingua locale (trasmessa oralmente e, quindi, acquisita senza sforzo durante l’infanzia e, successivamente, rafforzata e ‘coltivata’ con l’aiuto di qualsiasi altro mezzo che ne diffonda e ne promuova l’uso). In poche parole, finiremmo per arricchirci in tutti i sensi, al contrario di quanto si è pensato (e insegnato) finora. Da un punto di vista esclusivamente personale, per me il barese è sinonimo di amici, famiglia (nonni soprattutto, dato che alla generazione dei miei genitori fu proibito l’uso del dialetto e, di riflesso, anche alla mia) e di tutto ciò che si ricollega alla mia città natale; in sintesi, barese è sinonimo di intimità.»

Cosa può aggiungere il vostro cronista al riguardo, dal momento che la sua posizione è stata già ampiamente espressa in pubblicazioni e scritti vari, se non testimoniare che le tesi espresse, dai due illustri personaggi che gentilmente hanno risposto alle mie domande, e che ringrazio vivamente, vanno nella direzione del buon senso e della libertà.
In un mondo in cui l’apparenza regna sovrana mi è tornata alla mente una quartina del sempre valido e attuale Pietro Trapassi :

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai che invidia fanno
ci farebbero pietà.

Ognuno può interpretare i versi nel modo a lui più congeniale, ma la sostanza del ragionamento non si può equivocare.
Vorrei concludere sempre con una veloce intuizione del Metastasio che va gustata a piccoli sorsi in un contesto storico che vede ‘l’infedele’ grande protagonista della nostra esistenza: “Il tempo è infedele a chi ne abusa”. Mi sembra un valido motivo per porre la parola fine a queste note.

Vittorio E. Polito

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USO DELLA LETTERA J NEL DIALETO BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ago 04, 2015 3:41 am


Cari amici,

checché ne dicano i cosiddetti “auto esperti” di casa nostra, la lettera J può essere tranquillamente usata senza commettere nessun “peccato”. Pertanto, poeti, commediografi e scrittori, alla luce di quanto sopra, avete, da illustri linguisti internazionali, il “verde” nelle vostre scritture dialettali per utilizzare liberamente la lettera J quando serve.
I venditori di fumo continuino pure a venderlo, tanto, si vanifica nell’aria senza lasciare traccia alcuna e... NON è NEANCHE TOSSICO.
...


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Ven Ago 14, 2015 3:53 pm, modificato 1 volta

Vittorio E. Polito

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IL DIALETTO BARESE EL'USO DELLA LETTERA J SECONDO TERESA GENTILE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ago 13, 2015 2:15 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2015/08/il-dialetto-barese-e-luso-della-lettera.html


http://www.giornaledipuglia.com/2015/08/il-dialetto-barese-e-luso-della-lettera.html

Il dialetto barese e l’uso della lettera J secondo Teresa Gentile

lunedì, agosto 10, 2015 Bari

di Teresa Gentile
- Leggendo l’intervista del giornalista Vittorio Polito a due illustri studiosi, pubblicata sul “Giornale di Puglia” in fatto di linguistica e dialetti, in particolare sul dialetto barese e sull’uso della lettera J, ringrazio per l’attualità e la preziosità delle notizie riportate. Mi ha fatto indubbio piacere apprendere dall’intervista che illustri studiosi internazionali (D’Alessandro e Andriani) abbiano recentemente dichiarato che il barese sia una lingua e si possa usare la lettera j che contiene un particolare suono che non è accentuato ma tende a far sillaba con la vocale successiva. Certo la sua pronuncia è difficile da descrivere poiché è via di mezzo tra una i e una g dolce e quindi ha un suono diverso da quello della semplice i e si apprende soprattutto “ascoltando” chi ancora parla in dialetto. Ciò è un dato di fatto anche per moltissimi altri dialetti a cominciare da quello di Napoli (es. jamme) ed anche perché è l’unico modo di scrivere una “i” palatale che è tutt'altra cosa rispetto a una “ii”. Anche a Martina Franca, la mia bella città della Valle d’Itria, si utilizza tale segno grafico convenzionale quando nella pronuncia dialettale la ‘i’ si lega molto al suono successivo fino a sparire (es. jedde = lei ) o quando sostituisce il gruppo gr (jranne = grande ). Concordo pienamente con la prof. D’ Alessandro nel ritenere che il barese sia, grammaticalmente parlando, una lingua a tutti gli effetti, con il proprio sistema fonologico e sintattico ma anche nelle sue varianti, poiché deriva dal latino ed è una lingua sorella dell’italiano. La riflessione di Andriani mi ha resa poi consapevole che il barese sia una lingua e come lo è qualsiasi altra lingua naturale o codice linguistico rispetti ‘regole’ fonologiche, morfo-sintattiche e presenti varianti lessicali dovute a eventi storico-politici e socio-culturali. Anche lui ricorda che la grafia delle lingue sia del tutto convenzionale e consista in un accordo fatto tra scrittori per trascrivere le lingue in modo condiviso e consapevole. Il dialetto barese, (come ogni altra parlata popolare) è necessario tramandarlo ai più giovani e parlarlo con loro. Interessante è poi la sua esortazione accorata “Questo, oltre a metterli a parte della loro cultura e delle tradizioni che a loro appartengono li renderà di fatto bilingui (italiano e barese, due lingue diverse), portando loro notevoli vantaggi cognitivi, come la maggiore velocità nel prendere decisioni, l’agilità nel multitasking (multiprogrammazione), e una maggiore capacità di concentrazione.” È certamente innegabile il potenziamento delle capacità cerebrali dei parlanti, che riescono anche a far meno fatica ad apprendere un’altra lingua (internazionale), perché già gestiscono ‘consapevolmente’ due linguaggi.” Da un punto di vista esclusivamente personale anche per me “il barese è sinonimo di amici, famiglia, intimità, e di tutto ciò che si ricollega alla città natia”. Ogni dialetto per essere preservato e tramandato ha bisogno d’essere parlato, difeso, ma ha soprattutto bisogno di serbare la sua capacità di far satira, romanticismo, polemica, di esprimere affetti, nostalgie, speranze, osservazioni acutamente psicologiche ed esperenziali. E questo occorre, con urgenza, richiederlo oggi più che in ogni altra epoca. Oggi viviamo tempi aridi, oppressi da burocraticismo, paure, violenze, incertezze, manie depressive, cinismo, anestesia del cuore, omicidi, suicidi, cancellazione della Bellezza, orrore, deflagrazione umana, smembramento di valori e certezze. Per RISORGERE sarà sempre più opportuno riuscire a serbare ben salde le nostre radici identitarie non solo culturali ma soprattutto UMANE assieme al fondamentale recupero di doti sempre più rare di intelligenza critica e costruttiva, Oggi ci si sente orfani delle certezze date dalla Fede, da famiglie unite, dalla vicinanza di nonni e Maestri di vita, da esempi credibili di vita etica e dalle competenze di lavoro di una civiltà patriarcale contadina e artigiana. Ci si è fidati troppo della tecnologia e solo da poco… per fortuna…, ci si è resi conto che con troppa burocrazia e tecnologia e senza un apporto umano e di esperienza… si corre il rischio di far scomparire la sempre più fragile e rinunciataria pianta-uomo così come scomparvero i dinosauri. Compito degli scrittori dialettali, sarà quindi non solo quello di pervenire, in modo sereno, ad una scrittura condivisa del dialetto ma soprattutto di non dimenticare e recuperare “la nostra essenza umana” e quindi lo spirito delle tradizioni, del rispetto vicendevole, della cultura, delle conoscenze tipiche di ogni territorio e che una volta erano tramandate di generazione in generazione come linfa vitale che dalle radici si diffondeva ai rami, ai frutti e alle foglie, da trisavoli a bisnonni nonni, genitori e bambini. Tra tali conoscenze anche il dialetto aveva un posto predominante ponendo in connessione diretta le generazioni ed avendo come fulcro il dialogo sereno, l’Amore per Dio, se stessi, gli altri e la Terra natia.

Vittorio E. Polito

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COMMENTI E CONSIDERAZIONI ALLE PRECEDENTI NOTE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ago 19, 2015 5:44 am

COMMENTI & CONSIDERAZIONI ALLE PRECEDENTI NOTE



Ottimo Vittorio, bravo,  che si capisca una volta per tutte!
Ciao.
Felice Alloggio
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Ottimo lavoro.
Io ne sono stato sempre convinto e non solo perché la si trova in moltissimi dialetti a cominciare da quello principe di Napoli (jamme) ed anche perché è l’unico modo di scrivere una “i” palatale che è tutt'altra cosa rispetto a una (orribile) “ii” però ho sempre avuto il dubbio-sospetto che Alfredo Giovine volesse togliere le castagne dal fuoco suggerendo l’unica semplificazione possibile (quando si usa e quando non si usa...),  e... come diceva un mio amico... PER TAGLIARE LA TESTA AL TOPO abbia deciso d’amblé di toglierla completamente... bella invenzione... e sostituirla in tutto per tutto con la semplice “i” o addirittura la doppia “ii” (se pensi che abbiamo discusso 50 riunioni al Seminario del dialetto barese senza venirne a capo con l’invenzione cervellotica finale: “che la lettera J si può usare solo all'inizio della parola” !!!).

Armando Santoro

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Complimenti vivissimi caro Vittorio, una vera e propria lezione. Hai suscitato la mia amarezza e un tantino di... invidia. Come sai sono originario di Barletta e a Barletta non esiste nulla che possa conservare e tutelare la cultura del dialetto del territorio. Una sola pubblicazione (Dizionario del dialetto barlettano) di un bravo medico pubblicato una trentina di anni fa. C’è un mensile (Il Fieramosca) edito a Barletta dalla Editrice Rotas che ha tanti meriti per la divulgazione della storia e tradizioni di Barletta che, in appendice pubblica poesie in dialetto barlettano. È una pena, caro Vittorio, un pantano di errori di ortografia da far rabbrividire. I Baresi sono fortunati perché possono disporre di una serie di pubblicazioni; persino le polemiche giovano alla cultura del dialetto e che consentono ad un attento studioso e osservatore come te di mettere a punto interessanti particolari con il supporto di due autorevoli scienziati. Altro che i dilettanti in circolazione.

Michele Cristallo

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Checché ne dicano i cosiddetti “auto esperti” di casa nostra, la lettera J può essere tranquillamente usata senza commettere nessun “peccato”. Pertanto, poeti, commediografi e scrittori, alla luce di quanto sopra, avete, da illustri linguisti internazionali, il “verde” nelle vostre scritture dialettali per utilizzare liberamente la lettera J quando e dove serve.
I venditori di fumo continuino pure a venderlo, tanto, si vanifica nell’aria senza lasciare traccia alcuna E... NON È NEANCHE TOSSICO.

Vittorio Polito
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Sono pienamente d’accordo con gli studiosi da lei coinvolti. Nel mio piccolo, ho sempre sostenuto che i dialetti sono lingue a tutti gli effetti e pertanto degni di rispetto e di essere conservati quali preziosi documenti linguistici e storici. La dicono lunga, infatti, su chi ci ha preceduti. Tutto si evince da una lingua: usi e costumi, religiosità, saggezza, ironia, lavoro e attrezzi di lavoro, filosofia, l'acume e la versatilità di un popolo. Non va dimenticato che il presente e il futuro sono figli del passato.
Complimenti per il suo spirito “battagliero”, ritornato efficiente e vigoroso!

Grazia Stella Elia

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Vittorio, hai ragione.
Buona giornata.

Grazia Galante

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Caro Amico,
Come ben sai stai aprendo una porta aperta. Comunque l’utilizzo della J LUNGA è un argomento superato e ampiamente dimostrato attraverso l’approfondimento accademico della fonetica. Mi traduci l’aggettivo reale in dialetto?  Non credo che tu debba star dietro ai COSIDDETTI AUTO ESPERTI. Ma mi chiedo: Ci sono e dove? Ciao. Buone Vacanze.  

Vito Antonio Corsini

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Caro Vittorio,
sento di doverti ringraziare per le interessanti riflessioni delle quali ci rendi partecipi.
Oltre che condivisibili, rafforzano la mia personale, antica, convinzione che se i pochi (purtroppo!) “amanti attivi” della nostra lingua madre unissero i loro sforzi
e mettessero da parte la più o meno mascherata (e molto evidentemente provinciale e autoreferenziale) brama di primogenitura, forse un contributo più serio ed efficace si riuscirebbe a realizzare. I tentativi fatti finora sono finiti tutti in malo modo perché nessuno rinuncia non tanto alle proprie convinzioni, quanto alla “vitale” necessità di sbandierare le proprie (auto)referenze! Così resta vana, tra l’altro, una ormai antica mia ipotesi/proposta progettuale (v. allegato) la cui essenza si basa su un convegno nazionale sul dialetto, sul dialogo e sull’analisi dell’esistente, su un possibile vocabolario (che non può non tener conto dei contributi e degli studi di quasi tutti i poeti degni del nome e ai quali tutti hanno attinto e attingono), su una possibile affermazione di poche regole convenzionali per la scrittura e infine su una serie di attività perché la lingua sia parlata in modo più diffuso e a partire dai più piccoli e dalle scuole.
Con amicizia

Vito Signorile (Abeliano)

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Caro amico Vittorio, è per me fonte di gioia constatare il tuo ritorno vivace e istruttivo sulle scene. Mi congratulo per l’eccellente ed esaustivo articolo di pregio sul dialetto barese: bellissimo. Ricorderai che la mia tesi si è invariabilmente schierata sul ritenere il barese una lingua a tutti gli effetti. Non ho mai desistito da questa mia convinzione. E tu mi hai dato ragione con l’eccellente articolo.
Grazie. Bravo. Ti abbraccio.

Luigi Canonico

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Condivido  l'idea  che il barese è una lingua a tutti gli effetti  per le sue caratteristiche strutturali ma non dal punto di vista amministrativo o giuridico che dir si voglia: non è “dialetto di un’altra lingua” ma “sorella”. Le mie conoscenze nel campo della linguistica sono di gran lunga insufficienti a sostenere una discussione in materia con gli studiosi intervistati. Non ho motivo di contestare le loro argomentazioni che sono frutto di studi e ricerche seri e approfonditi e non posso che concordare sulla loro visione riguardo al barese. Sono altrettanto certo che “i panni dei loro studi siano stati sciacquati nel canalone" prima di essere mostrati in pubblico realizzando così il giusto connubio tra esperienza sul campo e elaborazione teorica.  Sicuramente un valido e autorevole contributo a questa interminabile discussione sul barese. Ultima notazione: che della “J” sia fatto libero uso!
Gino Paradiso

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Caro Vittorio,
come non si può essere d’accordo con le teorie espresse dai due esperti.
Il dialetto barese è una lingua e rappresenta una preziosa risorsa per la cultura della città e per questo va coltivata e curata.
Solo che purtroppo non ci sono buoni "giardinieri".
La testardaggine, l’immaturità di alcuni hanno fatto sì che il progetto di unificare la scrittura è morto.
Come è stato detto nella tua intervista, la scrittura dialettale non ha regole precise derivanti da una precedente lingua antica, ma è frutto di convenzioni che alcuni amanti del dialetto determinano con i loro approfondimenti.
Ed è proprio ciò che si voleva fare, ma come per tutte le cose baresi vige la legge del prepotente: “si fa se è come dico io, altrimenti io non partecipo”.
OTTUSITÀ CULTURALE (laddove esiste una cultura).
Comunque, caro Vittorio, io mi sento di ringraziarti per l’ennesima iniziativa che prendi a favore e a difesa della città.

Emanuele Battista

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Bellissimo intervento di Teresa Gentile. Grazie per tenerci informati, un caro saluto,  
Annetta e Nico Veneziani
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Grazie ancora caro Vittorio,
condivido decisamente, nella lettera e nello spirito, le parole di Teresa Gentile.
Chissà che non si riesca a riportare a ragionevole collaborazione i non molti “operatori” del dialetto e aprire finalmente un dibattito con l’obiettivo di adottare poche, chiare regole per la scrittura del dialetto barese.
Sono comunque convinto che anche in mancanza, la Poesia (i veri poeti) resta tale in tutte le lingue, la Tradizione (custodita da uomini e donne di buona volontà che si nutrono con molta parsimonia di globalizzazione) ci sopravviverà, gli usi e costumi sono scritti nel DNA di un popolo.
Voglio dire che resta importante il contenuto di una scrittura e lo restano tutte le azioni tese a fare di una lingua “messa all’indice” da pregiudizi provinciali, una lingua viva e vissuta.
con molta cordialità

Vito Signorile (Abeliano)
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Gent.ma Ins. Teresa Gentile,
Visto che siamo entrambi appassionati e sostenitori battaglieri del vernacolo barese (quello vero), mi permetto di dichiararle che ha aperto una porta aperta, rimasta sempre aperta per un confronto con chi é profondo conoscitore del vernacolo barese; non è mai entrato nessuno e pertanto il mio sperato confronto non è mai avvenuto. Purtroppo debbo dirle che la mia impressione é che la maggior parte degli scrittori baresi sono convinti di essere catechizzatori. Gli stessi, senza nulla togliere a ciascuno, non appena sentono parlare di regole fonetiche e sintattiche   del nostro soave dialetto ti snobbano senza alcuna replica e confronto. Sono quei personaggi che nulla o poco sanno del nostro melodico vernacolo; infatti, pur di restare in cattedra con chi lo possono fare, continuano a diffondere le loro dabbenaggini: Questo é successo a me personalmente che dopo aver più volte ribattuto sulle incongruenze manifestate durante i vari incontri, ho abbandonato l’associazione (Seminario sul dialetto barese) e continuo per i fatti miei con continui aggiornamenti accademici. A Bari diciamo: "Jinde a nu paise de cecate iune a n'écchie jé sindeche". Comunque devo dissentire dalla convinzione che il nostro dialetto é una lingua e non un linguaggio. Non sto a dilungarmi sulla differenza tra lingua e linguaggio per ovvie ragioni.  Se cosi non fosse perché chi asserisce il contrario non propone di riunirci, pochi ma buoni, per realizzare una vera grammatica ed una buona raccolta di note fonetiche in modo che liberamente ci si possa ispirare per scrivere all’unisono in modo corretto il nostro bistrattato vernacolo le cui origini risalgono alla lingua OSCA. Vittorio Polito mi conosce e sa come la penso io.

Cordiali saluti.
Vito Antonio Corsini
nato e vissuto a Bari fin dal 1939
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Condivido totalmente quello che scrive Teresa Gentile che coincide con quello
che mi diceva il  prof.F.sco Colantuono (I dialetti di Terra di Bari) che tra l'altro in una conversazione
mi mostrava la posizione della lingua nella pronuncia della lettera J (palatale)

Armando Santoro
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Ho letto sul Giornale di Puglia una interessante intervista che Vittorio Polito ha fatto a due studiosi di linguistica e dialettologia che lavorano presso prestigiose università europee. Sto parlando  della professoressa Roberta D’Alessandro e del dottor Luigi Andriani. Per me che mi interesso con passione dilettantesca del nobile dialetto barese, essendo peraltro anche barese, leggendo le risposte che  le due persone intervistate  hanno dato a Vittorio Polito, sono stato investito finalmente da una ventata di luce che avrei piacere leggessero tutti i baresi che si interessano del proprio dialetto, detto in soldoni sto parlando degli appassionati come me, che, anche se non cinti dell’alloro accademico sull’argomento, ne parlano con vigorosa passione e con punte di notevole individualismo. Chiamiamoci dunque con il giusto nome: dilettanti appassionati.

E’ da una vita che assisto a infinite querelle sul come si scrive il dialetto barese, sull’uso o meno della lettera j, per non parlare delle insidiose trappole nelle quali generalmente cadiamo qualora  passassimo nelle vicinanze della lettera K! Insomma la confusione è notevole. Anche se da certe confusioni culturali è possibile distillare degli estratti di verità, quanto meno tangenti, nel nostro caso, alla scientificità. Ma tutto ciò incontra notevoli difficoltà.  

I due interventi fanno finalmente il punto sulla situazione culturale cittadina perchè ritengo che la loro limpidezza assoluta sia finalmente una pietra angolare di alto livello per noi baresi che, mi ripeto, ci interessiamo al nostro dialetto ovviamente non da professionisti, e, in più, con i nostri individualismi tipici di noi gente meridionale.  

Ciò detto mi permetto  di aggiungere un paio di considerazioni su quanto letto, considerazioni che mi seguono da una vita. La prima è l’influenza del greco sulla parlata barese. Ricordo che molti anni fa, durante una processione di San Nicola nel centro antico di Bari sentii per la prima volta in vita mia un barese verace che,con disarmante semplicità, disse che nella strada “stàve na potàme de gènte” “ per la strada c’era una fiumana di persone”. Come è noto potamòs in greco significa fiume. Credo di aver ascoltato questa bellissima parola solo una volta in vita mia, tanti anni fa. Avendola peraltro ascoltata da un signore nato cresciuto e pasciuto a Bari Vecchio, la vicinanza fra il barese e il greco mi parve e continua ad apparirmi di sommo interesse.

Mi piacerebbe inoltre sapere se, fra i vari strumento culturali di analisi linguistica esistono strumentazioni che siano in grado di disporre di particolari  suoni, praticamente impossibili da descrivere con le parole scritte. Sto parlando per esempio di particolari suoni gutturali della e muta, e altre durezze o dolcezze della fonazione in dialetto, per non parlare del suono del termine “jì” “io” che a mio parere avrebbe lo stesso suono della parala ebraica “jiddish”.  Voglio qui ringraziare  l’amico Polito per il suo impegno civile che mette sempre in evidenza quando si interessa giornalisticamente della nobile parlata barese.

franz falanga

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Il giornalista Vittorio Polito merita un particolare plauso per aver coinvolto in una tribuna di dialettologia due personalità di tutto rispetto.
E' bello, avvincente ed arricchente leggere quanto scrivono i due docenti universitari, autentici studiosi, alla luce della loro dottrina.
Esco dalla lettura dell'intervista veramente edificata.
Grazie a lei, dunque, paladino di animate discussioni, che sfociano sempre in risultati positivi!
Con la stima di sempre

Grazia Stella Elia
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Caro Vittorio,

ottima intervista, lo scoop di un bravo giornalista il cui serio lavoro, soprattutto in difesa del dialetto e della baresità, da taluni viene continuamente sminuito e mai apprezzato con disdicevoli e falsi paragoni fra la figura del giornalista e quella del pubblicista senza mai badare ai contenuti degli scritti che, da operatore dell'informazione, tu hai offerto e offri continuamente. Mi auguro anche che tu abbia inviato le interviste che hai fatto ai due studiosi e docenti universitari di italianistica, dei dialetti e del dialetto barese al presidente della cosiddetta Accademia del dialetto barese affinché ne prenda atto e si convinca una volta per tutte della opportunità dell'uso della lettera J nel dialetto barese, e della opportunità di fare un passo indietro e trovare convenzionalmente un modo condiviso con gli altri di scrivere il nostro dialetto. In quanto al Seminario credo sia sotto gli occhi di tutti il suo fallimento, Seminario nato con ottimi intenti e naufragato per la scarsa attitudine da parte del suo presidente di saper governare il dissenso, al punto che lo stesso presidente lo pose di fatto sotto il controllo del Comitato Direttivo (organo politico) dell'Associazione Mondo Antico e Tempi Moderni che egli stesso presiedeva, decretando in questo modo la fine della sua autonomia. Sono passati otto anni (non otto settimane o otto mesi) e non si vede ancora nulla che possa vagamente assomigliare ad un dizionario. Ma forse è meglio!
Carissimi saluti

Felice Alloggio
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Caro Vittorio,
complimenti vivissimi per l’interessante intervista sul dialetto barese alla professoressa Roberta D’Alessandro e al dottor Luigi Andriani, illustri studiosi internazionali di linguistica e dialettologia, pubblicata sul “Giornale di Puglia” del
giorno 03 agosto 2015 con il titolo: “Il dialetto barese? Secondo illustri studiosi internazionali è una lingua e si può usare anche la lettera J ”.
Il risultato dell’intervista ha sicuramente arricchito il bagaglio di conoscenze degli appassionati del dialetto barese.
Sono particolarmente lieta nell’apprendere che il dottor Andriani, grazie a congressi e convegni, cerca di diffondere in tutte le parti del mondo la sua ricerca sul dialetto barese, essendo scarso l’interesse della comunità scientifica a riguardo.
Pienamente condivisibile il giudizio espresso dalla professoressa D’Alessandro nel ritenere il nostro dialetto una lingua molto interessante, che va preservata. Purtroppo, nonostante vari tentativi, finora non si è riusciti a raggiungere regole condivise fra i vari studiosi e autori dialettali. Ciò sarebbe assolutamente auspicabile, al fine di trasmettere la nostra lingua barese alle giovani generazioni non solo oralmente, ma anche con una scrittura semplificata e accessibile.
Mi piace ricordare che nel romanzo storico satirico “Da Adáme ad Andriòtte”, edito da Schena nel 1992, scritto con mio marito Domenico Triggiani, tale auspicio era stato già formulato (pag.124):  “Nesciùne s’ha má preoccupàte de scrive na grammàteche e nu dizionàrie accóme a le crestiáne. Chidde ca se nderèssene de chisse cóse vònne tutte a róta lìbere e ognùne scrive a móde sú. Eppure avìme dìtte e scrìtte: mettìteve nzíme e facìte na cósa combléte ca póte servì a tùtte ”.

Per quanto concerne la lettera “j” (i lunga), di cui si parlava nell’ambito dell’intervista, a mio modesto avviso, il suo utilizzo è necessario per trascrivere un suono particolare della nostra lingua. La lettera in questione è una semiconsonante che, seguita dalla vocale “i”, serve a trascrivere il suono gutturale che si percepisce nel pronunciare alcuni termini dialettali come: ji, jire, jinde, jigne, jisse, jirte, ajìre, trajìne. La sillaba “ji”, in quanto tale, si pronuncia con una sola emissione di voce. Da sola rappresenta il pronome personale “io”, ma può trovarsi all’inizio di parola, seguita anche da una consonante, o nel corpo della parola: jire, jidde, trajìne.
Alcuni adoperano il gruppo “iì” al posto della sillaba “ji”, ma due vocali simili contigue non formano una sola sillaba e, quindi, si pronunciano separatamente e non producono il suono gutturale che si avverte nel pronunciare i termini su citati.
Dalla divisione in sillaba di: jidde e iìdde si può meglio comprendere la differenza di grafia e di pronuncia: jid-de  e   i-ìd- de.

A conclusione di queste mie brevi note, caro Vittorio, ti auguro di continuare, sempre con immutata passione, la tua instancabile attività in difesa della baresità.

Rosa Lettini Triggiani 26.8.2015

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Caro Vittorio,
ho sempre avuto molto apprezzamento per le tue ricerche, analisi e approfondimenti sulla nostra città di cui il dialetto è parte integrante.
È vero, sul dialetto un consenso allargato, seppure non unanime, avrebbe consentito di individuare regole ortografiche semplici e più precise sì da evitare, come purtroppo troppo spesso accade, una scrittura “fai da te”
Avrei molte cose da dire in proposito e molte cose da ricordare su un tentativo promosso e infelicemente conclusosi.
Oggi il silenzio mi impone di guardare avanti e con quella coerenza che ha sempre indirizzato il mio impegno unitamente a quello di altri amici estimatori del nostro vernacolo e tu sai certamente a cosa mi riferisco.
Per quanto poi concerne gli interventi che si sono susseguiti, a seguito della tua bellissima e interessante intervista, mi auguro che l’amore espresso per il dialetto barese sia altrettanto sincero, anche con occhio critico sulla nostra amata città.
E di questo amore, ancorché con una punta di amarezza, coglierai certamente traccia in un mio scritto “lassàdeme senná” che mi permetto ricordarti:

Ternàte rendenèdde,
pertànne premavére
a remerà lúsce d’argìnde
ca vàsene stu mare.
Venìte a defresckàrve
chiéte oramá ié la sére:
Sckamàte o munne ‘ndére
ca l’arie ié bóna assá,
chiù nonn’ié amàre.
Ma, non me descetàte,
lassàdeme senná
ca chèsse ié Bare.

Forse se si leggessero meritevoli testi dialettali di autori viventi o no, senza dubbio potremmo con dignità dire, almeno per il dialetto: ca chèsse ié Bare.
Un abbraccio
Gaetano MELE
4 settembre 2015

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Vittorio E. Polito

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Re: DIALETTO BARESE, LINGUA O PARLATA?

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