I DIALETTI

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I DIALETTI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Gen 01, 2014 7:52 pm

Dialetto
(2005)  - DA ENCICLOPEDIA TRECCANI DEI RAGAZZI
di Franco De Renzo
dialetto
La lingua del cuore
Di sicuro avete sentito parlare e magari parlate voi stessi un dialetto. Il fatto non è così eccezionale, se si pensa che l'Italia è la nazione europea più ricca di dialetti. Anzi, fino a pochi decenni fa la maggior parte della popolazione italiana sapeva parlare solo il dialetto e non conosceva l'italiano; perfino l'italiano stesso, all'inizio, non era che uno dei tanti dialetti parlati in Italia
Quando sono nati i dialetti e perché si chiamano così?
La storia dei dialetti italiani è, per molti versi, la storia stessa dell'italiano. Infatti, l'italiano deriva dal latino, così come dal latino discendono i dialetti che si parlano in Italia. Inizialmente tutte le lingue derivate dal latino venivano chiamate lingue volgari o semplicemente volgari. La parola volgare vuol dire appunto parlato dal volgo (dal latino vulgus), cioè dal popolo, che ormai non conosceva più il latino. Così il siciliano, il bolognese, il piemontese, il veneziano, il lombardo, che oggi chiamiamo dialetti, all'inizio erano lingue volgari.
Il toscano all'inizio era solo uno dei tanti volgari. L'italiano si chiama così, infatti, solo dal 16° secolo; e con il termine italiano si indica il volgare toscano riconosciuto ormai come lingua di tutta la nazione. Il termine dialetto nasce in questo periodo per distinguere tutti i volgari parlati nelle varie parti del paese dal toscano divenuto nel frattempo l'italiano.
Quanti sono i dialetti in Italia?
Contare i dialetti è veramente difficile, se non impossibile. È difficile da tracciare il confine tra un dialetto e l'altro. Infatti in ciascun paese e in ogni villaggio il dialetto ha spesso caratteristiche che lo differenziano da quello del paese o del villaggio vicino. In genere si fa riferimento a regioni, a province o a grandi città per definire i dialetti. E così parliamo di dialetto calabrese, piemontese o lombardo, milanese, cosentino, e così via. Ma in realtà sono denominazioni molto larghe e imprecise, perché spesso le differenze sono tali che non vi è possibilità di comprensione reciproca perfino all'interno della stessa regione.
Inoltre, i suoni dei dialetti dell'Italia settentrionale, centrale e meridionale possono essere notevolmente diversi tra loro. Parte di questa diversità dipende addirittura dalle lingue che vi erano parlate prima della diffusione del latino. Insomma i conti precisi non si possono fare. Data questa estrema diversità, si può tentare una classificazione dei dialetti? Gli studiosi, pur consapevoli dell'inevitabile imprecisione, hanno proposto una classificazione dei dialetti italiani basandosi più sulle somiglianze che sulle differenze.
Che differenza c'è tra una lingua e un dialetto?
Nemmeno gli studiosi trovano una risposta unica e condivisa sulle differenze tra una lingua e un dialetto. A ogni modo, si può dire che il dialetto potrebbe essere definito come una lingua utilizzata da un gruppo ristretto di persone, in un luogo specifico e che non ha usi ufficiali: si dice che una lingua ha usi ufficiali se è utilizzata nella scuola e nell'amministrazione, per esempio negli uffici pubblici e nei tribunali.
Così, per esempio, se vivete in Puglia e conoscete il dialetto potrete comunicare in dialetto pugliese con altri pugliesi. Ma se parlate con un romano, un veneziano, un marchigiano sarebbe molto difficile comunicare con loro continuando a usare il vostro dialetto. Una differenza evidente consiste dunque nella limitazione territoriale dei dialetti, nel fatto cioè che essi sono limitati a una determinata area geografica, rispetto all'italiano che si parla in tutta la nazione. Altre differenze sono di uso sociale: la scuola, i giornali, la televisione, il cinema, l'amministrazione pubblica usano infatti l'italiano e non il dialetto. Inoltre, chi conosce il dialetto in genere lo adopera molto di più in famiglia e con gli amici, mentre fuori di casa e con gli estranei usa più frequentemente l'italiano.
Il dialetto nella letteratura
Il fatto che i dialetti non sono diffusi su vaste aree e che non sono usati come lingue ufficiali non significa che essi non siano comunque lingue. In effetti, anche lingue nazionali e importanti come l'italiano o il francese in origine erano parlate in zone non estese e da piccole comunità. Solo in seguito, e in conseguenza di determinate vicende storiche, tali lingue sono divenute più diffuse e usate ufficialmente.
Ma i dialetti sono lingue soprattutto perché, così come tutte le altre lingue, sono in grado di esprimere qualsiasi cosa. Molti pensano che con il dialetto si possa parlare solo delle cose più comuni come fare la spesa, commentare le partite di calcio, scherzare con gli amici. Ma questo non è vero: esiste infatti una tradizione di uso del dialetto anche in attività considerate 'elevate', come per esempio in letteratura.
Già nel 17° secolo, per esempio, Giambattista Basile pubblicò nel dialetto napoletano un volume che raccoglieva molte fiabe popolari: Lo cunto de li cunti, "Il racconto dei racconti" (cunto in napoletano vuol dire appunto "racconto", "storia", "fiaba"). Anche altri autori hanno usato il dialetto, come Carlo Goldoni, che scrive in veneziano molte commedie; o come, nell'Ottocento, il poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli e il poeta milanese Carlo Porta. In tempi molto più vicini a noi, ricordiamo poeti come Pier Paolo Pasolini, che scrive poesie in friulano, Albino Pierro che scrive nel dialetto lucano e Tonino Guerra in quello romagnolo. L'elenco potrebbe continuare, poiché esistono esempi di poeti dialettali per ciascun dialetto, anche se non tutti sono bravi come quelli citati.
Ma il dialetto non viene usato solo per le poesie: quello napoletano, infatti, è la lingua di uno dei più grandi autori teatrali del Novecento, Eduardo De Filippo.
Il dialetto è presente anche al cinema e in televisione, dove spesso è usato per caratterizzare personaggi popolari o comici. Non va dimenticato, inoltre, il dialetto nella canzone, prima fra tutte la canzone napoletana, che ha un'importanza e una diffusione internazionali. Molti artisti contemporanei, inoltre, come per esempio Fabrizio De André, Pino Daniele ed Eugenio Bennato, hanno realizzato bellissime canzoni ‒ e di successo ‒ usando il dialetto. Insomma, il dialetto ha una tradizione letteraria e artistica che dura fino ai nostri giorni.
Un patrimonio rivalutato
I dialetti sono un patrimonio culturale di straordinario valore. E tuttavia durante i secoli hanno spesso avuto una reputazione negativa, poiché considerati lingue inferiori che impedivano l'apprendimento dell'italiano. Oggi è difficile crederci, ma al momento dell'unificazione (1861) solo 2 o 3 Italiani su 100 parlavano l'italiano, il resto della popolazione parlava solo dialetto. Inoltre i dialetti erano lingue molto distanti dall'italiano, quasi come lo sono attualmente l'italiano e lo spagnolo. Era necessario dunque che tutti conoscessero la lingua nazionale.
Tuttavia, molti pensarono di insegnare l'italiano senza tenere conto che il dialetto era la lingua materna, cioè la prima lingua: la lingua parlata prima di andare a scuola e fuori della scuola. Il dialetto era proibito a scuola, dove si doveva usare solo l'italiano, anche se per molti era una vera e propria lingua straniera. Fu un errore, che non consentì a molti né di imparare l'italiano né di acquisire un titolo di studio. Questo atteggiamento negativo durò per oltre un secolo, fino a pochi decenni fa, facendo nascere anche in molti quasi un senso di vergogna per il dialetto.
Dalla seconda metà del secolo scorso a oggi la situazione è radicalmente cambiata. Grazie a una notevole crescita economica e sociale, a un impegno più incisivo nell'istruzione e alla diffusione della radio e della televisione, oggi quasi tutti (oltre il 95% della popolazione) conoscono e usano l'italiano. Tuttavia questo non vuol dire che il dialetto è scomparso, poiché circa il 50% continua a usarlo. In altre parole circa trenta milioni di Italiani conoscono e usano sia l'italiano sia il dialetto: in relazione alle circostanze o a chi ci si rivolge molti scelgono se usare l'uno o l'altro. Anzi, perfino nella stessa frase spesso ci sono parole o espressioni sia italiane sia dialettali.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Sab Gen 04, 2014 3:26 pm, modificato 1 volta
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GIORNATA NAZIONALE DEL DIALETTO E DELLE LINGUE LOCALI (17 GENNAIO 2014)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Gen 04, 2014 6:22 am

da Grazia Galante

Al via il 17 Gennaio la seconda edizione della Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali

Il prossimo 17 gennaio si svolgerà in tutta Italia la seconda edizione della "Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali" istituita dall'Unione Nazionale delle Pro Loco per il 17 gennaio di ogni anno allo scopo di promuovere iniziative concrete per la salvaguardia e la conservazione dello straordinario patrimonio linguistico dei luoghi e dei territori.
"Ogni 14 giorni nel mondo scompare un dialetto e con esso storie, tradizioni e culture preziose - ha dichiarato Claudio Nardocci, Presidente dell'Unione delle Pro Loco Italiane (UNPLI) - per questo le Pro Loco di tutta Italia lanciano l'allarme ed insieme il tentativo di non lasciare che i processi di mondializzazione cancellino la carta d'identità dei luoghi e dei territori. Il "locale" può e deve vivere e sopravvivere nel "globale" con i suoi linguaggi oltreché con i prodotti tipici ed il folclore".

La giornata, che lo scorso anno ha riscontrato un notevole successo di partecipazione in tutto il Paese trovando ampia eco nelle televisioni e nei giornali, sarà preceduta dalla premiazione dei vincitori della prima edizione del Premio Nazionale "Salva la tua lingua locale" indetto lo scorso anno in collaborazione con Legautonomie Lazio, il centro di documentazione per la poesia dialettale "Vincenzo Scarpellino" e il centro Internazionale " Eugenio Montale". La cerimonia si svolgerà il 16 gennaio prossimo a Roma nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Al concorso hanno preso parte 256 partecipanti. Nelvia di Monte (dialetto friulano) ha prevalso nella sezione "poesia inedita"; Giovanni Nadiani (dialetto romagnolo) nella sezione poesia edita; Alberigo Bojano (dialetto campano) nella prosa inedita ed infine Grazia Galante (dialetto pugliese) nella prosa edita.

Il giorno successivo invece si svolgeranno in tutto il Paese le manifestazioni della "Giornata Nazionale dei Dialetti e delle Lingue Locali" che nella maggior parte dei casi si realizzeranno in rappresentazioni teatrali, in letture pubbliche di poesie o proverbi, incontro con scolaresche, raccolta di raccolte testimonianze video, audio e di libri "in" e "sui" dialetti locali. A questo proposito, già nel corso dell'anno appena terminato, le Pro loco Italiane hanno continuato la raccolta di testimonianze, video, libri e pubblicazioni specifiche.
Queste testimonianze preziose sono state raccolte ed andranno ad alimentare il canale/inventario realizzato su You Tube "PROGETTI UNPLI" per non disperdere l'enorme mole di testimonianze della cultura e delle identità locali di cui le Pro Loco sono gelose custodi e che l'UNPLI vuole continuare a tutelare e valorizzare attraverso specifiche azioni.

Cliccando qui è possibile accedere alla pagina dove poter consultare tutti gli eventi in già programma per questa edizione.

Per segnalare la propria adesione ed il tipo di attività scelta, basta scrivere una e-mail a giornatadeldialetto@unpli.info (indicando il luogo, la data e fornendo 2-3 righe di descrizione)


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DIALETTI E TRIBUNALI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Gen 04, 2014 3:50 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2014/01/i-dialetti-possono-mandare-in-tilt.html


4  GENNAIO  2014

I dialetti? Possono mandare in tilt anche i  tribunali
Bari, Territorio
1/04/2014 03:08:00 PM




di Vittorio Polito - L’Italia è la nazione europea più ricca di dialetti. Contare i dialetti è cosa quasi impossibile. Appare quindi difficile tracciare un confine tra un dialetto e l'altro. In ciascun paese e in ogni villaggio il dialetto ha spesso caratteristiche molto diverse che lo differenziano anche tra quartieri di una stessa città e zone limitrofe.
Generalmente si fa riferimento a regioni, a province o a grandi città per definire i dialetti. E così parliamo di dialetto calabrese, piemontese,  lombardo, milanese, pugliese, e così via. Ma in realtà sono denominazioni molto larghe e imprecise, dal momento che non vi sono dialetti legati alla regione poiché le differenze sono tali che rendono difficile la comprensione reciproca perfino all'interno della stessa regione.

Alla luce di quanto sopra immaginate cosa può succedere in un Tribunale durante un’udienza, con persone che parlano e capiscono solo dialetto e quindi con la difficoltà di ben interpretare quanto si va dicendo, sia in relazione alle ragioni degli imputati che delle dichiarazioni dei testimoni, ma anche comprendere il reale significato di quanto dicono giudici e avvocati  e soprattutto di quello che loro stessi capiscono nello svolgersi dei dibattimenti.

“Il Sole 24 Ore” del 21 dicembre scorso riporta un interessante articolo di Donatella Stasio, a proposito della babele dei dialetti che possono mandare in tilt i tribunali.

L’autrice della nota commenta così alcuni emblematici episodi: «Può succedere di tutto: il processo si trasforma in una pièce dell’assurdo o in un tragedia greca. Agrigento, processo per mafia: un avvocato contesta l’esatta traduzione fatta dalla polizia giudiziaria di una telefonata intercettata e chiede di nominare come interprete autentico, dal siciliano all’italiano, lo scrittore Andrea Camilleri. Tribunale di Caltanissetta: un anziano e poco acculturato signore di un paesino dell’entroterra viene sentito come testimone; a interrogarlo è un pm romano di ottima famiglia, che gli chiede con linguaggio forbito:  “Ha percepito emolumenti?”; “Chi cuosa?” risponde il teste; “Ha percepito emolumenti?” insiste il pm, ricevendo però la stessa risposta per almeno 5, snervanti, minuti, tra le risatine del pubblico e l’imbarazzo di giudici e cancellieri; finché il presidente del Tribunale decide di fungere da interprete: “Sa pigghiò a pinsione?”. “Ah! A pinsione! Sì, ma pigghiavu a pinsione, certu che m’a pigghiavu!».

Un altro esempio citato dalla giornalista del “Il Sole 24 Ore” si riferisce a quanto è accaduto a Palermo durante l’esilarante esame di un testimone. «In provincia, “non ci penso” equivale a “non mi ricordo” e “completamente” significa “per niente”. Così, di fronte a un teste reticente che si trincerava dietro continui “non ci penso”, un pm “straniero” cominciò (non senza perplessità) a contestargli le sue precedenti dichiarazioni; alla domanda di rito se ne confermasse il contenuto, il teste rispondeva, perentorio: “Completamente!”, intendendo però che non le confermava affatto, mentre il povero pm, ignorando il modo di dire locale, era convinto che le stesse confermando integralmente e perciò proseguiva spedito e soddisfatto. Per fortuna il giudice (che era un locale) se ne accorse e pose fine al qui pro quo. O al “qui quo qua”, come disse un altro teste, senza bisogno di essere tradotto...».

Pertanto con quanto sopra l’autrice dimostra chiaramente che i dialetti, pur rappresentando un patrimonio culturale importante, non può dirsi la stessa cosa se varcano le sale delle aule giudiziarie, dal momento che la maggior parte dei magistrati e dei cancellieri, ed anche gli stessi interpreti, non avendo dimestichezza con i vari dialetti – conoscendo al massimo il proprio  - non sempre sono in grado di intendere la reale intelligibilità delle parole,  rendendo quindi inattendibile il reale significato di frasi e vocaboli.
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COME VIAGGIANO I DIALETTI

Messaggio  Admin il Ven Ott 31, 2014 3:55 pm

I dialetti, come fenomeni carsici, viaggiano in lungo e in largo per l'Italia. Qualche esempio.

Come tutti sanno "MINCHIA" è parola siciliana e sapete bene cosa significhi. In Puglia, a Santeramo in Colle, per dire che un tizio è un po' tonto dicono che è un "MINGHIARILE" . In Italia, il tonto per eccellenza, guarda guarda, si dice "MINCHIONE".

In barese "essere nervosi" si dice "TENERE LA SUSTA". A Venezia  essere giù di corda, essere stanchi morti, si dice "SO' ZO' DE SUSTA", "SON GIU' DI SUSTA".  In italiano la "SUSTA" è la molla a spirale. Per cui,  quando la molla è tesa (a Bari) si è nervosi, quando la molla è fiacca (a Venezia) si è giù di corda.

In napoletano "SFACCIMME" significa "GRAN PEZZO DI..." può avere un significato sia positivo "E' NU SFACCIMME D'OMME" "E' UN GRAN PEZZO D'UOMO", sia negativo "E' NU SFACCIMME E' MERDA" "E' UN GRAN PEZZO DI MERDA". Stranamente "O' SFACCE" significa "SPERMA".
Grazie per avermi letto! franz falanga
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CURIOSITA' DALL'OLANDA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Nov 17, 2014 7:16 pm


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GIORNATA NAZIONALE DEL DIALETTO - 2017 - V EDIZIONE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Gen 19, 2017 5:08 pm


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