DIALETTO & REGOLE

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DIALETTO & REGOLE

Messaggio  felice.alloggio il Lun Nov 28, 2011 8:46 pm

Carissimi amici,
due parole sul Senatore Francesco D'Ovidio,
Nato da madre originaria di Trivento, frequentò con successo la Scuola Normale di Pisa, e si occupò nello specifico di letteratura tedesca. Successivamente s'interessò anche alla glottologia in generale, e non ancora trentenne divenne docente di materie letterarie classiche nelle strutture ginnasiali di Bologna e di Milano. Poi, sempre in giovane età, ottenne la facoltà di poter insegnare lettere classiche nell'ateneo napoletano. Attestati di benemerenza per il lavoro che svolse gli furono attribuiti da Benedetto Croce e Niccolò Tommaseo. Socio di un importante circolo letterario partenopeo, presiedette per un quadriennio l'Accademia dei Lincei, e divenne socio di quella della Crusca [1]. Nel suo lavoro d'indagine letteraria si interessò di Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Torquato Tasso. Egli è anche noto come propugnatore della corrente tendente ad adottare il dialetto fiorentino con opportuni aggiustamenti, secondo la visione manzoniana. Fu candidato al Premio Nobel per la letteratura. Per quanto riguarda il Molise, Francesco D'Ovidio si occupò degli aspetti connessi al modo di parlare derivanti dal dialetto campobassano, e dedicò un suo scritto alla ricorrenza del Primo centenario della Provincia molisana. Il suo slancio fu sempre teso al miglioramento morale e sociale degli abitanti della sua terra natia ed alla manifestazione organizzata in occasione del quarto di secolo dalla sua morte intervenne il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. (da: WIKIPEDIA)

Il prof. D'Ovidio che ho studiato quale critico letterario al pari di Francesco De Santis nei miei anni presso la Facoltà Lettere all'università, e del quale ho saputo solo qualche giorno fa che si è interessato molto dei dialetti e della Glottologia, pure non insegnandola, mi ha messo in crisi. E si perchè carisimi amici, questo importantissimo critico letterario è stato un sostenuto assertore dell'uso della doppia consonante all'inizio della parola, sicuramente per i dialetti, ma cosa davvero sorprendente, anche nella lingua italiana, sebbene solo in taluni casi. E' chiaro che a fine Ottocento le norme grammaticali italiane riguardavano ormai l'intera nazione e, per questo, erano state ormai codificate ed era impossibile procedere ad una riforma ortografica del genere. Inoltre, come affermava lo stesso D'Ovidio, "vi era una certa diffusa ripugnanza."
Tutto ciò l'ho letto per puro caso, solo qualche giorno fa in un bellissimo libro antico di poesie ostunesi di Pietro Pignatelli soprannominato Lu Barcarulu nel capitolo intitolato "Ortografia del dialetto ostunese", il cui dialetto si avvicina molto più a quello barese che a quello salentino. Il raddoppiamento della consonante all'inizio di parola si definisce "geminazione". Si tratta del suono più intenso della consonante iniziale di una parola per effetto di quella che la precede. Quindi il raddoppio va fatto e, afferma il D'Ovidio, senza bisogno di alcuna regola grammaticale, perchè è sufficiente l'emissione orale per scrivere immediatamente nel momento stesso una qualsiasi parola o frase dialettale e, quindi, codificarle.
Nel Seminario sul dialetto del quale faccio parte, la geminazione non è ammessa, però leggendo le poesie del libro, queste sono molto presenti, così come lo sono in tanti altri poeti dialettali molto importanti, primo fra tutti il Belli e la poesia romanesca. Ma il D'Ovidio parla anche dell'uso della lettera "J" nel dialetto, dell'uso importante dell'aferesi (') , dei nessi con la nasale, tutti argomenti che nel Seminario sono stati già discussi e approvati esattamente in modo opposto alle tesi del D'Ovidio. Ma lui era un critico letterario e un glottologo, noi nè l'uno nè l'altro!
Di qui nascono i dubbi e, siccome avere dubbi significa essere saggi, ecco che ora sono in crisi, anche perchè l'anno prossimo conto di pubblicare un importante lavoro e, francamente, adesso non so cosa fare, a cosa riferirmi.
Ma non è finita. Recentemente ho conosciuto il prof. Francesco De Martino, ordinario di Letteratura Greca all'Università di Foggia al quale gli ho riferito che nel Seminario stiamo realizzando una grammatica dialettale barese. La sua risposta mi ha gelato! Infatti mi ha detto di non essere assolutamente d'accordo con questo progetto semplicemente perchè è un non senso. Dialetto, mi ha detto in greco significa diversità. Ognuno di noi, ha continuato, parla in dialetto in modo diverso in momenti diversi della stessa giornata, e può esprimere la stessa parola anche in modo diverso addirittura da un momento all'altro, cioè nel giro anche di pochi secondi. Questo perchè, per l'appunto, dialetto è sinonimo di diversità. Come si può allora pensare ad una grammatica?
Francamente non so cosa fare, ma dopo quello che ho letto e sentito tutto mi sembra crollare addosso.
Ciao a tutti e scusate questa disgressione alle 21,36. Ora vado a cenare e poi a dormire. Spero che la notte mi porti consiglio.
Felix





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RE: DIALETTO & REGOLE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Nov 29, 2011 3:30 pm

Caro Felice,

condivido pienamente le tue perplessità a proposito di come scrivere correttamente il dialetto. Come esattamente tu scrivi, una cosa è parlare da glottologi o da critici letterari ed altra cosa improvvisarsi detentori di regole da imporre agli altri. Come ha esattamente scritto il giornalista Adriano Favaro sul Gazzettino di Treviso, riferendosi al dialetto, “CHI VUOLE IMPORRE UNA REGOLA DI SCRITTURA SPESSO NON LO CONOSCE BENE”, cosa che confermi tu nel tuo post. Non posso che essere d’accordo. Prima di imporre regole agli altri è necessaria una preparazione DOC, oltre che un autorità in materia.

È appena stato pubblicato il volume di Gianna Marcato “Guida allo studio dei dialetti” (Ed. Cleup), un altro contributo al problema “Dialetto”, nel quale l’autrice fa un’ampia analisi sull’argomento a proposito di storia, definizione, studio, classificazione, proposte, problemi, ecc., tutte cose che dovrebbero essere a conoscenza di chi si prefigge di imporre regole.

«È evidente - scrive Marcato - che sarebbe assurdo pretendere una immobilità di lingua là dove modelli socialmente molto innovativi segnalano un forte mutamento del costume. Il ragionamento riguarda a fondo la questione dei dialetti, e la natura del loro talvolta più lento modificarsi in direzioni diverse. Al dialetto oggi bisogna guardare non prescindendo dall’insieme di varietà al cui interno si trova inserito, con la consapevolezza che ciò impone una particolare attenzione per i fatti di ristrutturazione in cui i sistemi dialettali sono stati coinvolti».

Addirittura secondo qualche autore la presenza del dialetto è accettata a livello di realismo letterario o di espressionismo, per cui per alcuni autori pare che i dialetti sono visti come simbolo di arretratezza culturale e di inferiorità sociale, mentre per altri, anche come emblema di genuinità culturale.
Sono pertanto giustificatissime le tue perplessità caro Felice. In sostanza in questo caso non vale il detto "Chi prima si alza comanda".

Vittorio Polito

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LETTERA APERTA A FELIX

Messaggio  Admin il Gio Dic 01, 2011 7:28 pm

A Cavaso il primo dicembre 2011
Carissimo Felix, con estremo interesse ho letto le tue considerazioni, oltre quelle dell'ottimo Vittorio Polito che condivido, considerazioni che avendole tu espresse pubblicamente dimostrano ancora una volta, ove ce ne fosse stato bisogno, che bella persona che sei. I dubbi ti assalgono dici, ma certo che sì, i dubbi ci vogliono, sono il pane del sapere e della ragione e del dialogo. Ho piacere di risponderti perché ti sono amico e perché per quello che ho letto di te tu usi un modo di scrivere la parlata barese molto simile alla mia, anche se io spesso esco fuori dalle righe. Vorrei aggiungere qualche altra considerazione a quanto hai scritto tu e ai concetti dei cattedratici che ci hai illustrato molto chiaramente.Tutto il bandolo della matassa, secondo me è in due parole interessantissime che hai usato nel tuo messaggio, tu hai usato la parola “suono” e il professor De Martino ha usato la parola “diversità”. Eccole qui, le due parole emblematiche di tutta l’intera questione. Secondo me, a differenza della lingua italiana, le parlate nazionali, e quindi anche il barese, specialmente il barese, hanno oltre i loro significati, anche suoni diversi e, addirittura, “forme” grafiche particolari, quindi da vedere, da guardare anziché da leggere. Torniamo per un attimo ai suoni, noi abbiamo dei suoni gutturali retaggi di mari orientali, che difficilmente si può renderli nella scrittura, per cui bisogna usare degli artifizi, come per esempio la doppia consonante o, addirittura, la doppia vocale. Auandò è tutt’altra cosa che auuandò, almeno io la penso così. La diversità poi, che io sostituirei con la parola “varietà” è la cosa più bella del mondo; in un mondo futuro che io mi auguro venga presto, sarà splendido vivere nelle varietà linguistiche, espressive, musicali, comportamentali. Porre regole e limiti ad un fiume in piena come il linguaggio contemporaneo è secondo me operazione datata, vecchia e totalmente inutile e, tra l’altro, spia di mentalità ormai non più praticabili in un mondo variegato e in continua trasformazione come è il nostro. Se volessimo dare una parvenza di scientificità a ciò che scriviamo nei nostri trattati o trattatelli sul dialetto (sarebbe meglio dire, sulle nostre personalissime maniere di parlare il linguaggio dei nostri padri che già allora era diversissimo da quello attuale), dovremmo come minimo corredare il libro di un CD nel quale far notare certi suoni difficilmente de-scrivibili. In ogni caso, carissimo Felix, oltre la mia personale simpatia a amicizia per te, permettimi di salutarti con un gran brindisi alla varietà e al meticciato, categorie queste che difficilmente possono esser ingabbiate in regole e regolette che lasciano e lasceranno il tempo che trovano. Con tutto il rispetto naturalmente per chi non la dovesse pensare come me. Per quanto mi riguarda, sono sempre un umilissimo discepolo di Gadda e Camilleri che dopo essersi impadronito delle regole, le hanno disattese bellamente ottenendo risultati a dir poco straordinari. Tra l’altro come posso fare a meno di non usare nel mio lessico barese forme e meccanismi presenti nella mia famiglia, dove ci sono napoletani, santermani, tranesi ed ogni altro ben di dio? Senza dimenticare poi la mia grande ammirazione per certi accorpamenti di parole tipici della lingua tedesca? Vai tranquillo Felice, le tue perplessità sono la genesi più straordinaria e preziosa della tua libertà di pensiero. Un abbraccio e ammjìne tutte le penzjìere tù jìndosùghe, u resuldàte jè sembe de qualetà. Franz


Ultima modifica di Admin il Ven Dic 09, 2011 6:07 pm, modificato 1 volta

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GADDA E DIALETTI

Messaggio  felice.alloggio il Sab Dic 03, 2011 6:27 am

Caro Franz,
grazie per le tue gratificanti parole, sarebbe molto bello se tu vivessi qui a Bari perchè insieme ad altri amici avremmo anche potuto, perchè no, ricostituire all'interno du "Cafè andiche" di Maurogiovanni, un moderno caffè letterario e discutere, fra l'altro, del nostro dialetto, consumando uno spungato al caffè dell'antico Bar Sorgente, del borgo murattiano. Ma va bene lo stesso anche il forum.
Detto ciò, mi trovi assolutamente d'accordo su quelli che, a quanto vedo, sono due fra i tuoi autori preferiti, Gadda e Cammilleri. La lingua del Gadda ha una forte carica espressionistica, oltre ad essere uno scrittore anticonformista. Qualcuno, uno di quei critici letterari internazionali importanti, ha definito la scrittura del Gadda una "mostruosa miscela". E uno dei componenti di questa miscela è proprio il ricorso al dialetto, con il quale descriveva fedelmente - come facevano gli scrittori neorealisti - la realtà. In più lui ne rappresentava meglio gli aspetti deformati e grotteschi. Più dialetti inoltre, quello lombardo, il romanesco, e quelli meridionali, espressi nel famoso romanzo "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana". L'altra componente della miscela era il linguaggio scientifico e tecnologico - come sai era ingegnere , e conosceva molto bene la Filosofia - e, pertanto, questa mostruosa miscela gli consentiva di avere un lessico ora aulico, ora basso e degradato e molto efficace perchè con questa lingua egli demoliva le apparenze e le false certezze della società, svelandone le contraddizioni, le bassezze e le brutture.
Inzomme, sande dialètte, e sande scritture che attravèrse u dialètte nge fascene arrecherdà sèmbe u passàte, dadò venime, cessime, ce cose velime e, che nu cèrte andicepe, addò a ma scì a fernèsce!
Ciao Franz e buona fine settimana.
Felix

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DAL JAZZ AL DIALETTO

Messaggio  Admin il Ven Dic 09, 2011 5:51 pm

Ebbene sì mi è venuto in mente di parlare di jazz per poi arrivare al dialetto. Come molti di noi sanno, nella musica jazz c'è stato un pianista di straordinaria eccellenza che ha contribuito, con gli altri grandi musicisti del suo calibro, a scrivere grandi pagine di musica jazz. E' il mitico Thelonius Monk. Prima di entrare nell’argomento, mi piace dire che il jazz è esattamente come la conversazione fra esseri umani. Quando in un gruppo di amici capita un argomento, un tema, non ha importanza se frivolo o il contrario, ognuno parla sull’argomento sviluppandolo secondo la sua personale maniera di immaginarsi la vita, secondo la sua conoscenza dell’argomento medesimo, secondo quello che in quel momento gli viene in testa, e, ovviamente, secondo la propria sensibilità che è ovviamente diversa da quella degli altri. Ognuno insomma porta acqua al mulino della conversazione e alla fine ci si accorge che si è prodotto qualche cosa, non necessariamente sempre ai massimi livelli. Ci si è mossi comunque all’interno della propria creatività. La stessa cosa accade nella musica jazz. Quando si è esposto inizialmente il tema, i musicisti, secondo una certo ordine che non è sempre lo stesso, dipende da molti fattori, affrontano il tema musicale appena esposto e lo manipolano a loro piacimento secondo regole personalissime che sono diverse in ogni jazzista. Ed ora torniamo a Thelonius Monk. Una volta il nostro amico, parlando proprio della capacità di svisare, i musicisti classici direbbero di fare variazioni sul tema, disse “I made the wrong mistakes” mi capita di fare errori sbagliati Questa frase implicava il fatto che ci siano quindi errori giusti. Parrebbe strano ma è così; Monk intendeva dire che esistono errori che possono capitare durante un brano che se non hanno in sè la capacità di generare soluzioni all’errore medesimo, questi sono errori sbagliati. Capita talora ad un musicista di accorgersi che pur avendo fatto un errore, questo errore potrebbe addirittura fornirgli, non solo la possibilità di riparare all’errore medesimo, ma addirittura di suggerirgli un nuovo fraseggio che può portare a risultati straordinari, ancorchè inaspettati. Una teoria del genere ha permesso a Monk di ottenere risultati immensi. Chi si intende di pianoforte jazz può ben capire di che cosa stiamo parlando, ma spero che anche chi non suona strumento alcuno, si renda conto che, nell’economia di un racconto, durante un momento creativo comunque vogliamo chiamarlo, tutto è utilizzabile per migliorare sia sé stessi, sia il brano che si sta costruendo. In dialetto barese si direbbe sottouàstevèneuaggiùste. Non scandalizzatevi se le ultime parole le ho accorpate tutte insieme, Monk sorriderebbe e non si permetterebbe di rimproverarmi per nessuna ragione al mondo. Qui, come al solito fa un freddo che ve lo raccomando. franz falanga

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LA LIBERTÀ DI SCRIVERE IN DIALETTO A MODO LORO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Ott 15, 2012 6:06 pm

LA LIBERTÀ DI SCRIVERE IN DIALETTO


Vittorio Polito

Una ennesima dimostrazione che il dialetto ognuno lo scrive come gli pare e piace viene dalla recente pubblicazione della VII edizione (2011-2012) dell’«Antologia di Poesie in Vernacolo Pugliese», edito dalla UIL Pensionati di Bari e di Puglia e dall’«Associazione di volontariato per i Diritti degli Anziani» (ADA di Puglia).
Leggendo, infatti, alcune poesie e brani di autori baresi riportate nell’Antologia, si nota proprio che ognuno scrive il dialetto nella più ampia libertà, come potrete notare nell’ampio campionario ripreso dallo stesso volume e che di seguito riporto, relativamente ai soli autori contrassegnati come provenienza “Bari”.
Ancora una palese dimostrazione che nessuno vuole attenersi, né si attiene, a regole e regolette che molti tentano di imporre senza alcuna autorità e credibilità. Pertanto ai lettori le valutazioni e le conclusioni.


«Iè poèsì la diáne ca schiarèssce u Criàte
iè poèsì u dische solàre ca si iàlze chìine de prìisce,
ammenànne le ragge ndoràte de tutt’u Criàte…».
(Angela Troccoli, pag. 24)

«Mmènz’a a nu libbre de storrie d’amòre
tenève na fraffàdda mbalzamàte
e Ianne se stà strisce iòr’e iòre
stanne, mbàcce a nu pertòne… assittàte…»
(Michele Caldarulo, pag. 46)

«Na belle ddì, non zacce come me vennii,
a mamme me decibbche acchessì:
tu, mamme, tine tutte le cchiù belle qualetà,
ma te ne ammanghe iune, la cchià imbortante, l’eternetà…»
(Maria Pia De Vanna, pag. 84

«Pure nu poète chiànge:
ha schennùte iìnd’o core su nu mare de paròle;
parole ca fascene prèscià
parole scritte alla mègghie fescènne fescènne:
malingonì, iìnd’a chidde vìirse,
ca s’ammènene com’a cavaddùne iìnd’a mmàre»
oggne penzìire u fàscene ca non ze pòte scangellà:…»
(Pasqua Morcavallo, pag. 112)

«Vàseme sole. Sole ca-abbrùsce.
sole ca spàcche, chèssa tèrra mèa seccate.
Stogghe ddò, sdraiàte m-mènze o lèche,
a spettà ca sckàtte u core mì,
ca vuèsce cercànne amòre,
e m’ammìne iìnd’a le ferìte,
la lave de le ragge tu sckuànde,
pezzingh’a quànne u ccìilze, m’addolggissce le piàghe,…»
(Lydia Sorrentino, pag. 140)

«Ma no nde stavvirte
de tutte le danne ca staffasce
statappe opgne ppertuse
nde stapprofitte d’ogne situazione.
No nze pote allassae,
nemmanghe aschennute, nu vacande
che t’aappresinde tu,
e ch tanda forze e prepotenze, u jigne…»
(Paolo Titton, pag. 142)

«Da Trilussa àgghie pegghiàte nguàlche senètt,
veldànnu’a la Barèse e, pe respètt,
le vògghie fa canòsce a le Barìse,
c’u dialètt ca parlàm’a stu Paìse…»
(Arturo Santoro, pag. 166)

«U tèlèvisòre u vedèmme la prima volde ind’a nu bbarr
Non ze petève accattà percè le terrìse ièvene picche.
Po’ iìnd’a la famìgghie o pe conosscènze ngi fù ci s’u petève permètte…»
Acsì se mbetàve tutte a casa so, pe vedè u programme che acchemenzàve la sère…»
(Dora Bruno, pag. 190)

«Jè’ u du d’abbrile, sò le nove e trendasètte de la sère…
sime perdute a Jidde, u Pape… ma.. a và jésse vère?
Coma Lecì… à muérte Pape Geuanne Paule, si sendute?
adavère stà disce… pote jésse?...»
(Vito Antonio Corsini, pag. 266)

«U sé decembre, a prim’ore
m’abbatte forte u’ core
percè iè la feste de Sanda Necola.
Iì u voggh ad acchià a prime matine
Alla messe de tutte le vacandine…»
(Maria Pia Devanna, pag. 292)

«Iosce, alla condrore, sso dermute assà,
iè sabate e nan tenghe nudde da fa!
So penzionate, senze responsabbeletà,
nesciune programme,
ne ppe iosce e manghe ppe ccrà…»
(Tommaso Giannelli, pag. 348)

«Stà ci tene ind o core nu cane,
ci tène tant àmmore pu gattud e fàsce u gattar
e, invece, u àmmor mi iè u cànarin.
U cànarin mi iè bello àssai,
u teng inde a lo studio mio
e, acquande m’vogh pigghià na’ pausa
uacchiamend e mi sent addefrescàt e contènt…»
(Tommaso Guerra, pag. 366)

«Chian-chian, a pass a pass,
“U-lundì di Pasqua”
ci ni-sciam o canalon.
Nu pan e na ciquer, nu privolon
e nu-zul d mir-frsch,
ci’assidim a nu chiangon…»
(Giovanni Marcotriggiani, pag. 394)

«Ie’bella
tutta gnora gnora
coma nu carvon
la gnora che fasci
la badant
a ziannem
che s’ha fatt vecchi(a)…»
(Leonardo Nicoletti, pag. 424)

«Te canesciìbbe ca iìve na uaggnèdde
tìmede e sbarazzine,
e non zapève ca iìve n’affermàta sartìne,
allore te facìve corteggià,
mèndre te menàve le mane pe ballà;
tenìve tanda cose aschennùte,
iìve iùne ca tutte sapève fa,
fadegà, vestìsse, chcenà, arregettà,
iìve, pe mmè, com’o sole de mènzadì,
sbreggionìive tanda sembatì,
resàte e fedùgge a ttùtte…»
(Nicola Ranieri, pag. 480)

«Ciccille Passauà stève a spasseggià jìnd’o ciardìne,
c’u cagnèle su, peccenùnn e bell’assà,
c ange zembàve sèmbe ‘nzìne a… grefuà!...»
(Armando Santoro, pag. 490)

«U tramònde tène iìnd’a iìdde tutte
le chelùre du archebalène e se vèste de lore, dope
ca fatte vedè le cchiù bbèlle sfumatùre
s’appicce de russe sfumàte de rose
e và chiàne chiàne a reposasse viàte dà,
dopo l’orizzònde pe ghedèsse u prèmie meretàte…»
(Angela Troccoli, pag. 522)

«Salvatore Mattèe
de la Pugghie
si state u mègghie Rrè.
De la tèrre noste
u cchiù brave candastorrie
de meserrie e de fame
de brutte e de buène crestiane
de prijsce e de delure
de pène e d’amore
ca ijegnene tutte u core…»
(Giuseppe Zaccaro, pag. 546)

«Prima non stevene le solde
pe accattà le giocattele,
e nu peccennine n’ja arrangiamme
u stesse pe scicuà.
La pupe me la faceve
che le calzitte vicchie
ca scartave mamme…»
(Maria Zonno, pag. 548)

«Tutte le demèneche de Magge
u nònne me pertàve
prime a sendì la mèsse,
iìdde iève biatìidde,
e ppò quànne assèmme
passàmme da Marenarìidde
e m’accattave le cioccolate,
po’ scèmme a ffà na cammenàte
sop’a tutte la Meràgghie…»
(Enzo Migliardi, pag. 558)

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DIALETTO LIBERTA' DI SCRITTURA E ANARCHIA

Messaggio  felice.alloggio il Mar Ott 16, 2012 5:03 am

Prendo in prestito dal post precedente questi versi:

«Chian-chian, a pass a pass,
“U-lundì di Pasqua”
ci ni-sciam o canalon.
Nu pan e na ciquer, nu privolon
e nu-zul d mir-frsch,
ci’assidim a nu chiangon…»
(Giovanni Marcotriggiani, pag. 394)

e mi permetterei, con l'autorizzazione dell'autore,di scriverli come nel Seminario suggeriva Rosa Lettini ed altri, così:

"Chiane chiane, a passe a passe,
u lunedì de Pasque
nge ne sciame a u canalòne
Pane, cecuère e prevelòne
e nu fiasche de mirre friscke,
nge assedìme a nu chiangòne"
(Giovanni Marcotriggiani, pag. 394)

Chiunque può scrivere il dialetto come vuole ma un conto è la libertà che, comunque, deve sempre dare conto alle regole,come afferma anche la Costituzione Italiana: "La sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle leggi", un conto è l'anarchia.
Se questo poeta avesse conosciuto Rosa Lettini, avrebbe scritto in modo più leggibile per gli altri e sarebbe stato contento di farlo. Tutto qui. Ho parlato di Rosa Lettini perchè persona colta e istruita che ha saputo tenere testa negli anni che ha frequentato il Seminario a tutti quelli che dicevano che il dialetto solo loro lo sapevano scrivere.
Nel Seminaro nessuno ha voluto fare mai il professore e gli argomenti si sono sempre discussi, sia pure in modo acceso, nella massima libertà e cultura di chiunque, e infine deliberando sempre in modo democratico. Sarebbe davvero auspicabile che Rosa tornasse a dare i suoi preziosi consigli perchè le posizioni oltranziste e individualiste vanno contro l'amore per il dialetto e obbediscono a stimoli che definirli anarcoidi è benevolo. In realtà tali posizioni fanno moltissimo danno.
La libertà di poter scrivere ciascuno come gli pare il dialetto, è solo un alibi, perchè da tempo esistono delle regole consuetudinarie che vengono rispettate: parlo dell'uso della "e" muta finale di sillaba e parola; "le lettera J e k" usate rare volte; "l'assoluto non uso delle lettere W e Y": Non sono forse regole che vengono rispettate queste? E allore perchè non rispettarne altre che provengono oltre che dalla consuetudine anche dall'incontro e lo studio di persone civili. Sarebbe bello se in queste "Convention di Premiazioni della UIL" si parlasse anche di queste cose, cioè di come tutti potremmo sforzarci a scrivere più o meno allo stesso modo.
Questo è semplicemente un consiglio, poi che ognuno faccia e dica quel che gli pare e se ne assumi la responsabilità.
Tanti cari e affettuosi saluti
Felice

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DIALETTO & LIBERTA' DI SCRITTURA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ott 16, 2012 6:52 am

Senza scomodare la Costituzione Italiana, che in questo caso non c’entra nulla, è bene ricordare come scrivono i grandi autori baresi il vocabolo vino.

Mirre non è un vocabolo barese, semmai bitontino: re mmirre. (Colasuonno)

A Bari Vino si scrive, a seconda dei casi:

BARRACANO
Triùsche = Vino buono

DE FANO
Mmjere

FRANCO
Mìjre

GENTILE
Mjìre
Triùscke = Vino buono

GIOVINE
Mìire

MACINA
Mmjire

PANZA
Mmiire

ROMITO
Mijère
Triuscke = Vino di alta gradazione

SADA
Mière o Triùsche

SCORCIA
Mìire o Triùsche

PIU' LIBERTA' DI QUESTA


Vittorio E. Polito

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AH LE REGOLE!

Messaggio  Admin il Mar Ott 16, 2012 1:21 pm

Ho letto con interesse il post di Felix e il post di Vittorio. Mi permetto di intervenire con la mia opinione. Sono sempre più convinto che i linguaggi, quali che siano, si sono sempre evoluti nel tempo e nello spazio. Vedi per esempio il jazz, nato fra i derelitti, che si è evoluto moltissimo in un centinaio di anni ed è arrivato all’universalità. La pittura, la scultura, le arti plastiche e figurative hanno avuto al loro interno delle eresie e delle evoluzioni meravigliose. Ma torniamo alle parlate. Alla lingua italiana si sono aggiunte parole quali strafocare, dal napoletano/barese, sola dal romanesco, trombare un po’ da quasi tutte le parlate. Che male c’è in queste evoluzioni? Non le chiamerei anarchiche e non scomoderei la costituzione, fermo restando il punto che alla fine ognuno può pensarla come vuole. Se non ci fosse stata l’evoluzione formale dei linguaggi e delle parlate saremmo indietro di duemilacinquecento anni. A me vanno bene i seminari, gli eretici, i tradizionalisti, i non conservatori, la vita va avanti perché esistono queste differenze di potenziale. Se le differenze di potenziale non dovessero esistere, tutto diventerebbe tiepido e sterile. Stasera andrò alle prove del mio duo jazz di pianoforti e abbiamo in mente di scardinare certe regole del jazz, riscrivendo certi giri armonici e certe strutture tipiche dei brani jazz. Facciamo per caso operazione scorretta? I professori del conservatorio ci declasserebbero? Credo e spero proprio di no. Se dovessero farlo noi del duo NON ne saremmo minimamente toccati, resterebbe un loro problema non il nostro. Se tutti i musicisti jazz, ad iniziare dalla fine dell’ottocento, avessero suonato sempre nella stessa maniera sempre con le stesse regole, il jazz non sarebbe diventato quella meravigliosa forma di arte universale quale è all’oggi, e sarebbe scomparso molto molto tempo fa. Tornando alle regole di cui parlava Felix, l’uso della j, la e muta in fine di sillaba, ed altre sono regole arciconosciute da parecchie decine di anni. Sono valide non perché qualcuno ha detto che siano valide ma perché sono entrate di suo nella cultura dei nobili parlatori del barese. Mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione un piccolo brano che ho provato a scrivere in venetèse (veneto e pugliese) che ho pubblicato tempo fa. Potrei anche dire barèneto (barese e pugliese). Ho appena scritto due neologismi, spero proprio di non essere bacchettato da nessuno. La vita è fantastica non per le sue diversità (diversità è paola orrenda) ma per le sue infinite varietà. Eccovi il brano di cui vi ho dianzi parlato. Mi ha intrigato e mi ha interessato. Se qualcuno arriccerà il naso o mi interdirà dai pubblici uffici, o mi denunzierà alle autorità competenti gli sciorinerò in faccia il mio più bel sorriso e gli darò un buffettino sulla guancia. Dare regole alla fantasia è come voler fermare il moto del mare. Quanno molti anni fa, per ragioni di fatica e non soltanto per questa, me ne andai via dabbari, gli anni dopo mi trovai in mano un bel problema. Quello che mi addomannavano gli amici pugliesi ennò, e che qualche volta mi chiedevo anca mì, era se avessi nostalgia, se sentissi la presenza delle mie radici, della terra mia doriggine. Chè poi era doriggine fino ad un certo punto, visto che per metà mì sarìa napoitàn. Ma non divaghiamo, la maggior parte del mio tempo l’ho trascorsa abbari ed è quindi debbari che gavarìa caro parlàr. A tutti chissi kamaddomannàvano sò sempre rispinnuto che non soffrivo de nostalgia, che le mie radici stavano cchiù a Venezia dove me gavevo laureà architetto, più che a Bari, in Puglia insomma. A tutto questo gran gibillero si aggiungeva il fatto che i miei rapporti con la città della Fiera del Levante erano sempre stati di indifferenza se non addirittura di insopportabilità per tutta una serie di motivi che si possono tranquillamente incasellare nella categoria “quaità dea vita”. Ea quaità dea vita barese non me ga mai piasest nè me ga mai stimoeà. Tutto questo tran tran si è struzzulato nel corso degli anni, finchè, nadì di qualche anno fa, per ragioni musicali, mi capitò di scì per qualcheddì abbari peffà na jam session ke nu gruppe de malamende con i quali non avevo mai perso i contatti. Ladì karrevabbe abbare, sciebbe subbete per una vendina di minuti affarme nacamenata a un noto panificio barese per strafocarmi, è la parola asatta, na menza roda de fecazze. Fu tanne che mi accorsi che la fecazze era una delle componenti gagliarde delle mie radici, che guarda ea combinasiòn, iniziarono da allora a venire allo scoperto. Nei giorni seguenti mi accorsi che ea quaità dea vita verso la quale avevo formulà dei giudizi pesanti negli anni precedenti, la osservavo stavolta con altri occhi, nel senso che dall’odio era passato alla tenerezza. E contemporaneamente mi avvertivo che parlavo soltanto in dialetto collamisci, con gli incontri occasionali òbbar, ò giornalaio, e che sopogneccòse penzavo in dialetto. Quanne me ne venièbbe ndrète, tornandomene a risciacquare i panni in laguna, me ne avvertii che la fecazze, u dialetto, Bbari vecchio e la follia de la baresità avevano sempre fatto parte di me, malgrado il loro letargo detandànne. Fu acchessì che mi venne in mente di mandare in mona le mie ubbìe e di cercare di mettere ordine, si fa per dire, nel mio patrimonio linguistico barese. Cosa che ho cercato di fare con il massimo delle mie capacità di ricerca, di razionalità, di curiosità, di tenerezza, e, sopra ogni cosa, di senso dell’umorismo, senza l’aiuto del quale, no gavarìa scritto manco na mesa paginetta. Mi resta perciò il sottile piacere di rengrazzià na menza rota de fecazze ka me strafequàbbe diversi anni fa in una panetteria del centro murattiano. Gò proprio caro. franz falanga

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Messaggio  felice.alloggio il Mar Ott 16, 2012 8:31 pm

Se per voi va bene così, cioè che ognuno può scrivere come vuole il dialetto, allora smettetela di criticare chi scrive "io sono di Bari" "ii sò de BBare", ossia io (ii) e Bari (BBare).
Io invece sosterrò sempre la tesi che chi scrive Bari "BBare", e chi scrive io con "iì", sbaglia. E potrò farlo!
Buona serata


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AH, LE REGOLE!

Messaggio  alisce fritte il Mer Ott 17, 2012 7:57 am

In questa appassionata discussione si può rilevare come l'Admin e l'utente Vittorio E.Polito vadano sempre d'accordo. Per loro le regole non servono a niente. Evidentemente vivono nel mondo dei sogni e non si rendono conto che in Italia proprio perchè non si rispettano le regole si sta andando incontro alla catastrofe culturale ed economica. Per loro anche scrivere: "io ho andato" è giusto, tanto c'è la libertà di scrivere come si vuole. Ha ragione l'utente felice.alloggio quando afferma che questa è anarchia. Poi cosa c'entra la musica?
Per esempio COMANACOSALLADE, è un'espressione dialettale che ha 7 uscite vocali e, pertanto, si dovrebbe scrivere. "come a na cose e ll'alde", ma in nome della libertà di scrittura, ovviamente la loro libertà, perchè gli altri invece non hanno la libertà di scrivere Bare con due B (BBare), ecco scrivere incomprensibilmente ai più COMANACOSAELLADE. Che, a leggerlo a voce alta, si rimane senza fiato.
E la loro libertà li autorizza anche, in un altro post di Vittorio E.Polito, a scrivere un mese e mezzo prima un determinato evento.
Insomma, questo Forum è diventato un blog personale e, forse per questo, non ci scrive più nessuno dei tanti iscritti.
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DA FALANGA

Messaggio  Admin il Mer Ott 17, 2012 8:03 am

Caro Felix, io non ho MAI criticato chi scrive in maniera diversa da me. Quindi please, non farmi entrare in una polemica che non ho mai iniziato. Mi pare di essere sempre stato chiaro sul come la penso. Rispetto assoluto per chi non la pensa come me. Mi dispiace che tu mi abbia messo in penna concetti che non ho mai nè espresso nè pensato. Io continuerò a scrivere la mia parlata come mi riesce meglio, secondo me naturalmente, chiunque altro continuerà a scrivere la sua parlata, come gli riesce meglio naturalmente. Tutto qui. Possibile che questo MIO concetto sia così astruso? A questo mondo c'è spazio per tutti. Stammi bene. franz

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DA FALANGA

Messaggio  felice.alloggio il Mer Ott 17, 2012 10:35 am

Hai ragione Franz, scusami, però vedo che c'è alisce fritte che contesta il tuo COMANACOSAELLALDE!
Ciao belloccio.
Felix

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ANCORA SULLA LETTERA J

Messaggio  felice.alloggio il Lun Ott 12, 2015 4:33 pm

-[b] La lettera J faceva parte dell'alfabeto italiano, ma cadde quasi completamente in disuso fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento.
- In italiano pochissime parole vengono talvolta tuttora scritte utilizzando la J (jella, fidejussione, etc.), oltre a un certo numero di nomi propri di persona o di luogo (Jacopo, Jannacci, Jesolo – Leggi: Iacopo e non Giacopo; Iannacci e non Giannacci Iesolo e non Giesolo come taluni affermano quando si trovano davanti la lettera J)
- Se in un componimento in classe un alunno scrivesse fidejussione anziché fideiussione, non farebbe nessun errore di ortografia.
- Può essere usata al posto della i nei dittonghi, per indicare una i geminata finale (-ii), o nei gruppi di più vocali (come nella parola Savoja).
- Dunque sono in errore coloro i quali affermano che la lettera J (semivocale) non si usi nella lingua italiana, e sbagliano anche nel non volerla usare nel dialetto barese, nonostante per scrivere il dialetto barese utilizzino le lettere e la grammatica (in parte) della lingua italiana.
- Tanto è vero che la lettera J viene ancora usata per rendere il suono [ϳ] che in alcune lingue regionali sostituisce la -gl- dell'italiano ufficiale (come nel romanesco ajo per aglio; moje per moglie).(Fonte: Wikipedia)
Felix

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Re: DIALETTO & REGOLE

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