DIALETTO BARESE: CURIOSITA'

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ESSERE "senza sang"

Messaggio  Admin il Sab Apr 13, 2013 1:36 pm

RE: ESSERE "SENZA SANG"
Vittorio E. Polito il Ven 5 Apr 2013 - 19:36

.Sènza sanghe, secondo Giuseppe Romito, autore del “Dizionario della lingua barese” (Edizioni Levante, Bari), significa “insensibile”. Anche il “Nuovo dizionario dei baresi” (Levante Editori, Bari), di Enrica e Lorenzo Gentile dice la stessa cosa.
Franz Falanga nel suo libro “O Dadò o Dadà” (Adda Editore, Bari), scrive: “Essere una persona “senza sangue” è lo stesso che essere un pesce bollito, senza emozioni, senza sommovimenti del cuore. Un freddo in petto (Frìdde mbjìette) si direbbe in barese. Persona gelida, senza emozioni incapace di ridere e piangere. .
Vittorio E. Polito


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.


Re: essere "senza sang"
Dado Giorgio il Sab 6 Apr 2013 - 11:27

.grazie mille per la gentile e celere risposta, é stato molto utile.
PS ho immediatamente e provveduto a completare le credenziali del mio profilo come rischiesto.
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CHE BELLO IL NOSTRO DIALETTO (da La Gazzetta del Mezzogiorno 2007)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Mag 02, 2013 6:43 am

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IL RADDOPPIO

Messaggio  Admin il Gio Mag 02, 2013 7:41 am

Molto gradevole la lettera del signor Cassano alla Gazzetta. Mi ha fatto venire in mente altri raddoppi, citte citte e redenne redenne. Quest'ultimo, per esempio, più che un raddoppio del gerundio ridendo, è l'inizio di un certo tipo di ragionamento, per esempio: pareva che se ne venisse ridendo ridendo ed invece aveva ben altre intenzioni. Indubbiamente la ricchezza e la teatralità del dialetto barese ha dell'incredibile. Mi sono ricordato un altro raddoppio che ormai non viene più usato. Nacque quando si stava costruendo il Borgo Murattiano e capitava di andare da un palazzo ad un altro più distante, essendo costretti a camminare per qualche centinaio di metri ancora su terreni non edificati e quindi ricoperti di erba. Si diceva sò venute ierva ierve, sono venuto erba erba. franz falanga
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E MANIPOLIAMOLE QUESTE PAROLE!

Messaggio  Admin il Lun Mag 06, 2013 8:29 am

So benissimo che molti puristi arricceranno il naso, ma mi sto divertendo moltissimo per cui buon pro per chi non si troverà d’accordo con me. Sto manipolando un poco la scrittura di espressioni dialettali baresi, per l’esattezza sto accorpandone alcune insieme, rifacendomi a come si usa fare nella nobile lingua tedesca. Le vocali “e” quando sono accentate si pronunziano, quando non sono accentate non si pronunziano. Come la “e” muta in francese di “musique”. Ciò detto, eccovi qui alcuni esempi:



Nonngesìdescènnenùdde
Kamustògaccrèsce
Kamlastogaccrèsce
Indacchìssèdodì
Sèmìsouànne
Ecchèccàzz!
Avèvrasciònubbarlettàne
Addòiàvete?
Mèmòmelavoggaffà
Odadòodadà
Abbuènabbuène
Addòadafescì
Addòvvàbadànne
Addòsciàtebadànne
Aspìzzechèmmedìche
Dannadènze
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CONTINUA LA MANIPOLAZIONE

Messaggio  Admin il Lun Mag 06, 2013 3:45 pm

Vi propongo altre parole composte. So benissimo che appartengono ad un lessico da caserma, ma contemporaneamente appartengono a una ruvidezza genuina della teatralità del nobile dialetto barese. So anche che non esistono nella scrittura barese, ma esistono eccome! nelle sonorità della parlata barese.


Squàgghiasòle
Accàttusolevvènnelalùne
Maledèttattèèaccìtàddàtumanùbbriemm àne
Vafangùleattèèaccìtàddàteumanùbbriemmàne (va notata l’importante effe singola iniziale)
Auuàndopapùnne
Lamèrecabbèlle
Mmòccakkitemùertèstramùerte
Chèdachiàvechedemàmete
Chèdazòkkeledemàmete
Attèèaccitetrò
Akkèdengiuammenàbbe
Utènghefàtte
Latènghefàtte
Mòjèufatte
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da "LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" DEL 7 MAGGIO 2013, PAG. 24

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Mag 08, 2013 5:29 pm


C'E' QUALCUNO IN GRADO DI DARE UNA RISPOSTA?


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"Pregáme a la barése" Messaggio della Segreteria di Stato del Vaticano

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Mag 21, 2013 12:33 pm

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BICENTENARIO BARI MURATTIANA - DA "CONFCOMMERCIO MAGAZINE" N. 1-2013

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Mag 29, 2013 6:01 pm

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A PROPOSITO DI NDERRE A LA LANZE

Messaggio  Admin il Lun Set 02, 2013 8:38 am

A proposito dello straordinario luogo che a Bari viene chiamato ndèrre a la lànze  o ndèrre la lànze, io ho qualche considerazione da esporvi. Personalmente scriverei  ndèrrallalànze oppure ndèrrelalànze. Mi spiego subito: nel primo caso si configurerebbe una descrizione di località, a terra dove vengono tirate in secco le lance. Nel secondo caso parrebbe un ordine marinaresco, che siano tirate in secco le lance! Sono due ipotesi, prendetele per quello che sono, ipotesi e nulla più. franz falanga
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18 OTTOBRE SAN LUCA E PREGHIERA DEL MEDICO IN DIALETTO BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ott 08, 2013 8:25 am

http://www.giornaledipuglia.com/2013/10/san-luca-protettore-dei-medicisi.html



8  OTTOBRE  2013

San Luca, protettore dei medici, si ricorda il 18 ottobre


 
di Vittorio Polito

Il 18 ottobre il calendario liturgico ricorda San Luca, dal latino lux, lucis, “luce”, evangelista, medico di origine pagana e forse anche pittore. Figlio di pagani, Luca appartiene alla seconda generazione cristiana. Compagno e collaboratore di San Paolo, che lo chiama «il caro medico», è soprattutto l’autore del terzo Vangelo, attraverso il quale ci fa intuire di aver conosciuto personalmente la Madonna, dalla quale avrà ascoltato i particolari intimi e dolci dell’infanzia e della vita di Gesù.

Secondo le fonti, Luca, uomo colto con inclinazioni artistiche e gusto letterario, fu cittadino di Antiochia in Siria, ove svolse la sua professione medica. Fu martirizzato a 84 anni. Luca è considerato colui che nella sua opera ha rivelato il volto misterioso di Dio.

Secondo la leggenda Luca fu anche pittore al quale si attribuiscono molte raffigurazioni della Vergine, forse per il fatto che meglio di ogni altro evangelista ha tratteggiato la figura della Madonna. Questo probabilmente il motivo che lo vede protettore dei medici, dei pittori, scultori ed artisti in genere.

Nell’iconografia popolare San Luca è affiancato da un bue alato che simboleggia il suo Vangelo. Luca viene inoltre rappresentato mentre scrive il suo libro o mentre ritrae la Vergine Maria.

Le sue ossa furono trasportate a Costantinopoli nella famosa Basilica dei Santi Apostoli, quindi giunsero a Padova, dove tuttora si trovano nella Basilica di Santa Cristina. La sua testa è stata traslata dalla Basilica di Santa Giustina alla Cattedrale di San Vito a Praga nel XIV secolo. Infine una costola del corpo di San Luca è stata donata nel 2000 alla Chiesa greco-ortodossa di Tebe. Esiste un’altra reliquia della testa del Santo nel Museo Storico Artistico “Tesoro” nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Per l’occasione mi piace pubblicare la toccante «Preghiera del medico» (Preghíre du Mídeche) composta da Nicola Simonetti, medico e giornalista, tradotta liberamente in dialetto barese da chi scrive e da Rosa Lettini Triggiani.


PREGHIERA DEL MEDICO
di Nicola Simonetti

Accorri in mio aiuto, o Signore, mia salvezza.
La mia mano è stata chiamata più volte a guarire, la mia mente ha lottato per guarire, il mio cuore voleva sanare gli altri; mano, mente e cuore però sono malati anch’essi, non sanno strappare quel velo che tu hai posto davanti alla malattia e  al dolore.
Aiutaci, o Signore, a guarire la nostra persona perché possiamo essere quel medico di cui il Siracide (38, 1-15)
dice che tu hai creato perché ce n’è bisogno.
Ti offro oggi, o Signore, il lungo grido di ribellione degli uomini schiavi del dolore.
Ti offro l’umiliazione e la pena di ognuno, la lotta di tutti e la sofferenza dell’uomo ansioso, che non si è potuto confidare.
Ti offro la pena di coloro che attendono una visita medica e non la ricevono.
Ti offro la pena di coloro che vogliono un posto in ospedale e non riescono ad entrare.
Ti offro la mestizia di chi muore solo,
la disperazione di chi si uccide.
Ti offro gli invalidi per le nostre mancanze, gli inabili per carenti prestazioni, gli anziani e i reietti perché cronici.
I malati a cui non riusciamo a dire la verità, quelli che non riusciamo a curare perché manca una macchina, un farmaco o un uomo.
Quell’esercito di afflitti che lottano
con l’arma della sofferenza, perché siano liberati i loro fratelli.
E io sono qui mentre essi soffrono
e l’amore di me rende sordo al loro grido.
L’amore di me, Signore, è un veleno che gusto ogni giorno.
L’amore di me, Signore, mi trova perfetto medico.
L’amore di me mi compatisce
E trascura la sofferenza altrui.
L’amore di me mi incita a guadagnare denaro e ammucchiarlo.
L’amore di me mi suggerisce di visitare gratuitamente dieci malati perché sia addormentata la mia coscienza, e uno poi, paghi per tutti.
L’amore di me fa ammonticchiare riviste e libri.
E mi infila tight e toga.
L’amore di me è soddisfatto di me.
Ma questo amore di me, Signore, è un amore rubato.
Era destinato agli altri e ora crea la miseria umana, la sofferenza umana, le ingiustizie, le umiliazioni, le disperazioni.
Abbiamo rovinato l’amore, ho rovinato il tuo amore, o Signore.
Oggi ti chiedo di aiutarmi ad amare.
Signore illumina con la tua luce gli afflitti, perché siano giusti nella lotta, generosi nel dono.
Purifica il nostro cuore, affinché possiamo capire il fratello che soffre,
perché possiamo non rubare più l’amore, perché possiamo offrirti, alla fine dei tempi, il paradiso che con i nostri pazienti avremo costruito con le nostre mani.

PREGHÍRE DU MÍDECHE
Traduzione di Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani

Segnóre Dì, salvèzza mè, seccùrreme!
La mána mè chiú vòlde iè state chiamáte a uarì, la mènda mè ha combattùte pe curá, u córe mì veléve dená la salùte a  ci sòffre; ma máne, mènde e córe  sò malàte pure lóre, non rièscene a scuarciá  cùdde véle ca tu si puèste nànze a la malatì e o delóre.
Segnóre Dì, dange a nú mídece la fòrze de uarì da le mále nèste percè ognùne de nú vóle ièsse cùdde mídeche ca, cóme dísce u Sìracide (38, 1-15), tu  si criàte percè nge ne sta besègne.
A tè, Segnóre, affìdeche iósce u grite sènza fìne de ci  schiàve du delóre se rebèlle.
A tè, Segnóre, affìdeche l’umigliazióne e la péne d’ognùne, la lòtte de tùtte, u delóre du uòmne anziùse ca non s’ha petùte hemmetá, u affànne de chìdde ca stònne ad aspettá la vìsete du mídeche ca non arrìve e de chìdde ca vòlene  nu pòste o spetàle e non rièscene a trasì.
A tè, Segnóre, affìdeche la malanghenì de ci móre súle, la desperazióne de ci se léve la vìte.
A tè, Segnóre, affìdeche ci ha remanùte strepiàte pe le mangànze nòste, ci non è chiú iàbele percè u sime trascuràte, l’anziàne, chìdde ca vènene abbandenàte pe na malatì ca non uarìsce chíú; le malàte ca vòlene sapè e nú non tenìme u coràgge de dísce la veretá, chìdde ca non riescìme a curá percè mànghe na màgghene, na medecìne o ci àva operá; tùtte l’afflìtte ca combàttene e sòffrene  pe liberá le fràte lóre da la malatì.
E mèndre lóre patìscene ji stògghe dó e u amóre de mè me rènne sùrde o grite lóre.
U amóre de mè, Segnóre, iè nu veléne ca me gùsteche ogneddì.
U amóre de mè, Segnóre, me iàcchie mídeche bràve e onèste.
U amóre de mè me chembatìsce
e non abbàde a le péne  de l’alde.
U amòre  de mè me spènge a uadagná terrìse a mùzze e astepàlle.
U amóre de mè, me chenzìglie de vesetá ndùne désce malàte p’accheièsce  la chesciènza mè, tànde pó iùne pàghe pe tùtte.
U amóre de mè me fásce ammendrená libre e revìste  e me fásce vestì tight e tóghe.
U amóre de mè  iè chendènde de mè.
Ma cùsse amóre, Segnóre, iè n’amóre arrebbàte.
Iére destenáte o pròsseme e mbésce mó criésce o uòmne  mesèrie, péne, umigliazióne, desperazióne e nu mùnne sènza gestìzie.
Sime arruináte u amóre.
Sò arruináte u amóre tú, Segnóre.
Iósce recòrreche a tè pe ièsse aietàte ad  amá.
Segnóre, lumenísce che la lúscia tó l’afflìtte pe na lòtta giùste, pe nu dóne che tutte u córe.  
Purifechísce u córe nèste, pe fànge accapì u fràte ca sòffre, pe fá sì ca non arrebbáme chiú  u amóre, pe dànge la possibeletá de fá dóne a tè, a la fine du mùnne, de nu paravìse c’avima costruì che le máne nòste nzíme a le malàte nèste.
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«LE TRE SÒRE» DI PINO GIOIA PUBBLICATE DAL «NOTIZIARIO DI SANTA CROCE»

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ott 29, 2013 6:10 pm

PINO GIOIA, noto ingegnere, prolifico poeta dialettale barese, premiato numerose volte a concorsi di poesia, autore di alcuni volumi con le sue poesie, questa volta ci propone «LE TRE SÒRE» ovvero il famoso miracolo di San Nicola che donò a tre ragazze baresi la dote per farle maritare. Questo suo ultimo lavoro è stato pubblicato sul «NOTIZIARIO DI SANTA CROCE» che sottopongo all'attenzione dei visitatori di questo sito.



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LA RICCHEZZA DEL VOCABOLARIO BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ott 29, 2013 7:10 pm

Mi capita di leggere sul "Nuovo dizionario dei baresi" di Enrica e Lorenzo Gentile (Levante Editori) alcune parole che in dialetto barese si traducono in un innumerevole numero di vocaboli, segno della ricchezza del vocabolario di casa nostra. Eccone qualcuno:

SCIOCCO =

Allòcche, babbè, babbione, babbuasse, bàbbue, babbuìne, babbuòne, baccalà, baiàcche, beffettòne, calascione, capacchiòne, capavacànde, cape d'acjiìdde, cape de chiumme, cetròne, chechè, checòmmere, chiacòne, cocò, fèsse, fessòne, jè jè, jè du june, lambasciòne, lòcche, lumacòne, maccaròne, mammalùcche, mamòne, maulòne, menghiarìle, pabberùsse, pappamòsque, pernacchie, pernacchiòne, piùsse (arcaico), prevelòne, quaquè, rebambìte, scapecchiòne, sceme, sceme cocò, scèmefèsse, scemòne, stegghefìsse, tòddere, toddre, tremòne, vavòne.

SCIOCCHI =

Fjìsse, modi di dire: "cudde maccaròne schenzàte" - "tremòne a vjìnde"; proverbio: "Le fjìsse stonne a ppane e jacque".

SCHIAFFO =

Buffe, cannàle, carìzze, cheppìne, chianèdde, cjìnghe dèscete, cinghe màgghie, garzàle, lavamùsse, leccamùsse, lisce e busse, mafòne, mandelline, , mandòffe,  mappìne, marvètte, pjiòne, porte e annùsce, recchiàle, salescìnne,  salvjìètte, sberle, scennènde, scennìzze,  scervegliòne, sciacquadjìnde, sckaffe, screfegghiòne,  scuèrze, senagghjière, senètte, serchiàle, serchiòne, serdellìne, sighetenòsse, sin'e nnone, suàtte,  sucamèle, sùrchie, svèndele, uànde, và e vjìene, vendagliètte, vertellìne, vertuine.  
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IL GIORNALISTA DI OGGI - U GIORNALÌSTE DE IÓSCE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 02, 2013 4:09 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2013/11/il-giornalista-di-oggi.html





2  NOVEMBRE  2013

Il giornalista di oggi

di Vittorio Polito

Cultura e Spettacoli
11/02/2013 01:18:00 Pm


Il lavoro del giornalista è essenzialmente quello di rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione, ricercando e diffondendo notizie che ritiene di pubblico interesse, scrivendo sempre la verità. Il suo lavoro è ispirato ai principi della libertà d’informazione e di opinione previsti dalla Costituzione e regolato anche dalla legge n. 69 del 3 febbraio 1963. Tra i suoi doveri vi è quello di rispettare la persona, la sua dignità, il suo diritto alla riservatezza e non dovrebbe discriminare nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche, ecc.

Solitamente è un professionista serio e scrupoloso che si dedica con passione al suo lavoro, con il senso di curiosità che lo contraddistingue, curiosità che lo porta ad attingere notizie da ogni dove, a partecipare a conferenze-stampa, a presentazione di libri, insomma ad ogni sorta di evento per poter dare, possibilmente, in anteprima notizie e resoconti al lettore. Ha il suo protettore, San Francesco di Sales, che si festeggia il 24 gennaio, considerato anche pioniere del volantinaggio, dal momento che faceva scivolare messaggi religiosi su foglietti che provvedeva a far inserire sotto gli usci o incollandoli sui muri.

Oggi l’attività giornalistica è un po’ cambiata anche perché alla carta stampata si è aggiunta quella online per cui il numero degli addetti è aumentato notevolmente, anche se non tutti sono iscritti all’Ordine. Ma al di là di diritti e doveri mi piace sottoporre all’attenzione dei colleghi e dei lettori queste quattro strofe che ho dedicato al “Giornalista di oggi” (U giornaliste de iósce), che lo vede scrupoloso professionista e decoroso lavoratore, che corre sempre di qua e di la nel tentativo di arrivare sempre primo con la notizia dell’ultim’ora. Senza trascurare quell’altra lunga schiera di giornalisti che si dedicano ai fatti della cultura, della politica, della giustizia, dello sport, dell’economia, del gossip, ecc.. Insomma tutti lavoratori che insieme al Direttore o ai Capi Redattori sottopongono ogni giorno fatti e misfatti del nostro Bel Paese o della nostra bella Bari ed ai quali tutti auguro buon lavoro.


U GIORNALÌSTE  DE IÓSCE      
di Vittorio Polito    

Fadegatòre e nzìste nzìste
ié vére segnóre u giornalìste
ca fescènne da dó e da dá
téne sèmbe iàlde la dignetá

e pure ce fatìche mènz’a le stràte
che le crestiàne assá desgraziàte,
mandéne vive u onóre
ca téne stritte stritte jind’ò córe.

Che tànda delgèzze e serenetà
a l’informazióne dá libertá
mandenènne che decisióne
u respètte de la Chestituzióne!

Sópe o lavóre iè nu tresóre;
suse e sòtte, pe ióre e ióre
va scheprènne a ògne pendóne
le bescì du mbrestulóne

e fescènne fescènne o giornále,
cu segréte professionále
s’amméne a la redazióne
e cònde le fatte d’ògne nazióne.

U ambiènde iè assá ’mbortànde
percè dá s’àcchiene tutte quande
ca, pertànne le netìzie o direttóre,
cóme ce fòssere fràte e sóre,

se scàngene na grànne chellaborazióne
chiéna chiéne de tanda struzióne
e che nu picche de díscia dísce
fàscene u pòste assá de prísce.

Iè u chiú mègghie rè u prengepàle
ca fásce assì nu giornále
ca, che scritte nderessànde
dá culdùre a tùtte quande.

Ognedùne, biànghe o gnóre,
póte lésce a ògn’e ióre
e canòsce ogne pendóne
pure ce non sàpe la religióne.


IL GIORNALISTA DI OGGI

Lavoratore e scrupoloso
è vero signore il giornalista
che correndo di qua e di là
ha il decoro sempre alto

e anche se vive nelle strade
con le persone assai sciagurate,
mantiene vivo l’onore
che ha stretto stretto nel cuore.

Con tanta dolcezza e serenità
all’informazione dà libertà,
mantenendo con decisione
il rispetto della Costituzione.

Sul lavoro è un tesoro;
su e giù, per ore ed ore
va scoprendo a ogni angolo
gli inganni dell’imbroglione

e velocemente al giornale,
col segreto professionale
si precipita alla redazione
e racconta i fatti di ogni nazione.

L’ambiente è assai importante
perché là si ritirano tutti quanti
che, portando gli articoli al direttore,
come fossero fratelli e sorelle,

si scambiano grande collaborazione
piena piena di tanta istruzione
e con un po’ di chiacchiericcio,
rendono il posto assai allegro.

È il miglior re il principale
che fa uscire un giornale
che, con articoli assai interessanti,
dà cultura a tutti quanti.

Chiunque, bianco o nero,
può leggere ad ogni ora
e conoscere ogni luogo
pur se ignora la religione.

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PREGARE IN DIALETTO SULLA PUNTA DELLE DITA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 09, 2013 3:26 pm

center]http://www.giornaledipuglia.com/2013/11/si-puo-pregare-sulla-punta-delle-dita.html


9 NOVEMBRE 2013

Si può pregare sulla punta delle dita anche in dialetto barese

Bari, Chiesa, Territorio
11/09/2013 01:16:00 PM



di Vittorio Polito

Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. La stessa Chiesa si legge nella ‘Gaudium et Spes’ – «fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli». Pertanto gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue e di dialetti che li pone di fronte ad una scelta difficile: in quale lingua tradurre? L’essenziale è tradurre preghiere e Sacra Scrittura in una lingua il più largamente comprensibile. E a Bari non possiamo che utilizzare, dopo l’italiano, il dialetto barese.

Tra le regole per imparare a pregare vi è quella che recita «Anche il corpo deve imparare a pregare» (Gesù si gettò a terra e pregava... (Mc. XIV, 35). Pertanto non si può escludere il corpo quando preghiamo. Il corpo influenza sempre la preghiera, perché influenza ogni atto umano, anche il più intimo. Il corpo diventa così strumento di preghiera.

La conferma viene da Papa Francesco che, alcuni lustri fa, prima di essere elevato alla guida della Chiesa Cattolica, quando era Vescovo di Buenos Aires, scrisse «La preghiera sulla punta delle dita» coinvolgendo nelle orazioni il corpo e in special modo le dita della mano, suggerendo un piccolo ausilio, utile a tutti, per facilitare ed aiutare a pregare.


Allo scopo di dare maggior forza e comprensione al suggerimento di Sua Santità e nello spirito del Concilio Vaticano II, abbiamo tradotto, liberamente in dialetto barese, «La preghiera sulla punta delle dita», auspicando che in dialetto si possa raggiungere più facilmente Dio.


La preghiera sulla punta delle dita
di Papa Francesco


Papa Francesco consiglia di recitare una preghiera sulla punta di ciascun dito della mano.

1. Il pollice è il dito più vicino a te. Comincia quindi a pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per le persone a noi care è “un dolce obbligo”.

2. Il secondo dito è l'indice. Prega per quelli che insegnano, educano e curano: gli insegnanti, le guide, i medici, i sacerdoti... Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare la via giusta agli altri. Ricordali nelle tue preghiere, sempre.

3. Il medio è il dito più alto. Ci  ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, per i parlamentari, per gli imprenditori e gli amministratori. Sono le persone che dirigono il destino del nostro Paese e guidano l’opinione pubblica. Hanno bisogno della guida di Dio.

4. Il quarto dito è l’anulare. Molti saranno sorpresi, ma questo è il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. E’ li a ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha problemi da affrontare, per i malati. Le preghiere per loro non saranno mai troppe.
L’anulare ci invita a pregare anche per  le coppie sposate.


5. E per ultimo c'è il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci di fronte a Dio e al prossimo. «Gli ultimi saranno i primi», dice la Bibbia. Il mignolo ti ricorda di pregare per te stesso. Solo quando avrai pregato per i bisogni degli altri, potrai capire meglio quali siano le tue vere necessità e guardarle dalla giusta prospettiva.
----------------------------
Il modo di pregare è ripreso dal tascabile “La preghiera sulla punta delle dita” della collana “Un pensiero per te”, a cura di Renzo Sala, (Edizioni San Paolo 2013).  



La preghiera sulla punta delle dita di Papa Francesco
Libera traduzione in dialetto barese di  Vittorio Polito e Rosa Lettini Triggiani

Pape Frangìsche consìglie de dísce na preghíre sópe a la pònde de iògn’e dìscete de la máne.

1. U dìscete grèsse iè cùdde chiú vecìne a tè. Acchemìnze quinde a pregá pe chìdde ca te stònne chiú vecìne e te vènene a mènde chiú spìsse. Pregá pe lóre iè dòlge assá.

2. U seconde dìscete iè l’ìndece. Príghe pe chìdde ca nzègnene, aduchèscene e cùrene: maièste, guìte, mídece e saciardóte... Iàvene abbesègne de sestègne e sapiènze pe petè indicá a l’àlde la strata giùste.

3. U dìscete de mènze iè u chiú iàlde. Nge fásce penzá a le ghevernànde nèste. Prìghe pu presedènde, pe le polìdece, pe l’industriàle e pe chìdde ca cùrene la cósa pùbbleche. Sò lóre ca decìdene u destìne de la pàdrie e du pòbble. Dì l’àva guìdá e lumená.

4. U quarte dìscete iè l’anulàre. Non tutte u sàpene, ma iè cùsse u dìscete chiú dèbbue, cóme póte combermá qualùngue maièste de piáne. Sta dá a recherdànge de pregá pe le chiú dèbbue, pe ci téne probblème, pe le malàte. Le preghíre pe lóre non sò má abbastànze.
L’anulàre nge mbìte a pregá pure pe le còppie spesàte.

5. U l’ùldeme iè u mìgnue, u discete chiú peccenùnne de tutte, cóme peccenùnne  nge avìma sendì nú nanze a Dì e o pròsseme. «L’ùldeme hanna ièsse le prime», dísce la Bibbie. U mìgnue t’arrecòrde de pregá pe tè stèsse. Soldànde quànne si pregàte pe le besègne de l’alde, àda petè capì mègghie de ceccóse tu ià adavére besègne.
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NATALE E DIALETTO UNITI DALLA POESIA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Dic 22, 2013 11:20 am

http://www.giornaledipuglia.com/2013/12/natale-e-dialetto-uniti-dalla-poesia.html



22 Dicembre 2013

NATALE E DIALETTO UNITI DALLA POESIA



di Vittorio Polito - Il presepio è la rappresentazione plastica della nascita di Gesù che si fa nelle chiese e nelle case nel periodo natalizio, riproducendo scenicamente, con statue, statuette e vario altro materiale, le scene della Natività e dell’Adorazione dei Magi.
Il presepio che si realizza ancora oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme. Nel 1223 a Greccio, in Umbria, per la prima volta arricchì la Messa di Natale con la presenza di un presepio vivente, episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.  L'opera ideata da san Francesco venne chiamata Presepio o Presepe, termine di derivazione latina indicante la stalla, e anche la mangiatoia che si trova in quell’ambiente definito anche ‘recinto chiuso’.

Qualche anno fa mi è capitato di ascoltare, durante la Messa di Natale, per la prima ed unica volta, la declamazione di una poesia sull’argomento, non in italiano o latino, ma in dialetto barese e letta dal celebrante.
Ciò sta a significare ancora una volta che il dialetto, la lingua dei nostri padri, si rivela utile anche per trasmettere messaggi di fede e di speranza.
La poesia, di autore sconosciuto, fu letta come messaggio di augurio della Commissione Cultura e Comunicazione pro-tempore della Parrocchia di Sant’Antonio di Bari, rivisitata da chi scrive, per darle una forma più conveniente sotto il profilo della scrittura del dialetto ed anche liberamente tradotta in lingua.

NATÀLE

Jind’a chèssa vescìgghie
chiène de lusce enùddle, tra
capetòne, augurie e tanda jose
jì me ne sò sciute
jind’a na chièssie, sò state citte citte
sò acchiedùte l’ècchie e sò sendute
la vosce du Natàle:
«Uagnùne – me dèceve – addò sciàte?
non avite angòre accapesciùte ca avaste
nu picche d’amore, picche quànne a la lusce
de na cannèle, p’appeccià tutte le
lusce de stasère?»

(In questa vigilia ricca di inutili luci, tra capitone, auguri e tanto chiasso, me ne sono andato in una chiesa, stando in silenzio. Ho chiuso gli occhi ed ho sentito la voce del  Natale: «Ragazzi – diceva – dove andate? Non avete ancora capito che basta un po’ d’amore, poco quando la luce di una candela, per accendere tutte le luci di stasera?»).
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Re: DIALETTO BARESE: CURIOSITA'

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Dic 22, 2013 7:14 pm

L'8 MAGGIO 2001, CON LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, FU DISTRIBUITO IL VOLUMETTO DI ROBERTO CAVONE (DISEGNI) E ANTONIO PORTA (TESTI), "TRE CARACCHE VERSO MIRA" (FOTO). LA STORIA DELLA TRASLAZIONE DI SAN NICOLA RACCONTATA A FUMETTI ED IN DIALETTO BARESE CON LA CONSULENZA STORICA DI NINO LAVERMICOCCA E LA COLLABORAZIONE DI PIERLUIGI LAVERMICOCCA E CONTRIBUTI DI VITO MAUROGIOVANNI E NICOLO' CARNIMEO. IDEAZIONE E REALIZZAZIONE A CURA DI PAGINA, LA CITTA' CREATIVA E VEDETTA DEL MEDITERRANEO (PAGINE 120).


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COME SI SCRIVE "A TERRA LA LANCIA" IN DIALETTO BARESE?

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ago 21, 2014 4:45 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/come-si-scrive-in-terra-la-lancia-in.html


giovedì 21 agosto 2014

Come si scrive «In terra la lancia» in dialetto barese?



di Vittorio Polito

Volevo scrivere questa mattina in dialetto barese «in terra la lancia», ma dopo aver consultato libri e giornali, mi sono ricreduto a giudicare dal guazzabuglio di modi di scriverlo, anche da parte di autori che vanno per la maggiore. Ho trovato ben 12 modi di scriverlo e mi sono fermato, probabilmente hanno tutti ragione, a modo loro. Infatti si notano accenti gravi e acuti, doppie D, trattini, apostrofi. Insomma c’è di tutto per confondere le idee allo sprovveduto poeta o scrittore in erba che manca dei mezzi e dell’esperienza necessari per scrivere nella lingua madre.

Chiedo allora a coloro che tentano di dettare, o meglio imporre, le regole, come dovrebbe fare uno che si accinge a scrivere qualcosa in dialetto che tratta l’argomento «in terra la lancia»? Dovrebbe fidarsi degli imbonitori che esaltano le qualità della propria ‘mercanzia’ o scrivere come meglio credono?

Propongo all’attenzione degli interessati i 12 modi trovati affinché si rendano conto in quale grande e disordinata confusione si trovano molti dialetti, tra cui il barese che, a dire degli esperti, è una parlata, quindi prevalentemente orale, che diventa abbastanza difficoltoso trascrivere.

Armando Santoro in una lettera alla “Gazzetta” scriveva che «Il dialetto una cosa è parlarlo, ma cosa ben diversa è scriverlo, essendo un idioma che alle sue origini non ha alcuna grammatica», quindi ognuno lo scriva a modo suo senza starsi a preoccupare dei presuntuosi “professori” di turno che ostentano di sapere tutto e bene, tentando di dettare regole a chicchessia.


’NDÈRRE A LANZE
N-DDÈRR A LA LANZE
NDERR A LA LANZE
NDÉRR’A LA LANZE
NDÈRR’A LA LANZE
NDÈRR’A LA LANZE
N-DÈRR’A LA LANZE
NDERR’LA LANZE
NDERR-A LA LANZE
NDERRE A LA LANZE
NDÉRRE A LA LANZE
NDÈRRE A LA LANZE

COMMENTI

A mio parere il modo di scrivere ndérre a la lanze è come te lo trascrivo senza apostrofi o trattini o come ti accennavo si potrebbe eliminare la e finale di ndérre per l'incontro delle due vocali tra cui la e finale completamente afona; l' accento di ndérre deve essere assolutamente acuto per la fonia che diamo alla stessa e.   Comunque andiamo ad analizzare insieme il tutto:
- terra si traduce térre
- per terra o in terra si traduce ndérre dove la t diventa d quando preceduta dalla preposizione
- a la si traduce alla
- barca si traduce lanze
Il baresismo (vocabolo da me coniato) non è altro che una frase che non si può tradurre alla lettera ed il nostro vernacolo ne è ricchissimo.
Non potendosi tradurre alla lettera viene fuori il baresismo: ndèrre a la lanze sta a significare letteralmente: dove la barca tocca terra e rimane fino ad uno nuovo utilizzo.
Vito Antonio Corsini
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L'ELICOTTERO? L'HA INVENTATO UN POETA DIALETTALE BARESE: GAETANO GRANIERI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ago 26, 2014 5:12 am


http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/lelicottero-lha-inventato-gaetano.html
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CALECCHIE

Messaggio  felice.alloggio il Gio Ago 28, 2014 5:19 am

Apprendo stamattina da un video in cui il mio amico Davide Ceddia, musicista e attore, chiede a Felice Giovine, noto cultore ed esperto di dialetto, l'etimologia del termine dialettale "Calècchie".
Il significato si sa è "nulla, niente". Es: Cosa c'è da mangiare? Calècchie, ossia niente!
Il termine secondo il Giovine significherebbe, etimologicamente parlando, testicoli delle seppie, ossia "le chegghiùne che le rècchie"
    Le chegghiùne de le sècce di solito venivano buttati via, e sono sistemati all'interno del corpo della seppia che, come si sa, ha anche due finissime alette laterali.  Nel gioco marinaresco (scecuannàre marenarèsche)  poi si è inventata la frase: "chegghiùne che le rècchie" che sono i testicoli delle seppie proprio perché all'esterno del corpo e in prossimità dei loro testicoli hanno le due alette che assomigliano a due orecchie;  e "chegghiùne senza rècchie" invece sono i testicoli umani.
  Di tutto questo c'informa il Giovine che ringraziamo per l'interessante delucidazione del nostro splendido e sempre sorprendente dialetto, una informazione etimologica che non è presente in nessun dizionario dialettale barese attualmente in commercio. Solo il Falanga nel suo lessico "O dadò o dadà" offre un'altra spiegazione: egli afferma che "le Calècchie so le cazze a n'ècchie" come dire la risposta secca di una persona scostumata!  
  Ciao, Felix


Ultima modifica di felice.alloggio il Ven Ago 29, 2014 5:16 am, modificato 2 volte
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RE CALECCHIE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ago 28, 2014 6:56 am

Caro Felice,

di sciocchezze se ne dicono tante. L'ultima è quella relativa ai testicoli della seppia. Le seppie hanno un solo testicolo e non sono quelle alette che si vedono al di sopra indicate come "testicoli di seppia". Infatti l’apparato riproduttore è al centro nella parte posteriore.

SEPPIA
Se si tratta di un maschio si vedono i due sacchi escretori che avvolgono la vena cefalica e sono in comunicazione fra loro e con un terzo sacco posto più profondamente. All'estremità aborale (lontano dalla bocca, all'opposto) si trova il testicolo avvolto da una membrana. Il condotto genitale e le ghiandole annesse sono posti a destra, sotto l'organo escretore.
I maschi possiedono un singolo grande testicolo, una vescicola in cui si formano le spermatofore e una sorta di sacca in cui queste si accumulano. Le spermatofore sono dei "contenitori" di spermatozoi che vengono inseriti all'interno della cavità palleale della femmina per mezzo di un tentacolo modificato, detto ectocotile.
Da Wikipedia
D) sistema riproduttore : i Cefalopodi sono perlopiù animali gonocorici (solo alcuni calamari abissali sembrano essere ermafroditi) che non presentano, però. evidente dimorfismo sessuale ed è, quindi, molto difficile riconoscere il sesso di questi Molluschi osservando semplicemente il loro aspetto esterno. Nei maschi il sistema riproduttivo è formato da un grosso testicolo alloggiato nella sacca viscerale, che va a sboccare con un orifizio nella cavità palleale; in genere, il testicolo è collegato al braccio ectocotile destinato alla fecondazione mediante copulazione); il sistema riproduttivo femminile è, invece, costituito da un ovario e da ghiandole nidamentali, le quali sono destinate alla formazione del bozzolo protettivo in cui verranno poi alloggiate le uova fecondate prima di essere attaccate a rocce, alghe e altri supporti oppure abbandonate in acqua libera (in varie specie, la femmina conserva tali uova nella cavità palleale, ossigenandole attivamente sino alla schiusa). La fecondazione è esterna perchè avviene perlopiù nella cavità palleale, dove il braccio ectocotile deposita le sue spermatofore nelle vicinanze dell’orifizio genitale della femmina (in varie specie, l’ectocotile si stacca dal maschio e rimane a lungo nella cavità palleale della femmina e, prima di scoprire la sua funzione, è stato a lungo ritenuto una sorta di parassita); la copulazione è quasi sempre preceduta da complesse e insistite fasi di corteggiamento.
http://www.beppebio.it/i_cephalopoda.html
L’apparato riproduttore è al centro nella parte posteriore, c’è un solo testicolo dove vengono prodotti gli spermatozoi, da questo parte un canale che collega il testicolo al canale deferente, dove vengono impacchettati gli spermatozoi in spermatofore.
http://www.epertutti.com/biologia/DISSEZIONE-DELLA-SEPPIA94515.php
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QUANDO NELLE SCUOLE SI STUIDIOAVA IL DIALETTO BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Set 11, 2014 5:25 am

DA "LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" DEL 10 SETTEMBRE 2014 - PAG. XVIII


COMMENTI DA FACEBOOK

Giuseppe Polito ha condiviso la tua foto.

Io sono in possesso addirittura di una "grammatica del dialetto barese" redatta da un docente linguista della università di Bari, il prof. Lacalendola (anni 50/60 ). E' godibilissima oltre che rigorosa! Andrebbe ripubblicata: non possiamo costituire un gruppo che ne sostenga i costi??

Vittorio Polito

Cosa difficile con l'aria che tira negli ambienti del dialetto barese. Le polemiche sulle grammatiche ed i dizionari sono molto accese, anche perché qualcuno si sente, arrogantemente, depositario della verità. Le iniziative in tal senso stanno naufragando tra polemiche e dissapori. Va anche considerato che gli interessati a grammatiche e dizionari sono un numero esiguo, per cui è difficile la diffusione e/o l'acquisto, a meno che qualche ente sponsorizzi l'iniziativa e ne curi la diffusione, ma l'interesse per queste pubblicazioni è scarso. D'altro canto una persona che volesse scrivere una poesia non si studierà certamente una grammatica. Questo discorso vale per tutte le lingue. Personalmente ritengo molto più utili i dizionari, soprattutto bilingue, e possibilmente etimologici, diversamente è tempo sprecato.
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Re: DIALETTO BARESE: CURIOSITA'

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Set 14, 2014 5:01 am

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DA "EPOLIS BARI" DI OGGI 17 SETTEMBRE 2014

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Set 17, 2014 6:35 am



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IL CALASCIONE

Messaggio  Admin il Gio Nov 06, 2014 11:13 am

La parola CALASCIONE, è termine barese e napoletano. In barese significa uomo grande e grosso con andatura ciondolante, in napoletano  aulico significa contrabbasso. Altre info sul link qui sotto. franz falanga  

http://www.virtualsorrento.com/it/arti/musica/strumenti_plettro/calascione.htm
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RE: CALASCIÒNE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Nov 06, 2014 5:33 pm

Dizionario Treccani
Colascióne (o calascióne) s. m. [prob. der. del lat. calassium, dal gr. κάλαϑος «paniere»]. – Sorta di liuto a manico lungo, di sonorità aspra, diffuso in Italia nei secoli 16° e 17°, e soprattutto d’uso popolare nell’àmbito musicale napoletano del Seicento. Con uso fig., versi da c., sciatti e dozzinali, come quelli che cantavano i cantastorie sul colascione; poeta da c., poeta da strapazzo.

Enciclopedia Treccani
Colascione: Strumento a corde (pizzicate per mezzo di plettro) appartenente alla famiglia dei liuti. La sua tavola armonica è piatta con una piccola rosa nel mezzo, il fondo è invece curvo. Ha il manico molto lungo e in cima sono collocati i cavicchi che sostengono e tendono tre corde di budello, intonate in mi, la, re. Qualche volta le corde sono due soltanto, mancando la corda d'intonazione più bassa. Nel manico venivano praticati i segni dei tasti. Era uno strumento specialmente usato nelle provincie dell’Italia meridionale, verso il 1600.

Vocabolario dialettale barese di V. Barracano (Adda Editore)
Calasciòne: trasandato, specie di chitarra antica.

Dizionario della lingua barese di G. Romito (Edizioni Levante)
Calascione: Uomo trasandato.

Dizionario dei dialetti pugliesi di G. Colasuonno (Franco Milella Editore)
Calasciòne: spilungone, zitellone.

Dizionario della parlata conversanese di P. Locaputo (Levante Editori)
Calascióune: Persona impacciata nei movimenti, grossolana. Strumento popolare primitivo, rozzo.

Dizionario del dialetto di Bitritto
Calasciòne: Trasandato, vestito come un cafone di campagna.

Dizionario del dialetto di Cassano delle Murge Ed UTE Cassano delle Murge
Calasciòne: Persona tranquilla, un po’ alla buona

Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis di G. e M. Galante (Levante Editori)
Calascióne: Antico strumento musicale popolare a tre corde simile al liuto, che fece la sua prima apparizione nel 1564 […]. Persona grossa, inetta, pigra.

Dizionario del dialetto di Trinitapoli di G. Stella Elia (Levante Editori)
Calasciàume: Persona grassa e flaccida; un ingombro umano; zitellone.
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Re: DIALETTO BARESE: CURIOSITA'

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