DIALETTO BARESE: RECENSIONI

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DIALETTO BARESE: RECENSIONI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Feb 23, 2008 7:58 pm

IN VIAGGIO CON IL DIALETTO BARESE
Da Barisera del 18/02/2008, pag. 19
di Vittorio Polito

È stato pubblicato per il piacere dei cultori del dialetto e dei viaggi il bel volume di Pino Gioia In viaggio con l'A.I.O.S., (ed. Di Marsico Libri, pagg. 112, euro 15). L'autore, barese verace, ingegnere, titolare della cattedra di "Infrastrutture idrauliche" presso il nostro Politecnico, in collaborazione con l'A.I.O.S. (Associazione Culturale Operatori Scuola), presieduta da Donato Marzano, ha pubblicato un volume che attraverso una serie di poesie in dialetto barese fa un po' il giro d'Italia e di qualche paese europeo. Pino Gioia, autore di varie pubblicazioni sul vernacolo di Bari, vincitore di numerosi premi, presenta questa volta un'opera intellettuale, una raccolta di composizioni liriche, in una parola un'inno alla vita ed al saper vivere culturale. Insomma ha sentito l'esigenza di "ricordare" i suoi viaggi esprimendo con i versi le sensazioni, gli stati d'animo, un bel panorama, il volo di un gabbiano, il profilo monumentale e spirituale di una chiesa. Per l'autore ogni occasione è propizia per trovar rime, versi e situazioni per allietare i lettori della cultura barese e nello stesso tempo per arricchirla. Presenta una serie di liriche dedicate alla Valle d'Itria, alla Costiera Amalfitana, a Trieste e la Slovenia, alla Daunia, a Viareggio, alla Croazia, alla Toscana, a Procida, alle Cinque Terre, alla Marina di Ugento, alla Scozia, senza dimenticare Sorrento, Capri, Barletta e Napoli. Vito Maurogiovanni, che firma la prefazione, sottolinea che Gioia "è un poeta estemporaneo e profondamente umano e pieno di attenzioni per il bel parlare della lingua madre", sottolineando che "per i poeti dialettali, proprio perché la loro lingua è legata ai ricordi familiari - per molte generazioni il dialetto è stato il primo, se non il loro unico linguaggio - la poetica è per lo più dedicata alle dolcezze delle rimembranze". Non si può che concordare con Maurogiovanni e complimentarsi con l'illustre poeta per le bellissime liriche e che per dare un'idea della loro bontà ne riporto una dedicata alla fine dell'estate.

LA STATE JE' FERNUTE
di Pino Gioia

Ijosce u mare pare ngazzàte
u sciròcche se ijave descetàte
le cavaddùne s'avonne abbettàte
sime remanùte... bèlle e frecàte.
U cijle pare ca vole chiòve
l'acèddere fuscene alla recòve
ngann'a mare, ammuàte
nge ne sciame arresenàte (infreddoliti).
Le nuvvùe vonne sope e sòtte
non tenene pasce volene sfòtte
u sole cèrche nu pertùse
trase e ijèsse da susa suse.
Pure chèssa stàte, jè fernùte
le crestijane, so' sparesciùte
tutt'atturne, jè schembedènze
o' negrètte, nesciùne u penze
e v'aggirànne, sop'alla rène
che tanda tristèzze e velène
che tanda gingille e collàne
sènza terrise... e che tanda fame.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Mer Dic 18, 2013 9:05 am, modificato 17 volte

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NUOVO DIZIONARIO DEI BARESI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:03 am

NUOVO DIZIONARIO DEI BARESI
da Barisera 19 novembre 2007, pag. 19
di Vittorio Polito

ANTICHI PROVERBI, STORNELLI E MODI DI DIRE DEI BARESI

L’illustre dialettologo Ugo Vignuzzi, in un suo intervento in occasione di un Convegno sulla poesia dialettale svoltosi qualche anno fa, ricordava che «Pasolini diceva che ogni vecchio contadino che muore è come una grande biblioteca che scompare: ciò è vero, ma il dialetto non è solo questo! Noi sappiamo bene che il dialetto esiste ancora e lo vediamo sempre di più a certi livelli, perfino negli strati più giovani della popolazione, a Roma, ad esempio, dove ormai i giovani, come autoidentificazione di gruppo di età nei confronti degli anziani, scrivono le loro tanto deprecate scritte sui muri della città, ricorrendo spesso al dialetto più che all’italiano. Ecco allora che il dialetto non è assolutamente morto, anzi noi sappiamo che maggiormente cresce la coscienza culturale della comunità e maggiormente nascono e si sviluppano gli elementi di difesa di qualcosa di sentito come inerente, cioè, appunto, le famose origini, le basi della nostra stessa comunità».
Una prova tangibile viene dalla pubblicazione del “Nuovo dizionario dei baresi” di Enrica e Lorenzo Gentile, che la Levante Editori di Bari ha appena approntato per la delizia dei cultori, studiosi e curiosi del dialetto barese (pagg. 334, euro 15).
Si tratta di una esclusiva ed assoluta novità editoriale, trattandosi del primo dizionario italiano-barese e barese-italiano, rivolta a chi desideri conoscere e arricchire il proprio linguaggio, agli studiosi, ai cultori ed ai curiosi.
Lorenzo Gentile, barese doc, ha curato la regia di diverse commedie in dialetto barese di Gaetano Savelli, Domenico Triggiani ed anche una sua commedia “Tutte le colpe di Martemè” scritta con Benedetto Maggi. Gentile è anche autore della commedia U mbetate de Natale (Levante Editori), e per gli appassionati di dialetto ha preparato, insieme alla figlia Enrica, ricercatrice presso il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, questa preziosa chicca.
Scrive Vito Maurogiovanni, che presenta l’opera: “Lorenzo Gentile in questa meritoria fatica, ha raccolto i vocaboli nella loro doppia versione e li ha anche arricchiti con fraseologie, proverbi, sinonimi, stornelli, sonetti e via dicendo. In realtà esistono interessanti nostri dizionari, ma finora nessuno studioso di cose nostrane si era dedicato a tradurre i vocaboli italiani nella sonora lingua barese. È questa la novità della pubblicazione gentiliana, dare la possibilità di veder tradotta nel nostro vivace linguaggio la lingua nazionale”.
Gli autori nelle loro pagine hanno dato grande spazio alle voci sicché si ampliano in tutta quella ricchezza non solo fraseologica che si delinea attorno al vocabolo stesso.
La passione per il dialetto barese, scrive Lorenzo Gentile, mi ha permesso di portare alle stampe questo dizionario dopo anni di lavoro, consultando pubblicazioni di vari poeti, a cominciare da Francesco Saverio Abbrescia e Davide Lopez, che sono stati tra i primi a cimentarsi con lo scrivere in vernacolo, a quelle dei più recenti autori.
Nel vocabolario sono stati raccolti, per ogni singolo vocabolo, i differenti termini dialettali utilizzati dai tanti autori baresi nei loro scritti. Questo ha portato, anche alla individuazione di sinonimi che si differenziano tra loro solo per il cambio di uno o più consonanti. Inoltre sono stati raccolti proverbi, modi di dire, giaculatorie, stornelli e sonetti in modo da far gustare la bellezza del dialetto barese nelle sue espressioni vivaci ed invogliare il lettore a leggerlo per godere qualche ora di piacevole divertimento, in barba a tutte le polemiche su come si scrive il dialetto.
Il dizionario è arricchito da un’ampia bibliografia, da alcune immagini relative alla nostra città vecchia e ad alcune baresità come: Sanda Necòle, u presèbbie (presepio), le ficheninne (fichi d’India), le zèppue (zeppole), le pulpe rizze (polpo arricciato), ecc.
Infine, Gentile, verso il quale i baresi saranno sicuramente grati, ha voluto trasmetterci un suo pensiero sulla nostra città con la poesia “Chèsse jè Bare”.

CHÈSSE JÈ BARE
di Lorenzo Gentile

Seccome avime perdute la memorrie
jè mègghie ca v’u digghe che la storrie
accome la Bare nèste jè nate
che le casre, la meragghie e le strate.

Cchiù de mill’anne apprìme de Criste
arrevò na morre de gènde ma’ viste,
mbrime la Pùgghie s’aggnì de crestiane
menute da tèrre assà lendane.

A Bbare se sestemarene che le famigghie
e che l’ajiute de megghière e ffigghie
facèrene cassre a preppedàgne
sènza porte, checine e bbàgne.

Chiandarene aminuue, grane dure,
vigne, auuì, ciggere e fasule,
cime de rape e ffave de cuèzze
e a mmare menarene le rèzze.

Rome no jère fendate angore
acquanne Bare jère nu sblendore
che commerciande e navegande
ca facèrene de Bare nu ngande.

Le prime a scrive u latine andiche
sò state Ennie, Pacuvie e Androniche:
sò trè pugljise brave assà assà
ca Rome se le petève seggnà.

Ormà u sapene tutte quande
ca Petrarche, Boccacce e Ddande
mbararene da nù u taggliane,
pure ce lore jèrene toscane.

Ce ngann’a mmare tu stà assise
te pare de stà mbaravise
e ce te mitte de facce o sole
pe rengrazzià Ddì non ge sò parole.

Ch’u sole calde e u prefume de mare
no nge stà na cetà mègghie de Bare.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Ven Gen 02, 2009 9:56 am, modificato 3 volte

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IL DIALETTO A TAVOLA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:09 am

IL DIALETTO A TAVOLA
di Vittorio Polito

In stretta solidarietà antropologica con il dialetto di Bari, la cucina entra sontuosamente nella bibliografia della città, con una connotazione culturale che non si può non definire forte: e si allinea alle gastronomie di altri capoluoghi con una tradizione raffinata come le sue fonti documentarie.
Tale tradizione appare permeata da forte conservatorismo e da un pervicace mantenimento degli usi: questi ultimi, almeno sino alle soglie del duemila, dimostrano il prevalere del piatto familiare e tradizionale e solo di malagrazia sperimentano novità di moda, riconoscendole come non-baresi e considerandole con il dovuto distacco.
Innanzitutto si tratta di una cucina povera, mediterranea, in cui a farla da padrone sono i derivati cerealicoli e le verdure.
Il dialetto riconferma e sigilla questi usi, specie durante le grandi ricorrenze, che Giovanni Panza definisce le feste terribele.
Cucina di poveri. Cucina pugliese alla poverella dal quale notiamo alcune ricette poverissime come Vermicelli col sugo di pesce fuggito o Patate con l’agnello fuggito, ricette poverissime nelle quali manca sia il pesce che l’agnello!
Le verdure selvatiche, invece, rappresentavano il piatto più frequente ed economico, poiché costavano solo la fatica di cercarle e lavarle. La carne? Si mangiava raramente, al massimo tre volte l’anno: a Pasqua, il giorno della festa patronale ed a Natale. Le persone anziane ricorderanno il sublime pancotto, che con la preponderanza del pane era considerato, per i poveri, un piatto da ricchi. A proposito di pane, i baresi sono soliti dire mi guadagno la quarte du ppane, riferendosi ai tempi in cui il pane veniva razionato nelle ventiquattr’ore e non era possibile consumarlo a volontà, come ricorda Alfredo Giovine nel suo libro Bari la zita mè. Infatti quarte deriva dallo spagnolo cuarto ovvero denaro, per cui il modo di dire barese vuol significare, fin dal tempo della dominazione spagnola, “guadagnarsi il denaro per il pane”.
Attualmente le restrizioni alimentari non ci sono più, viviamo nel benessere che ci consente non solo di non fare rinunce a tavola, ma ci porta addirittura a mangiare tanto e bene da rischiare l’obesità, ma lasciamo la risoluzione di questo problema al dietologo e trasferiamoci a tavola.
Mi piace parlare del dialetto a tavola, ispirandomi a due importantissime pubblicazioni bilingue di autori baresi su questo argomento. Mi riferisco ai libri U sgranatòrie de le barìse, di Alfredo Giovine e La checine de nononne - U mangià de li barìse d’aiire e de iosce, di Giovanni Panza. Essi dimostrano che per i baresi mangiare non significa nutrirsi ma, prima di ogni cosa, mettersi a tavola.
Dice bene Lino Patruno, «[…] la tavola per i baresi non è una tavola, è un palcoscenico, (...) per il barese mangiare è la più alta forma di comunicazione».
Per i baresi, infatti, la pausa-pranzo non esiste, il pranzo è un rito arcaico che neanche lo stress della vita moderna è riuscito ad intaccare. Sulla nostra tavola, come ci ricorda Giovine, prevalgono gli ortaggi, l’olio d’oliva, la pasta, il pane nostrano, il pesce di barchetta ed i frutti di mare, con in testa u pulpe rizze, da mangiare crudo, definito dallo stesso autore “Sua Maestà”, che rappresenta per i baresi più di quanto rappresenti il panettone per Milano o lo zampone per Modena. Quello che più colpisce nei libri di Giovine e Panza è l’esaltazione di tutto ciò che rappresenta l’inventiva, la fantasia, l’amore dei baresi per la cucina, intesa sia come modo di preparare le vivande, che come centro materiale e spirituale al cui calore si forma, vive e progredisce la famiglia.
L’autorevole Vincenzo Buonassisi nella presentazione del libro di Giovine, U sgranatòrie de le barìse, così si esprime: «[…] un manuale di consultazione per l’uso in cucina; ma va molto più in là facendo rivivere un ambiente in cui al pensiero e alla realtà del cibo sono mescolati motivi di allegria e di malinconia, di saggezza e di evasione secondo i moduli di un mondo che ancora esprime nei suoi atteggiamenti, nei suoi costumi, nella stessa tavola, la civiltà della Magna Grecia».
Tornando al libro di Giovanni Panza, La checine de nononne, che Franco Sorrentino, definisce «[…] bellissimo volume scritto con un amore e con una maestria che lo rendono degno di ogni casa barese», leggiamo delle feste terribele, cioè le festività più importanti dell’anno, come Natale, Capodanno e Pasqua, in occasione delle quali si prepara un lungo corteo di piatti in perfetto ossequio alle tradizioni culinarie cittadine e che per motivi di spazio mi limiterò a citarne qualcuno, rimandando il lettore all’opera originale, senza dimenticare che, secondo lo stesso autore, «La cucina barese è una cucina così buona che può anche rianimare i moribondi».
Vescigghie: vermeciidde cu grenghe o capetòne, capetòne arrestute mbond’o spiite che le fronze de llore; u ccrute, tomacchie e mignitte, baccalà sott’acìte; sopataue, nusce, aminue, necedde, chiacune, frutte de stagione, pecciuateddre, carteddàte, castagnedde, pastriache, ecchie de sandalecì, resolie de lemòne, de mandarine, anesette, streghe, stomàdeche, ecc. (Vigilia di Natale: spaghetti con il gronco o capitone, o con frutta di mare (noci, cozze, datteri, muscoli, o seppie, ecc.); capitone allo spiedo con foglie di alloro; frutta di mare cruda, comacchio, baccalà e pesciolini fritti e sott’aceto; verdura cruda, cartellate, castagnelle, paste reali, occhi di santa Lucia, torrone, liquore di limone o di mandarino, amaro, anisetta, strega, ecc.).
Natale: brote de vicce che la verdure o granerise o alde cose ca se fàscene cu bbrote; vicce allesse che l’anzalate; scarcioffe e lambasciune ndorat’e fritte; u ccrute d’avanze, ecc.
(Natale: brodo di tacchino con verdura, riso o altro; lesso di tacchino con contorno di insalata verde; carciofi e lampascioni indorati e fritti; frutta di mare eventualmente avanzata; verdura cruda, frutta di stagione e tutto il resto come il giorno della vigilia).
Sande Stèfene: tembane ’o furne, carne a ragù; agniidde arrestute e patàne fritte; u reste accom’a l’alde dì.(Santo Stefano: timballo al forno, carne a ragù, agnello alla brace con contorno di patatine fritte; il resto come i giorni precedenti).
Per i baresi sono irrinunciabili certi antipasti di mare come l’aliscette (alicette); l’alliive (seppioline); le calamariidde (calamaretti); la meroske (piccoli pesci); le pulperizze (piccoli polpi arricciati); le rizze (i ricci) e, dulcis in fundo, u ccrute (il crudo), rappresentato dalla varietà di frutti di mare (cozze pelose, noci, ostriche, canestrelle, tartufi di mare, datteri, ecc.). Tutte prelibatezze marine da consumare rigorosamente crude, ma sconsigliate, per motivi di igiene, da alcune ordinanze comunali, mentre un decreto ministeriale ha proibito, per motivi di tutela ambientale, il prelievo, la vendita ed il consumo dei datteri di mare.
A proposito di prelibatezze marine, Lino Patruno, rende assai bene il concetto: «E tuttavia la Puglia blu del mare non è Puglia se non avrete sostato davanti ai banconi sui quali i frutti di mare si donano alla luce del Mediterraneo. Sono datteri e noci reali. Sono cannolicchi dalla lingua porpora di prostituta. Sono “taratuffi”, tartufi dal potere afrodisiaco. Sono “canestredde” e spinosi ricci con la voluttà dei rossi e degli arancioni, una morbidezza da titillare fra mugolii di piacere. Sono soprattutto le cozze nere, le migliori quelle del Mar Piccolo della molle Tarentum. Una sorta di piatto sociale perché con una mangiata di cozze e pane, la sera, si può sfamare una famiglia». Che i frutti di mare sono stati sempre sacri per i baresi, lo conferma un’ordinanza dell’Intendente di Bari del lontano 1819, a proposito dei riposi dei negozi nei giorni festivi, con la quale barbieri e marinai erano autorizzati a svolgere liberamente le rispettive attività pure nei giorni di festa.
Dopo aver descritto cosa si mangia a Bari in alcune festività è anche il caso di ricordare alcuni piatti che Panza definisce “U mangià de la vatregne”, molto noti ai baresi, di cui mi limiterò a ricordarne qualcuno per i lettori di altra area. Primo fra tutti la classica tiedde ’o furne de rise, patàne e cozze (teglia al forno di riso patate e cozze), uno straordinario mix di mare e di terra, proveniente dalla duplice vocazione gastronomica della Puglia, marittima e agricola. La celebre tiella, che ha vinto l’Oscar al Salone Internazionale del pesce di Bologna, si è classificata, nel 2001, tra i primi 15 piatti regionali del mare.
Lunedì: fasule e cimederape (fagioli e cime di rape); lendecchie cu granerise (lenticchie e riso); ciggere che le padreniste (ceci con tubettini); fave bbianghe che la laghena rezze (purè di fave con lasagna riccia spezzettata).
Martedì: paste assedute (pasta asciutta al sugo di cozze); vermeciidde agghie e uegghie (spaghetti all’aglio e olio).
Mercoledì: tiedd’o furne de patàne, rise e cozze (teglia di patate, riso e cozze al forno); patàne e rise (patate e riso).
Giovedì: strascenate e cimedecole (orecchiette e cavoli); megnuicchie e cimederape (cavatelli con le cime di rape); vermeciidde che la rute (spaghetti con la rughetta).
Venerdì: cecuere cu uegghie (cicorie lessate e condite con olio); cimederape stefate (stufato di cime di rape); melangiane a la fungetiidde (melanzane a funghetti); pesiidde friske che le scarcioffe chiene (piselli freschi con carciofi ripieni); checozze a la poveredde (zucchine alla poveretta).
Sabato: bbrote de vaccine, de gaddine, de palumme, de trippe (brodo di vitello, di pollo, di piccione, di trippa); bbrote vegetale (brodo vegetale).
Domenica: pasta asciutta cotta in svariate maniere, non escluso il ragù, l’immancabile carne ed i frutti di mare a cui i baresi non rinunciano, per nessuna cosa al mondo.
Per i cannaruti (golosi di cibi gustosi), è il caso di ricordare le sgagliozze (frittelle di polenta); la làghene cu ciambotte (lasagne con il sugo di varie qualità di pesce); megnuicchie e cimederape che l’alisce sfritte (cavatelli e cime di rape con soffritto di acciughe); calzengiidde che la carne (panzerotti ripieni di carne); tronere de carcavadde (involtini di carne di cavallo) e per concludere, chiacuni (fichi secchi), pastriache (paste reali), tarall’e zuccre (taralli con glassa), ecc.
Come baresi ed estimatori di baresità è doveroso dare atto ad Alfredo Giovine e a Giovanni Panza del loro particolare attaccamento alla nostra città e ai valori storici e morali ad essa collegati, nonché alle tradizioni culinarie miranti a mettere in risalto il nostro dialetto e le nostre usanze con le loro preziose ricette, tanto utili alla casalinga barese e tanto salutari per la dieta mediterranea, ampiamente riconosciuta dai dietologi, il cui regno, secondo Lino Patruno, è la Puglia.
Va anche detto che i baresi non mangiano soltanto i piatti dei nonni, ma anche quelli a l’use de le frastiiere, (come i forestieri), quando cioè si recano in viaggio o in ferie in altre città o in altri paesi, dopo aver assaggiato altri piatti, importano pietanze o ricette che adattano poi alle usanze baresi.
Constatare, infine, che l’amore per la propria città può ispirare, come già ricordato, opere eccellenti come La checine de nononne o U sgranatòrie de le barìse, questo non può che renderci orgogliosi e grati ai due autori, per averci lasciato una immensa fonte di informazioni circa l’arte culinaria di Bari, ai quali va un sentito ringraziamento insieme ad un affettuoso pensiero.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

ALBANESE E. - COLOTTI M. - MANCARELLA, G.B., Italiano regionale in Puglia e Basilicata, Ecumenica Editrice, Bari 1979.
BARRACANO V., Vocabolario dialettale barese, Mario Adda Editore, Bari 1981.
COLASUONNO G., Dizionario dei dialetti pugliesi, Edizione curata dall’autore, vol. 1, Grumo Appula (Ba) 1991, vol. 2, Franco Milella Editore, Bari 1992.
GIOVINE A., Bari la zita mè, Edizioni Fratelli Laterza, Bari 1981.
GIOVINE A., U sgranatòrie de le barìse, Franco Milella Ed., Bari 1992.
MELCHIORRE A.- PATRUNO L. - PETTINI P., Invito a Bari, Mario Adda Editore, Bari 1998.
PANZA G., La checine de nononne, Schena Editore, Fasano (Br) 1989.
PATRUNO L., Puglia e Basilicata.. L’uomo e le sue tradizioni, Ed. L’Airone di Giorgio Mondadori, Milano 1997.
PEROTTI A., Bari dei nostri nonni, Adriatica Editrice, Bari 1975.
ROMITO G., Dizionario della lingua barese, Edizioni Levante, Bari 1985.
SADA L., Puglie in bocca, Editrice de “Il Vespro”, Palermo 1977.
SADA L., Cucina pugliese alla poverella, I Quaderni del Rosone, n. 7, Edizioni del Rosone, Foggia 1991.
SCORCIA C., Saggio di nomenclatura popolare barese, Resta Editore, Bari, 1967.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Ven Gen 02, 2009 9:57 am, modificato 3 volte

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CAPE O CROSCE? I GIOCHI DI UN TEMPO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:11 am

CAPE O CROSCE? I GIOCHI DI UN TEMPO
da Barisera 18 settembre 2006, pag. 21
di Vittorio Polito

È opinione comune che giocare sia l’esatto contrario di essere seri. Se questo può essere vero per gli adulti - tanto che a quelle persone che scherzano e giocano continuamente si dice: «tiìne sèmbe la cape a la scioggue, uè mètte la cap’à pposte?» (pensi sempre al gioco, vuoi mettere la testa a posto?) - non vale per i bambini per i quali, secondo il filosofo Michel de Montaigne, «il gioco è una delle azioni più serie».
Ma anche l’adulto, che è in grado di fare scelte consapevoli e giuste, può giocare ed entrare nel mondo della fantasia, perché concatena fra loro, attraverso l’immaginazione, la propria capacità di vivere l’attualità e la realtà. Un adulto che ha tali potenzialità è, come afferma il filosofo Friedrich Schiller, «Un uomo che attraverso il gioco, si ritrova e si conosce».
Felice Alloggio, attore e autore di commedie in dialetto barese e in lingua, forse partendo da questi presupposti si è cimentato a riportare nel suo recentissimo libro Cape o crosce? Testa o croce?” (Levante Editori, pagg. 172, euro 15), le schede di 70 giochi, simpaticamente illustrati da Fausto Bianchi e con la presentazione del sottoscritto.
Bene ha fatto Alloggio a scriverlo anche in dialetto, con una opportuna sintesi in lingua italiana, perché in questo modo ha contribuito alla salvaguardia del nostro vernacolo, difendendolo da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto, mentre non ne esistono affatto, dal momento che entrambi hanno una grammatica, che fissa le regole della scrittura.
Come si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano i bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano la palla, giocavano a moscacieca o con le monete? E quale atteggiamento assumevano gli adulti, di allora nei confronti dell’attività ludica? Qualche risposta a questi interrogativi la fornisce l’autore, dimostrando come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.
Chi non ricorda il gioco di Palla pallina, la filastrocca di Madame Dorè o quella di Regina reginella con suoi passi di formica e di leone? Chi non ricorda il lancio in aria della monetina accompagnato dalla frase: «Testa o croce?», rituale ancora in uso oggi e derivante dall’antica Roma, dove i giocatori invece di dire, Testa o Croce, pronunciavano la frase latina: “Navia ant capita = Testa o croce”.
Molti dei giochi riportati sono giunti a noi nel tempo, giochi che si effettuavano addirittura nell’antichità come ci informano gli scrittori e pedagoghi Maria Antonietta Filipponio e Marco Fittà, che a quel periodo li fanno risalire. Giochi attraverso i quali «…vengono cancellati sia millenni, che i confini e le distanze, le lingue e le differenze etniche, i contesti storici di popolazioni vissute agli albori della storia, ma che sembrano coetanee dei nostri figli».
Non va dimenticato che secondo la pedagogista inglese Susan Isaacs (1885-1948), «L’attività del gioco è il lavoro del bambino, è grazie ad esso che egli cresce e si sviluppa. Tale attività può essere considerata un segno di normalità, la sua assenza, invece, come un segno di qualche difetto innato o di malattia mentale».
Il testo di Felice Alloggio, pertanto, non solo suscita positive emozioni, ma consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, per il modo divertente e particolareggiato in cui questi vengono presentati e raccontati, ma soprattutto a costo zero. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe anche risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole o nelle associazioni che promuovono attività ludiche.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Mer Mar 26, 2008 6:39 am, modificato 2 volte

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BATTISTA, BARI TRA AMORE E POESIA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:11 am

BATTISTA, BARI TRA AMORE E POESIA
da Barisera 2 aprile 2007, pag. 18
Vittorio Polito

Bari, amore e poesia è stato il tema di una bella serata presentata da Emanuele Battista, commediografo e poeta dialettale, condita con il dialetto barese.
Battista ha avuto la bella idea di unire poesia, musica e dialetto, la lingua viva radicata nei baresi, nelle tradizioni scritte e orali, insomma la nostra lingua madre. Infatti, il dialetto è stato al centro della bella serata che insieme al complesso di musica popolare “Tarantatà”, diretto dal giovane maestro Gaetano Romanelli, è stato presentato al pubblico insieme ad una serie di diapositive.
I temi tratti sono stati molti dall’amore, ai valori evangelici, ai vizi e ai pregi della nostra gente e così ha allietato la serata con le sue splendide poesie, rigorosamente in dialetto barese (U gaggiàne, U pulpe e la pelose, Nu viagge, N’omne sfertenàte, U destine, Pugghie e Notte de San Lorènze, ecc. Queste ultime rappresentano una lode alla propria terra.
La poesia U destìne, tratta il tema della superstizione, fenomeno che suscita sempre tanta ilarità in coloro che vengono a conoscenza di fatti ad essa correlati. D’altro canto chi di noi nella sua vita almeno una volta non si è attaccato ad un amuleto, ad un portafortuna o ha creduto nella iella trasmessa da un amico o da un qualcosa? Senza parlare delle vecchie credenze popolari che ci fanno dichiarare Non nge crèdeche, però iè vère” (Non è vero ma ci credo).
Un altro tema molto caro a Battista è rappresentato dalle poesie che prendono spunto da passi del Vangelo. Senza voler essere un moralista, ma facendo solo ricorso alle sue conoscenze bibliche e alla sua fede di cattolico, ha presentato tre liriche dalle quali, emerge il suo grande amore per la Madonna e Gesù e per la Parola di Dio. Con la poesia Na larme, (Una lacrima), Emanuele dà voce all’infinita pazienza e misericordia che il Nostro Padre riserva per ogni uomo, anche per quelli che hanno vissuto più da peccatori.
Battista ha dedicato anche una poesia alla Madonna, che giustamente chiama Mamme. Una lirica commovente, in alcuni passi anche struggente che ci fa rivivere quanto Maria abbia sofferto per quel Figlio ucciso ingiustamente.
Infine va detto che Emanuele Battista ha scritto anche la commedia in lingua "Eustachio Montemurro, Chicco profondo".
Don Eustachio Montemurro (1857-1923), nato a Gravina in Puglia, ove riposano le sue spoglie, grazie all’eccellente educazione ricevuta e alle prove che la vita gli riservò per la perdita prematura della mamma, della sorella Maria Francesca e del fratello Federico, a causa di una terribile epidemia colerica, manifesta una forte personalità aperta alla cultura e alle relazioni sociali armoniosamente integrata da valori umani e religiosi


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I DIALETTI DI TERRA DI BARI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:12 am

I DIALETTI DELLA TERRA DI BARI
da Barisera del 31 gennaio 2005, pag. 18
di Vittorio Polito

Qualche anno fa si è svolto a Bari un Convegno regionale “Le lingue salvate”, in occasione del quale si è parlato, tra l’altro, dello stato dell’arte dell’educazione linguistica, discutendo non solo della salvaguardia della lingua, ma anche delle lingue, ovvero dei dialetti, sottolineando come la Puglia sta diventando laboratorio di una serie di esperimenti di didattica delle lingue e dei luoghi.
Per Paolo Sobrero, che insegna Linguistica all’Università di Lecce, il Convegno ha il senso di evitare che il dialetto venga espulso dalla scuola. Mentre la cronaca ci informa che a Taranto, ad esempio, l’Amministrazione comunale si è fatta promotrice di un corso di dialetto tarantino che coinvolgerà i ragazzi di dodici scuole elementari e medie. A Lecce, invece, l’Ateneo a partire da questo anno accademico, ha varato un master avanzato su “Lingua, storia e cultura della Grecìa salentina”, finalizzato a preparare quindici operatori che avranno il compito di lavorare per mantenere vivo il grico, lingua neogreca che si parla in Calabria e nelle zone dell’Otranto. Anche un telegiornale nazionale ci ha informato recentemente che anche nella capitale alcune scuole impartiranno lezioni di dialetto.
In realtà oggi vi è un gran movimento intorno ai dialetti evidenziato dalle numerose attività e iniziative che sottolineano come il vernacolo è più vivo che mai. Ovviamente ci riferiamo al buon dialetto, quello con la D maiuscola.
Stiamo parlando della prima pubblicazione dell’anno sull’argomento: “I dialetti di Terra di Bari”, edito da Levante Editori (pagg. 280 euro 22), nel quale l’autore fa una disamina attenta e scrupolosa delle particolarità fono-morfologiche delle varietà dialettali di Grumo Appula e Toritto, attraverso storia, fonematica e folklore.
Francesco Colantuono, docente negli Istituti tecnici commerciali e per Geometri, cultore di lingue straniere e di socio-linguistica, nonché studioso delle tradizioni e del folklore della natia terra, ha impegnato tre lustri alla stesura della sua opera prima e ci è riuscito benissimo. Infatti, partendo dalla preistoria linguistica pugliese, passa in rassegna i relativi periodi storici, gli influssi sul dialetto delle varie dominazioni, i proverbi dialettali di Grumo e dintorni. Insomma, ha preparato un testo storico-dialettologico soprattutto per studiosi e cultori della materia. La pubblicazione è anche corredata da un corposo glossario etimologico essenziale ed è arricchita da una serie di pregevoli disegni a china del prof. Vito Falcicchio, pittore grumese, e di varie foto di Grumo, Toritto, Altamura (mura megalitiche) e Modugno (menhir, detto “Il Monaco”).
Lodevole il contributo che l’autore dà al dialetto, ma è anche doveroso dare atto all’Editore Levante di Bari per la disponibilità e il decoro che riserva a questo genere di pubblicazioni, molto apprezzate dagli studiosi e dai cultori del vernacolo.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Ven Gen 02, 2009 9:58 am, modificato 3 volte

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O DADO' O DADA'. DAL DIALETTO NON SI SCAPPA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:13 am

O DADO' O DADA'. DAL DIALETTO NON SI SCAPPA
da Barisera del 27 febbraio 2006, pag. 17
di Vittorio Polito

Torniamo ancora sull’argomento dialetto con il nuovissimo libro di Franz Falanga “O dadò o dadà” (Adda Editore, pagg. 306, euro diciotto). Francesco “Franz” Falanga, architetto, è stato docente di “Elementi e architettura urbanistica” all’Accademia di Belle Arti di Bari e di Venezia, ma con la passione del dialetto barese. Infatti, ci presenta un libro con il quale oltre a darci utili nozioni di grammatica è anche, in parte, dizionario.
Il nostro Franz ha diviso il volume in 8 capitoli nel tentativo di recuperare una baresità molto particolare, partendo dalle influenze della storia e della cronaca nel dialetto barese, ma soprattutto tentando di insegnarci come si scrive il dialetto barese attraverso una individuazione ragionata - e non definitiva - delle prime regole di scrittura e di pronuncia.
Il capitolo 3 è dedicato al lessico ove sono elencati 998 termini dialettali baresi con scritto a fianco lo stesso termine italianizzato, più una rapida traduzione in italiano. Esempio: Ladrecjìedde = Ladricièllo. Giovane ladruncolo.
Il capitolo 4, invece, è dedicato alla traduzione dei termini elencati nel lessico, ma con chiarimenti a margine. Esempio: Ladrecjìedde = Piccolo ladruncolo, quello che magari ruba una mela. Generalmente usato in senso non dispregiativo. Al femminile “ladrecèdde”. Il capitolo 6 è dedicato alla traduzione dei modi di dire, con qualche chiarimento a margine. Il capitolo 8 si occupa di teatralità, barocchismi, ambiguità e di piacevoli usi conseguenti del dialetto barese in cui l’autore sottolinea come “Il dialetto barese è un architettura linguistica nella quale l’insulto o il più modesto rimprovero toccano vertici di rara bellezza”.
L’autore presenta anche “Modi di dire” con la relativa traduzione e spiegazione. Esempio: “Alle pjìede de Chrìste” = Stare ai “piedi di Cristo” significa stare nella miseria più nera.
Non è stato dimenticato neanche il passaggio delle armate alleate nel nostro dialetto dal quale abbiamo ereditato parole o modi di dire come, “mafish felùss” (niente denari), arrivata nel nostro dialetto durante la seconda guerra mondiale); “calabùsh” (parola usata dalla malavita e forse proveniente da gattabuia) o, infine, “sciaràpp” (taci).
Insomma, Falanga ha tentato un recupero di una baresità molto particolare senza darsi troppe arie, ma scusandosi con coloro che professano la loro intelligenza e professionalità nel campo della glottologia, della dialettologia e della filologia e sembra esserci riuscito molto bene.
Il viaggio in cui si è imbarcato l’autore è finalizzato al recupero e alla rivalutazione dei termini dialettali, convinto che i dialetti siano un inestimabile tesoro di conoscenza, in considerazione del fatto che ogni parola è talmente carica di plusvalori da essere essa stessa un inesplorato continente. Il tutto condito con un po’ di umorismo che rafforza al massimo l’ottimo lavoro presentato.
Bravo l’autore che ha voluto dare a cultori e studiosi del dialetto barese un ottimo contributo per lo studio e la valorizzazione della nostra prima lingua, riuscendoci benissimo, attraverso un volume graficamente elegante e soprattutto dal titolo intrigante “O dadò o dadà” che in lingua significa “O di qua o di la”, ovvero da qui non si scappa.
La prefazione è di Amerigo Restucci, mentre la grafica è di Manuela Lupis.


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BARI, BARESITA' E JAZZ NELLA TERRA DELL'U

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:14 am

BARI, BARESITA' E JAZZ NELLA TERRA DELL'U
da Barisera 19 giugno 2006, pag. 17
di Vittorio Polito

Franz Falanga, un poliedrico personaggio: architetto, scrittore, cultore della musica, del dialetto barese - ha presentato in questi giorni a Bari il volume “O dadò o dadà” (Adda Editore), una sorta di lessico “quasi” ragionato del dialetto barese, ma anche una maniera di cercare la baresità attraverso il suo dialetto (V. Barisera del 27 febbraio 2006).
Ma il suo estro non finisce qui. Ha scritto, infatti, anche il curioso volume “Nella Terra dell’U” (Edizioni Menabò, pagg. 222, euro 16), che col pretesto di narrare una storia di giovani e del jazz a Bari, dedicato a tutte le persone che hanno gran curiosità di conoscere come e perché siano nati certi fenomeni, come si siano sviluppati in condizioni ambientali difficili ma, al contempo, stimolanti, ha narrato un po’ la propria storia ed in parte quella della sua famiglia senza tralasciare quella di Bari e della baresità.
Ma qual è il significato dell’U? È presto detto. L’articolo determinativo “il”, usato comunemente nella lingua italiana, in dialetto barese si traduce con la lettera “U” (U ppane, U vine, U mare, ecc.).
Falanga, nel suo libro parla di tutto e di più: dalla storia dei nomi dei suoi genitori, agli elementi basilari del dialetto barese, alla storia della Southern Jazz Band, della quale faceva parte, a quella dei rapporti del padre con il Partito fascista, delle Ferrari, delle partite di pallone, che considera salvifica scoperta del proletariato, e perché no, anche di Bari e della baresità, che l’autore divide in due grandi categorie: la baresità leggera/divertente e la baresità pesante/per nulla divertente.
Falanga, con l’estrosità dell’architetto, tratta moltissimi altri argomenti come ad esempio il cosiddetto “cazzo franco”. Non scandalizzatevi. Si tratta di uno stabilimento, che fino a qualche anno fa era a Bari in Via Putignani e si chiamava “U cazz”, che in italiano significa “Lo schiaccio” e, nel nostro caso, è riferito allo schiacciamento delle mandorle per estrarne il frutto. Perché “franco”? Perché rappresentava il quantitativo di mandorle che ogni operaia riusciva a sgusciare in un’ora e che poteva portarsi a casa ogni settimana, oltre al solito salario. Oggi questa attività viene svolta con tecnologia moderna.
Nella pubblicazione Falanga, come sostiene Amerigo Restucci nella prefazione, “non ha nulla a che fare con la sociologia o con prodotti storiografici simili; il racconto si concentra intorno ad eventi scelti in base agli interrogativi di un barese che si porta dentro la sua città: e lascia vuoti, inviti a ricerche e a letture ulteriori”.
È proprio un libro gradevole che rivela tanti fatti e curiosità e che per noi baresi è un libro da non perdere. Inoltre, l’autore, con il quale ci complimentiamo, si “augura di risvegliare nei più giovani la curiosità per il passato e la curiosità per il futuro. Le nuove generazioni saranno tanto più creative quanto più conosceranno ‘i fatti’ che li hanno preceduti, nel tempo e nello spazio”, ma soprattutto li esorta a conoscere per non sbagliare.
Le illustrazioni sono di Giorgio Finamore, mentre le foto sono di: Antonelli, Falanga, Ficarelli, Fiore, Gigante, Sorrentino, Photopress Pupilla, Foto Ramosini e Associate Booking Coop di New York.


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LA RISCOSSA DEL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:14 am

LA RISCOSSA DEL DIALETTO
da Barisera 16 giugno 2003
di Vittorio Polito

Qualcuno ipotizza che i dialetti vanno scomparendo, ma si sbaglia di grosso. Armando Perotti sosteneva in Bari dei nostri nonni che «Chi predica la prossima sparizione dei dialetti è un illuso, per non dir peggio, chi crede alle generalizzazioni e non sa che la forza della vita sta nella individualizzazione. Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell’esser suo», ed inoltre, «Il dialetto barese morrà il giorno in cui mancherà l’ultimo abitante, ciò che non pare probabile».
La conferma viene dalla recentissima pubblicazione, presentata nella Sala Consiliare della Provincia di Bari, che ha avuto come padrini il prof. Ennio Triggiani, vice presidente della Provincia e il dott. Lino Patruno, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno.
Si tratta di un libro di poesie in dialetto barese: "La vite me pìgghie pe mane" (La vita mi prende per mano) di Maria D’Apolito Conese, edita da Progedit di Bari pagg.64, euro 10). In copertina acquerello di Mario Piergiovanni.
Con questa pubblicazione, Maria D’Apolito Conese conclude una trilogia poetica, cominciata con "Je chesse la vite?" e "Cusse guste disperate pe la vite", che è un percorso alla ricerca del senso della vita, per finire nell’ultima opera che approda nella calda spiaggia assolata della serenità.
Triggiani, nella presentazione, ha detto che «È un godimento leggere le espressioni letterarie di Maria Conese e che è un gravissimo errore tradire le proprie radici culturali, anche perché l’Unione Europea tende a salvaguardare gli idiomi locali». Patruno ha sostenuto che il dialetto «È incisività e immediatezza, mantiene vivi i sapori e i suoni di questa terra e si presta alla interpretazione della sofferenza umana e non solo».
La presentazione si è conclusa con la lettura di alcune poesie tratte dal libro da parte dell’attore Rocco Chiumarulo, quindi l’autrice ha letto la poesia U Postine, dedicata all’indimenticabile Massimo Troisi.
Il numeroso pubblico presente ha dimostrato gradimento per l’interessante serata che può riassumersi con la lettura della seguente poesia che sintetizza anche i contenuti del libro: La vite jè u sole ca te ngaldèsce, / jè na carezze ca t’abbevèsce, / jè nu vase azzeccuse, / jè na parole ca te fasce avvambà, / so’ dò vràzzere ca te strèngene, / so’ ècchie ca te dìscene cchiù de na carezze.


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DOMENICHELLA, IL DIALETTO E SAN NICOLA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:15 am

DOMENICHELLA, IL DIALETTO E SAN NICOLA
da Barisera 23 maggio 2005, pag. 20
di Vittorio Polito

“Il rapporto fra santi e comuni mortali ha aspetti diversi”, ricorda Vito Maurogiovanni nella sua recensione al recente volume di Maria D’Apolito Conese, “Lettere a San Nicola - Lèttre a San Nicola" - (Progedit Editore, pagg. 56 euro 10). Infatti, l’autrice, scopre un nuovo rapporto che può intercorrere fra devoti e Santi: le lettere, che nel suo libro se ne contano ben 22, scritte dal 1984 al 2004 in dialetto, con versione in lingua. Prefazione di Rosy Gambatesa (Ed. Progedit, pag. 56, euro 10,00).
Si tratta di una raccolta di lettere che Domenichella Jusco, una popolana di Bari vecchia, scrive a San Nicola con religiosa spontaneità e sincerità, riconoscendolo come padre e quindi meritevole di riverenza e rispetto. Per Domenichella le lettere sono una meravigliosa risorsa, forse l’ultima per dare vita e legittimità al proprio mondo di riflessioni.
L’originalità del volume sta nel fatto che le lettere sono scritte in dialetto barese, a testimonianza della fede popolare verso San Nicola. E, dal momento che San Nicola è un Santo universale, comprende benissimo anche il nostro vernacolo, diversamente non poteva dimorare a Bari e per giunta nella città vecchia.
Maria D’Apolito Conese, pur non barese, vive a Bari conquistata dal fascino della nostra lingua dialettale e ne “approfitta” per dare attraverso questo linguaggio la voce al cuore. Ha scritto, infatti altre pubblicazioni in dialetto ottenendo nel 1996 la Caravella d’argento per la Piedigrotta barese e nel 1997 il premio Antigone per la poesia.


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L'UNIVERSALITA' DEL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:17 am

L'UNIVERSALITA' DEL DIALETTO
di Vittorio Polito

Il dialetto, sistema linguistico d’ambito geografico o culturale, rappresenta, per molti, un altro mezzo di comunicazione, in altre parole, una seconda lingua per potersi intendere fra gente dello stesso paese o della stessa regione. Esso può considerarsi messaggero di tradizione e sinonimo di cultura, anche se in alcuni ambienti è considerato volgare, mentre, in altri parlarlo è snob.
Secondo Armando Perotti, «Chi predica la prossima sparizione dei dialetti, invocando il giorno felice, in cui tutti gli italiani parleranno, come insegna la Crusca, è un illuso, per non dir peggio, che crede alle generalizzazioni e non sa che la forza della vita sta nella individualizzazione». Sta di fatto che il dialetto, secondo stime attendibili, lo parla e lo capisce il 66% della popolazione. Alfredo Giovine, maestro di dialetto e baresità, afferma che «La curiosità e l’interesse di approfondire gli aspetti più caratteristici del nostro linguaggio dialettale si stanno dimostrando più vivi per l’accresciuto desiderio di conoscenza. Quante volte accade di voler apprendere particolari di parole ed espressioni dialettali usate per meglio comunicare con i nostri simili?». D’altro canto l’interesse e il desiderio di conoscere le origini e il significato dei nostri vocaboli dialettali induce a trattare l’argomento sempre più diffusamente da parte degli esperti.
Il dialetto, si parla ancora? Certo che si parla ancora, anzi, interessa sempre più ed il proliferare di pubblicazioni, di teatri che rappresentano commedie e rassegne in vernacolo e di convegni sull’argomento, è la dimostrazione della sete di sapere e di conoscenza del pubblico. Recentemente è stato prodotto anche un film, recitato in stretto dialetto barese da attori pugliesi di cabaret, che ha ricevuto il riconoscimento di film-rivelazione al Festival di Berlino e il David di Donatello per il miglior regista esordiente. La pellicola, a conferma del grande successo, è stata sottotitolata e proiettata in tutte le sale cinematografiche italiane. Inoltre, il film, ha messo un po’ da parte le macchiette caricaturali che personaggi come Arbore e Banfi, avevano falsamente creato attorno alla nostra città e al nostro dialetto.
Franco Noviello ha pubblicato una corposa raccolta in tre volumi “I Canti popolari della Puglia”, nella quale ciascun canto è presentato nella sua lingua dialettale e nella traduzione italiana, «perché la poesia popolare è propria di una «civiltà della voce» e, come tale, si esprime in una lingua propria, che è altro da quella nazionale, spesso molto più pregnante e densa di messaggi significanti. La rassegna è amplissima: canti religiosi, canti di lavoro, canti sociali, ninne nanne, brindisi, canti funebri, villanelle, canti d’amore e di dispetto, canti epico-lirici. E attraverso di essi emergono la vita e l’anima del popolo pugliese, l’illimitata fiducia nel sacro, la dipendenza dai fenomeni atmosferici, i rapporti di vicinato e di comparatico, il senso della festa e del rito, la fatalità propria della gente che affida il suo destino alla terra o al mare che Fernando Ladiana, in uno dei suo scritti, definisce «la simbologia del destino».
Dello stesso parere è Stefano L. Imperio, che nella premessa ad una sua pubblicazione sostiene che «La diffidenza verso i dialetti è che non tutti hanno la facoltà di intenderli, e ciò limita la diffusione di opere che andrebbero invece estesamente conosciute da un pubblico numeroso ed eterogeneo». Inoltre rammenta che «…al dialetto sia lasciata la dignità di lingua popolare…», «…con la ricchezza di un’arguzia spontanea, impossibile a riprodurre con la lingua letteraria».
Un’ulteriore conferma sull’importanza del dialetto viene anche dalla importante Scuola per Interpreti di Trieste, che ha previsto nei suoi programmi la figura del traduttore italiano-pugliese. Un privilegio per noi pugliesi che ci esorta a cogliere «…l’essenziale struttura linguistica tipica di un popolo abituato a concludere in fretta un affare, a prendere rapidamente una decisione, a fiutare dal vento l’arrivo di una tempesta».
Oronzo Parlangeli, lo studioso che progettò e diresse la “Carta dei dialetti Italiani” per il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sostiene che «Da un lato la storia si ripercuote viva nel dialetto, dall’altro la storia apre il dialetto verso la comunità nazionale più vasta di cui ogni dialetto fa parte». Oggi anche in alcune scuole si insegna il dialetto, mentre l’Associazione AIERRE di Bari, che si interessa dei disturbi della comunicazione umana, sta dando, con la pubblicazione "Il Dialetto - dignità di comunicazione, dignità sociale", un notevole contributo alla diffusione del dialetto, grazie alla disponibilità degli autori e soprattutto al sostegno della Fondazione della Cassa di Risparmio di Puglia, che ha anche favorito la pubblicazione della seconda edizione, riveduta e ampliata.
Alcuni organi di stampa hanno definito il dialetto “Quel grande bene popolare da salvaguardare”, mentre ad Acerra (NA), una emittente privata, diffonde “A nutizia”, un telegiornale che parla rigorosamente in dialetto napoletano. La conduttrice, Annamaria Bianco, afferma che la proposta è arrivata casualmente e che si diverte molto a comunicare le notizie, nel colorito linguaggio napoletano, ad una così vasta platea. Dall’anno 2002 anche a Taranto un’altra emittente privata, la “Blustar TV”, trasmette, prima in Puglia, interamente in dialetto tarantino, “Tg Nuestre” un telegiornale che traduce in vernacolo non solo le didascalie, ma persino i nomi di battesimo. Il conduttore, Vecienze (Vincenzo Valli), passa a parlare disinvoltamente dalla guerra in Iraq alla crisi Fiat. Infine ogni notizia viene conclusa con un detto di saggezza popolare che offre anche una chiave di lettura, quasi una morale, per ciascun comunicato. Tonino Guerra, un intellettuale che ha scritto molte sceneggiature per importanti registi (Fellini, Antonioni, Rosi, Tarkowskij, Angelopulos), autore anche di molte belle poesie in dialetto romagnolo, ha dichiarato che «Il dialetto è una lingua. Prima c’era il latino; il latino si è squagliato e sono nate tante altre lingue. In Italia così abbiamo un plurilinguismo nazionale. L’importanza è che si scrivano cose belle».
Anche a Bologna, il Teatro Stabile “Nuova Scena”, a difesa della nobiltà del dialetto, propone classici dialettali, come grido d’allarme contro la perdita di quel grande prezioso patrimonio che sono i dialetti, sempre più imbastarditi e stravolti, iniziando a presentare il classico Miseria e Nobiltà di Edoardo Scarpetta.
Vito Maurogiovanni, giornalista, scrittore ed insigne commediografo di cultura popolare, ha scritto diverse farse in dialetto come Aminueamare, Chidde dì e U café antiche, quest’ultimo, unico dramma dialettale barese e prima opera teatrale dell’autore. Jarche vasce, dello stesso autore, che rappresenta una ricostruzione dei cicli della vita e dell’anno secondo la cultura della tradizione, ha avuto un grandissimo successo, superando le 3000 repliche, essendo in cartellone da oltre venticinque anni, raggiungendo così un primato della storia del teatro barese. Il dramma teatrale La passione de Criste, sempre di Maurogiovanni è, in sostanza, un altro grande lavoro in dialetto, del quale è stato anche pubblicato un volume. Replicata oltre cento volte in teatro e stata trasmessa anche da Raitre. Lo stesso Maurogiovanni sostiene che «Il rapporto società-dialetto ha dietro di sé una lunga storia; anzi una storia infinita» auspicando, «di poter ancora parlare della dignità e della nobiltà del dialetto nelle società di tutti i tempi».
A proposito di teatro è il caso di ricordare il volume di Antonio Stornaiolo (in arte Tata), La recita curiosa che altro non è che un lungo e articolato viaggio nel teatro popolare barese dal dopoguerra ai giorni nostri. In esso si afferma: «Con la nascita di questa nuova teatralità, perciò, la cultura della città comincia ad essere ravvivata da due anime: una ufficiale e distaccata, che in linea di massima si rappresenta alle prime del teatro di prosa, l’altra più popolare ed informale che, con il recupero delle tradizioni e con la scoperta della baresità, inventa spazi e contesti scenici in grado di avvicinare e catturare un pubblico nuovo e giovane, mai attratto precedentemente dalla scena teatrale».
Giovanni Panza, appassionato esperto di dialetto, gastronomia e tradizioni locali, ha lasciato, tra le altre, una pregevole pubblicazione dialettale barese bilingue, (italiano e dialetto), di altissimo livello, opera che ha avuto un notevole e meritato successo e che rappresenta l’inventiva, la fantasia, l’amore dei baresi per la cucina, intesa sia come modo di preparare le vivande, che come centro materiale e spirituale al cui calore si forma, vive e progredisce la famiglia. Un commento alla prima edizione del libro così recita: «Il libro rappresenta un valido contributo alla storia ed alla civiltà della nostra Bari e fa rivivere ricordi che sembravano irrimediabilmente perduti». Anche Alfredo Giovine, ci ha lasciato un’ottima testimonianza dell’amore dei baresi per la cucina, una sorta di ricettario della cucina tipica barese, arricchito di cenni storici, curiosità locali, aneddoti, proverbi, poesie e modi di dire che si riferiscono alla cucina barese. Non va dimenticato che anche la cucina è un complemento della realtà dialettale, e quella barese, è di antica nobiltà. «La làghene non è forse il làganum dei latini?».
Anche gli americani si interessano ai dialetti italiani, tanto che Herman W. Haller ha fornito agli italianisti americani due importanti opere: The hidden Italy (1986) e The other Italy. The literary canon in dialect (Ed. University of Toronto Press, 2000). A proposito della Puglia Haller ha stilato un percorso espositivo che potrebbe così riassumersi: «Una forte tradizione letteraria dialettale cominciò a svilupparsi solo nella seconda metà dell’800 durante la quale la cultura dialettale pugliese si identificò quasi esclusivamente col locale e col satirico, soprattutto con la maschera di Pancrazio Cucuzziello (detto il Biscegliese)». Haller ricorda anche Nicola G. Del Donno (salentino), Pietro Gatti, Giacomo Strizzi, Francesco P. Borazio, Joseph Tusiani, Lino Angiuli e Francesco Granatiero, dei quali, secondo Sergio D’Amaro, autore della nota giornalistica, «è assicurata un’ulteriore meritata canonicità. Nel teatro svetta Vito Maurogiovanni».
Sempre negli Stati Uniti d’America è stato pubblicato nel 2002 il volume “Dialect Poetry of Northern and Central Italy (Texts and Criticism) A Trilingual Anthology”, nel quale la poesia dialettale di venti regioni italiane viene analizzata, antologizzata e bibliograficamente scrutinata per offrire al lettore anglosassone la stupefacente varietà e ricchezza di lingue e di orizzonti espressivi entro cui oggi si svolge una parte considerevole della letteratura nazionale.
Anche la medicina ha dato una mano a dare importanza universale al dialetto. Infatti nel 1513 fu pubblicato a Strasburgo un libro che si rivelò un best seller. Era intitolato "Der swangern Frauen und Hebammen Rosengarten", cioè Il Roseto delle donne incinte e delle levatrici. L’autore Eucario Roesslin, medico a Worms e Francoforte, non diceva nulla di originale però lo scriveva in volgare e non in latino, e la pubblicazione divenne il primo manuale per levatrici ed ebbe larghissima diffusione.
In Francia il Ministro della Cultura Jack Lang ha deciso di moltiplicare le scuole in cui accanto al francese - lingua nazionale - si insegna come seconda lingua il dialetto locale. Ma il Ministro francese si è spinto oltre, fino a prevedere la creazione di scuole elementari in cui si insegni prima la lingua locale e solo in un secondo tempo quella nazionale.
Anche la musica suona bene in dialetto, così titola una nota apparsa sul settimanale Donna Moderna (n. 19, 2002), riferendosi al giornalista musicale Andrea Laffranchi, «Uno che non ha mai mancato di dare dignità al dialetto ligure», mentre Renzo Arbore nel suo album, "Tonite! Renzo Swing!" ci regala anch’egli un divertito omaggio al dialetto. Laffranchi auspica anche che «L’uso del dialetto possa essere anche un’arma di grande ironia».
Oggi anche Internet parla in dialetto, infatti, numerosi siti e blog conducono al vernacolo. Si calcola che la ricerca multimediale può snocciolare circa ventitremila pagine sull’argomento, anche allo scopo di non perdere per sempre un patrimonio culturale.
Lasciamo quindi che i baresi si esprimano nella loro lingua, dal momento che il nostro vernacolo resiste contro l’assalto dei mezzi di comunicazione e costituisce un ponte verso il passato e rappresenta la vera espressione dei sentimenti. Infatti, con il dialetto si può ridere, piangere e pregare. Concordo pertanto con quanto affermato da Emilio Solfrizzi (in arte Toti), in una intervista al quotidiano Roma, secondo il quale «Occorre “sdoganare” la lingua barese, da sempre relegata in serie B, e farle avere la dignità degli altri dialetti». Lo stesso Perotti sostiene che «Il dialetto barese, al pari di tutti gli altri, si va trasformando, non muore: morirà il giorno in cui mancherà l’ultimo abitante, ciò che non pare probabile. Ed è appunto in vista di codesta trasformazione, lenta ma inesorabile, che sarebbe necessario di fissare quello che c’è».
«Ben vengano dunque gli studi e le opere sul dialetto il cui valore culturale è degno di plauso in quanto costituisce la concretizzazione di uno sforzo volto al bene, eticamente orientato a quella eco-comunicazione fra esseri umani non mediata da artefatti linguistici o tecnologici e quindi naturale» (Attilio Alto). Insomma, per dirla con Armando Perotti, «...Il dialetto barese è Bari: la sua storia, la sua anima, la ragione stessa dell’esser suo», per cui esprimiamoci liberamente nel nostro dialetto, che rappresenta anche un ulteriore mezzo per abbattere le barriere della comunicazione e, soprattutto, insegniamolo ai nostri figli per conservare nel tempo la memoria storica da tramandare alle generazioni future.
Per restare in tema, concludo con una poesia di Peppino Franco dedicata al dialetto, nella quale l’autore esprime tutto il suo amore per la lingua dei nostri nonni, ipotizzando che il dialetto è stato inventato da Dio e che fu Lui stesso il primo a parlarlo.

DIALETTE BEDDE MÌ SÌ NNU TRESORE...
di Peppino Franco

Ci sape quanda volte sò ppenzàte
a cci ha parlàte apprime nu dialette;
fù ’u Paddretèrne acquànne ngi ha creiàte?

Percè nzijme ’o serpènde, Adame ed Eve
e ttutte l’alde ch’onne nate doppe,
s’avèvena parlà trà llòre e llòre,
e nnu segnàle o ’na paròle stève.

E allore certamende le dialette,
iè state ’u Terneddì ca l’ha nvendàte.

E accome ha ffàtte a ffà tanda paròle,
ca ci le cape tutte a iùne a iùne,
non crede ca na da scettà nesciùne
pe’ cquànde sò nu spècchie de bbellèzze!

Ci è bbèdde a scìsse a stà cu popoline,
addòve tutte pàrlene ’u dialètte.
Iè ggènde ca nà ttène la struzziòne;
a cchidde na nge pènze ma’ nesciùne,
e ttìren’a ccambà che lle desciùne!

E cci le uè vedè, và ffà dù passe
nda Bare vecchie, sòpe a Sande Pijte:
Iàcchie ‘na mamme annavecà nu figghie
ca cande e ddìsce cose tenerèdde...
la ninna nanna, e ttùtte cu dialètte.

Nu attane po’, che n’alte figghie mbràzze,
se fasce trà le rècchie pe’ scequà...
po’ s’accarèzze ’u fìgghie, ’u vàse e vvìte
mbàcce alla fàcce quànde iè ffelìce!

Ndra ttutte chisse scene commovènde
tu te ngànde a ssendì parlà la ggènde,
ca dìsce chìdde cose ch’ava disce,
senza stediàlle... senza strìsce e stràsce...
percè nda lle paròle du dialètte,
na n’asìstene bbescì, nè fenziòne,
tutt’e ssingère, e ’na paròle dòlge,
prime ca ièsse a ffarte ’na carezze,
la vita abballà mmòcche nzijme au core...

Dialette bbedde mì, sì nnu tresòre !


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IMMEDIATEZZA DEI SENTIMENTI COL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:18 am

IMMEDIATEZZA DEI SENTIMENTI COL DIALETTO
Barisera 1 ottobre 2007, pag. 19
di Vittorio Polito

Ettore De Nobili, per oltre quarant’anni insegnante presso la Scuola San Filippo Neri di Bari, medaglia d’argento del Presidente della Repubblica “per l’opera particolarmente zelante ed efficace svolta a favore dell’istruzione elementare e della educazione infantile”, ha pubblicato la sesta edizione del suo volume “Regali di Natale e pe tutte le dì du uanne” (Wip Edizioni, Bari, pagg. 188, euro otto) , ampliata e aggiornata con nuove poesie e presentata dalla Wip Edizioni con una rinnovata veste grafica.
Si tratta di una raccolta di poesie e prose scritte in dialetto barese, qualcuna in italiano, che conducono il lettore in un piacevole viaggio nella cultura barese attraverso lo stesso vernacolo colorito ed espressivo.
L’autore ha diviso l’opera in vari capitoli: La scuola, Il Natale, che dà il titolo alla pubblicazione, Momenti di Vita e Racconti e ricordi, che rispecchiano la cronaca della sua vita, con particolare riferimento alla scuola che amava tanto. Una curiosità: fra i suoi alunni c’era Gianni Ciardo.
Non va dimenticato che gli autori dialettali baresi hanno prodotto, e qualcuno propone ancora, opere di elevato contenuto lirico e di arguta satira. Per vari motivi il nostro dialetto non ha avuto la fortuna di altri (napoletano, romanesco, veneziano), che hanno raggiunto la notorietà, ma non per questo deve essere considerato di seconda scelta, dal momento che ha dato prova di essere una precisa forma linguistica attraverso autori di testi poetici, commedie e saggi di colorita prosa di tutto rispetto.
Egidio Carriero, che firma l’introduzione, sottolinea come la poesia e i suoi versi sono un dono comune perché attingono, attraverso la lingua dei padri, a una polla genuina, non contaminata degli urli e dal nonsenso. Ogni poesia della raccolta è un registro dell’amore di De Nobili per la Scuola. E non si può non essere d’accordo con quanto scrive Carriero, dal momento che il dialetto significa immediatezza di sentimenti.

U MARE DE BARE
di Ettore De Nobili

Ce tu, barèse, a la matine
te va affacce ddà, o’ Lungomare
acquanne u sole
ièsse da mbonde a mmare,
abbàgnete le mane
a chedd’acqua sande
c’ha viste arrevà Sanda Necole,
e che tutt’u core
rengrazzie a Criste
ca t’ha fatte nasce
probbrie ddò, a Bare!


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RITRATTI DALL'ARTE AL VERNACOLO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:19 am

RITRATTI DALL’ARTE AL VERNACOLO
da Barisera 4 luglio 2005, pag. 22
di Vittorio Polito

Per arte si intende un particolare prodotto culturale, comunemente classificato come pittura, scultura, architettura, musica, ecc., mentre il dialetto è un sistema linguistico di ambito geografico o culturale attraverso il quale si esprime la vera genuinità, la naturalezza della vita concreta, l’autentico soffrire e sentire di un popolo. Se poi mettiamo insieme arte e dialetto allora l’accoppiata è vincente, soprattutto dal punto di vista della comunicazione. L’idea di Luigi Giacopino, pittore, e di Giuseppe Gioia, poeta dialettale, di pubblicare per i tipi di Adda Editore, Bari (pagg. 158, euro 40) il volume “Ritratti” che accosta i due argomenti, è stata veramente originale e degna di attenzione.
Giacopino, nato con il dono del disegno, viene chiamato giovanissimo nello studio artistico della casa editrice Laterza, successivamente, quando lascia la tipografia, intraprende uno studio assai originale, quello della grafica pubblicitaria per seguire poi la linea neorealistica di Renato Guttuso e Giuseppe Migneco ma, soprattutto, quella di Domenico Cantatore, Carlo levi e Ginetto Guerricchio. I risultati sono sorprendenti, le matite ed i pennelli di Giacopino hanno dato forma a vedute e tipi umani del nostro sud ed hanno sublimato l’anima raccontando gioie, dolori, laboriosità, valori e vita.
Giuseppe Gioia, ingegnere civile prestato alla poesia, si è sempre occupato di opere idrauliche sia nell’ambito dell’attività accademica, è titolare della cattedra di “Infrastrutture idrauliche” al Politecnico di Bari, che in quella professionale dedicata ad interventi piuttosto impegnativi sul territorio. Ma, Gioia, oltre a scrivere e pubblicare i risultati delle sue attività di ricerca, si è dedicato, con molto impegno, a giudicare dai risultati e dai premi conseguiti, anche all’arte della poesia dialettale barese. È, infatti, autore di altre due pubblicazioni di poesie dialettali che va raccogliendo da oltre un decennio e che riflettono sensazioni e pensieri derivanti dall’osservazione del mondo che lo circonda. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nazionali ed internazionali per le sue poesie, tra i quali il premio dell’Accademia Internazionale “Padre Pio da Pietrelcina”, (1999-2005); il “premio speciale giuria” nel concorso internazionale di letteratura, poesia, giornalismo - Città di Bari - il Papavero d’oro (1997), e numerose altre testimonianze. Il poeta inglese John Keats sosteneva che “Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” ed i versi di Pino Gioia sembrano avere proprio questa caratteristica.
Le immagini e le poesie presenti nella bella pubblicazione coprono un po’ tutto il territorio della nostra bella Puglia, senza tralasciare tradizioni, San Nicola, Petruzzelli, Bari, la Valle d’Itria, insomma l’aria ed i suoni di casa nostra, quelli originali che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare fin dalla nascita. I due autori sono complici anche per aver affrontato altri temi relativi ad alcune città italiane come Siena, Redipuglia, Chianciano, Montepulciano, ma non hanno neanche dimenticato problemi sociali come gli emigranti, i profughi, o “le strascenàte”, “u presèbbie de le poverijdde”, insomma c’è l’imbarazzo della scelta tra una bella poesia e una bella immagine.
Il risultato è più che soddisfacente, forse è la prima volta che due autori con intenti diversi pubblicano un volume unificando arte e dialetto: l’arte di Luigi Giacopino, un pittore dal forte istinto popolare, e quella di Giuseppe Gioia che, nonostante la sua mentalità tecnica, si scopre, attraverso le sue liriche, la sensibilità del suo animo verso la poesia. L’originalità sta anche nel fatto che i due autori, pur in tempi diversi, hanno avuto quasi sempre le stesse ispirazioni, scrivendo o disegnando identici soggetti.
Una per tutte, data l’attualità, la pagina dedicata al Petruzzelli, che vede da una parte il tratto e acquerello di Giacopino che mostra il Petruzzelli in fiamme, datata 1992, e dall’altra la bella poesia di Gioia, scritta nel 2003, segno inequivocabile della sofferenza che le persone sensibili hanno nei riguardi del tempio della lirica e contemporaneamente l’identità di vedute.
La pubblicazione, presentata dal Sindaco di Bari, contiene le prefazioni di Pietro Marino, “Uno sguardo d’amore”, e di Vito Maurogiovanni, “Il fascino del dialetto”. Un volume proprio da non perdere: gli amanti dell’arte e del dialetto sono avvisati!

U PRESÈBBIE DELLE POVERIDDE
di Giuseppe Gioia

A Bare Vècchie, u presèbbie jè tradezziòne
ijnd’alle casere, alle Chiesie a ogn’è pendòne!
Scènn’atturne atturne pè stì stràte
sinde uaddòre de terròne e carteddàte!
Quanda presèbbie sò viste da stì vanne
pe spizzuàlle, non avaste nanne!
So’ assà bèlle, chijne de fandasì
ogne ijune tène tanda poasì!
Ma cudde ca veramènde jè magistràle
u so’ acchiate o’ quèste della Cattedràle!
sop’àlla chiazze, ijnd’à nu settàne,
u presèbbie de le poverijdde jè … recàme!
Dalla carta d’mballagge arrezzàte
ijèsse la grotte, la chiù calde e arregreijate
la sckorze du uarrue jè u sèndijre
ca port’alla mendagne u carrettijre!
Le staduètte, nu picche arrepezzàte,
stonne dò e dà, tutt’aggestàte!
la bambaggie sop’ò monde jè la nève
u pègheridde, ijnd’ò spècchie bève!
U musckie, scettàte atturne atturne,
fasce u pràte, u mègghie d’ù munne!
l’arrue de pine che l’arange e mandarìne
abbrazza la grotta, la mendagna e Gesù Bammìne!
Me sèndeche menetijdde dò nanze
chèss’obèra jè la chiù chijèna de creijanze!
e abbuène abbuène, ma ce l’ave mannàte?
m’arrive alle rècchie na serenàte!
Che la zambogne e la cialamèdde u pastòre
annusce de Natale u sapòre
e me ijacchieche jnd’à nu munne idèale
dò, … o’ spunde della Cattedràle!


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DIALETTO, MEZZO DI COMUNICAZIONE ANCHE IN MEDICINA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:20 am

DIALETTO, MEZZO DI COMUNICAZIONE ANCHE IN MEDICINA
da Barisera 5 febbraio 2007, pag. 17
di Vittorio Polito

Francesco Mininni, presidente dell’Associazione Internazionale per i Disturbi della Comunicazione Umana, nel suo capitolo “Il dialetto, mezzo di comunicazione tra medico e paziente” pubblicato su Il dialetto, dignità di comunicazione, dignità sociale (Ed. Aierre), sottolinea che “Dato che il rapporto medico-paziente è per natura fiduciario, quando non si stabilisce un dialogo costruttivo, e quindi, una comunicazione efficace, gli strumenti diagnostici diventano scarsi e solo appena probatori”.
Indispensabile, quindi, per un professionista e soprattutto per un medico capire bene quello che lamenta un paziente, anche se lo dice in dialetto, per poter fare una giusta diagnosi e quindi un’altrettanta utile terapia.
In aiuto al medico viene incontro un volume, anche se non più disponibile, di Carlo Scorcia che ha pensato bene di divulgare una sorta di “Nomenclatura di medicina popolare barese”, (Edizioni Levante), scritta in dialetto barese e per chi non conosce il dialetto è stato predisposto un indice metodico Italiano-Barese di 200 voci relative al corpo umano.
La pubblicazione, che vuole essere un omaggio ai Baresi del tempo passato ed ai Baresi di oggi, contiene tra l’altro una nomenclatura delle malattie e un indice metodico relativo al corpo umano, alle malattie ed ai malanni ed alle erbe medicinali.
Nei tempi passati la comunicazione era molto importante, dal momento che ogni ammalato provava piacere a dilungarsi sui suoi acciacchi, mentre l’interesse di chi ascoltava favoriva di persona l’esame della maggior parte delle malattie da trattare.
A titolo esemplificativo ricordo alcune voci relative al corpo umano e ad alcune malattie riportate nel volume di Scorcia: vòcche du stòmmeche = cardias; gangale = dente molare; cannarile = esofago; addò stonne le recchjìne = lobi delle orecchie; dìsscete grèsse = pollice; creapòbble = membro virile; sobraffiate = affanno o dispnea; trevùgghie = agitazione; rùscete = ronzio o acufene; panòcchje = bernoccolo; gòcce-a lle vìsscere = catarro intestinale; acqua alla vènde = cirrosi epatica; vosce cadute = laringite; scì ròddua ròddue = menarca; gamme graneddòse = vene varicose.
Al medico si ricorreva solo nei casi estremi, per malattie che non si riusciva a capire ed a guarire nemmeno con la magia, mentre al medico che doveva effettuare un intervento chirurgico si riconosceva come “il salvatore”. Ed a questo proposito Scorcia ricorda alcuni medici (De Angelis, Patarino, Vulpi, Nitti) e il chirurgo D’Erchia con la sua clinica in piazza Madonnella a Bari, che hanno goduto di molta stima ed affetto.
A conferma di quanto sopra riporto una frase dello stesso Mininni che alla fine del suo capitolo scrive testualmente: “Agghi’a ddisce gràzzie, a ccì iòsci-a la dì, m’ha ditte le malatì de le barìse, a ccì m’ha fatte velè bbèn’a sta cettà. Cchiù le barìse malàte parlane barèse, cchiù sùbbete u mìideche l’av’a uarì”. [Devo dire grazie a chi, oggi mi ha parlato di come i baresi chiamano le proprie malattie, a chi mi ha fatto volere bene a questa città. Più i baresi malati parlano barese, prima ancora il medico li guarirà].
Pertanto, poco importa se nella scrittura dialettale manca una “s” o un accento, l’importante – scrive Mininni – è salvaguardare il messaggio.


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IL DIALETTO, MAUROGIOVANNI E U CAFE' ANTICHE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:21 am

IL DIALETTO, MAUROGIOVANNI E U CAFE' ANTICHE
Da Barisera 11 marzo 2003
di Vittorio Polito

«Via De Rossi, bella via mia, t’ho conosciuta tanti e tanti anni fa. Forse fu nel Trenta o nel Trentatré? Chissà, forse fu prima ancora. Il mio ricordo è che allora ero nella più bella età. C’era, nella tua via, quell’Antico Caffè, con il lampione rosso, i divani rossi, i quadri dei Mille tutti commossi naturalmente in camicia rossa. E un lampione bianco, luminoso, che s’accendeva nelle grandi occasioni». Così si esprime Vito Maurogiovanni nei riguardi della strada del borgo murattiano della quale ha trascorso quasi una vita e che gli ha permesso di memorizzare tante di quelle cose e di quei personaggi, da indurlo a scrivere, tra le sue numerose pubblicazioni in lingua e in vernacolo, anche il dramma in dialetto barese U café antiche (Levante Editori, Bari).
Ettore Catalano, docente della nostra Università, così si esprime nella prefazione «... un vero e proprio gioiello del mal cresciuto teatro barese», dichiarando la sua «... insofferenza per tutto il ciarpame, la paccottiglia, la volgarità e la eclatante stupidità della stragrande produzione in dialetto esplosa dopo i successi di Jarche Vasce», altra opera dello scrittore.
Ma torniamo al dramma del Café antiche che si svolge in un piccolo caffè, appunto quello dei Maurogiovanni, che dà materia all’autore, una mescita aperta a Bari nel 1860 da un bisnonno di origine napoletana, che vide passare borbonici e garibaldini, e che nei suoi tre atti fioriscono anche spontanee situazioni comiche attinte dal vivere quotidiano del nostro popolo. Il lavoro è ambientato in un epoca ormai lontana ma che l’autore ha trattato con una finezza davvero pregevole.
Maurogiovanni, giornalista, scrittore ed insigne commediografo di cultura popolare, ha scritto anche diverse farse in dialetto come Aminueamare, Chidde dì du 188, Sanghe, amore e contrabbanne e Jarche vasce. Quest’ultima rappresenta una ricostruzione dei cicli della vita e dell’anno secondo la cultura della tradizione, ottenendo grandissimo successo e superando le 3000 repliche, essendo in cartellone da quasi trent’anni, raggiungendo così un primato nella storia del teatro barese. Per non parlare della famosa trasmissione “La Caravella”, i cui testi erano pure suoi e del volume “Il Teatro”, edito da Levante, nel quale sono riportate opere in dialetto e in lingua. Il dramma teatrale La passione de Criste, altro grande lavoro in dialetto, è stata trasmessa dalla Rai ed è stato pubblicato anche in volume. Anche Sanghe, amore e contrabbanne, è stata trasmessa dalla Rai nella fascia regionale della Rete Due.
Fra le tante indovinate intuizioni del commediografo è da evidenziare il suo dialetto scritto un po’ in forma personale, un dialetto più sentito che parlato, anche se vivido è lo spirito barese dei personaggi, che vide tra i protagonisti Osvaldo Ruggeri, Angelo Josia, Giulio Perrone, Angelo Pignataro, Pino Sciacqua, Vito Speranza, Tina Suglia, Claudio Perone, Lisetta Croce e l’indimenticabile Wanda Rinaldi, la popolare Marietta, della domenica radiofonica barese, che interpretarono i ruoli di caffettieri, sagrestani, calzolai, parroci, suonatori della vecchia città raffigurati in un delicato ricamo di situazioni tratte da un antico e civile modo di vivere.
Scrivere in dialetto, per quanto può sembrare non estensibile a un gran numero di fruitori dell’opera, permette di esprimersi artisticamente in senso sociale. Sembrerebbe un paradosso, ma in realtà non lo è, vista la scarsa propensione del pubblico ad avvicinarsi al letterario, perché considerato piuttosto inaccessibile e pesante. In tal senso la produzione editoriale in lingua dialettale – ci riferiamo a quella seria e non volgare - ha lo scopo di diffondere il messaggio più complessivamente, indipendentemente dal ceto e dal grado culturale.
Questi, probabilmente, i principi che hanno informato l’Autore nella creazione del suo teatro dialettale con l’uso del dialetto utilizzato nella sua ricchezza idiomatico-espressiva, piuttosto che nel valore filologico. Sta di fatto che le sue opere teatrali, che non sono poche, hanno ottenuto molto successo. L’autore, insieme all’Editore Levante di Bari, si augurano di avere tanti lettori quanti sono stati, gli spettatori che hanno visto e vedono ancora le opere in teatro, e noi entusiasticamente ci uniamo a loro.
Per dirla con Egidio Pani, critico teatrale: «...L’opera di Maurogiovanni raggiunge accenti di sentita commozione. Si sente che l’autore ha ricostruito, con vivace, intensa umanità un mondo di una Bari amara ed umile».


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Gio Giu 19, 2008 10:19 am, modificato 3 volte

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IL NATALE BARESE TRA LEGGENDE E DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:22 am

IL NATALE BARESE TRA LEGGENDE E DIALETTO
Barisera 20 dicembre 2004 pag. 25
di Vittorio Polito

“Placida notte quella di Natale; magica notte nella quale tutto può accadere: l’universo si ferma per un attimo, gli animali parlano, gli alberi fioriscono in pieno inverno, i fiumi si trasformano in colate di oro e miele”.
Natale, un evento cristiano ricordato nella cristianità occidentale il 25 dicembre è una delle feste più belle dell’anno sotto molteplici aspetti: religioso, tradizionale, folcloristico, poetico, ecc.
Nino Lavermicocca e Anna Maria Tripputi, hanno curato per l’editore Paolo Malagrinò (pagg. 108, euro 15), una bella pubblicazione dal titolo Placida notte, da sempre sinonimo della notte di Natale, e che in collaborazione con Vito Maurogiovanni, Nicola Cortone, Vincenzo Carlone, Pietro Squeo e Alfredo Ventola indirizzano ai lettori una sorta di messaggio augurale inconsueto. Infatti, gli autori illustrano riti, tradizioni, racconti, culto, poesie, iconografia e tutta la suggestione della importante festività, quale testimonianza del patrimonio barese del Natale.
Vari i temi trattati: il lungo camino del Presepio (Lavermicocca) il Natale nella letteratura popolare (Tripputi), il colore della festa tra ricordi e racconti (Maurogiovanni), l’alfabeto del Natale barese (Lavermicocca), le poesie “baresi” per il Natale barese (Nicola Cortone), il presepe arcaico di Raffaele Spizzico (Carlone) ed anche le delizie natalizie (Squeo e Ventola), che fanno parte integrante ed insostituibile della solenne festività.
Ed anche il dialetto, che “oltre ad assolvere la funzione di soddisfare le esigenze espressive di uso giornaliero e di carattere popolare, ha anche quella di rievocare tradizioni e costumi della civiltà del passato”, entra di prepotenza in questa pubblicazione, che Nicola Cortone ha voluto rappresentare con tre belle poesie: “La Pastorale au Prisebie de Gesù Bammine” di F. Saverio Abbrescia, “Pastorella natalizia” di F. Babudri e “U Natale de le poveridde” di P. Santoro. Foto di Beppe Gernone, copertina su progetto grafico di Stefano Lavermicocca.
Una bella pubblicazione da leggere, conservare e regalare. Ne vale la pena.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Lun Apr 21, 2008 4:57 pm, modificato 6 volte

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IL TEATRO (DIALETTALE E IN LINGUA) DI DOMENICO TRIGGIANI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:22 am

IL TEATRO (DIALETTALE E IN LINGUA) DI DOMENICO TRIGGIANI
da Barisera del 3 marzo 2003
di Vittorio Polito

È stato pubblicato recentemente un ennesimo volume dello scrittore e commediografo Domenico Triggiani: Teatro di Domenico Triggiani per i tipi della Editrice Tipografica di Bari, pagine 276, euro 10,33).
Triggiani, dopo quindici anni, ha colpito ancora con una seconda raccolta di graditissime commedie, questa volta assortite in lingua e in vernacolo.
Le commedie che presenta sono 9 di cui 3 scritte in lingua: “La valigia misteriosa” e “Come di erudisco pupi e burattini”, mentre le rimanenti 7 sono scritte in vernacolo barese: “Che le sùrde jè mègghie a jèsse mùte”, “Sò ffatte sè!”, “Nge ne sìme ascennùte”, “U retòrne de Giacchìne Mùratte”, “A cchiànge stù muèrte sò làggreme perdùte”, “No, u muèrte non u vògghie!” e “Nessciùne u sàpe”.
L’autore, che ha una lunghissima esperienza al riguardo, non è la prima volta che presenta testi e commedie in dialetto, infatti ha scritto Da Adàme ad Andriòtte, romanzo storico-satirico, All’àneme della bonàneme!, U madremònie de Cellùzze, No, u manecòmie no!, Le barise a Venèzie e la Candìne de Cianna Cianne, molte presentate da V.A. Melchiorre.
Triggiani, scrittore, drammaturgo, critico e regista teatrale, ha un lungo curriculum alle sue spalle, infatti, in sessanta anni di attività letteraria ha scritto ottanta opere in lingua e in vernacolo barese, quasi tutte edite. Una vita dedicata all’attività letteraria che ha visto la maggior parte della sua produzione teatrale rappresentata nei principali teatri, trasmesse dalla RAI e da altre emittenti televisive. Ha ottenuto premi e onorificenze, fa parte di numerose Accademie, insomma non ha bisogno di presentazioni, per cui rimandiamo i lettori alle sue opere che certamente non mancheranno di incuriosirli, anche perché ha collezionato al momento circa tremila recensioni e citazioni della stampa
Il dialetto barese lo vede protagonista, anche perché le sue commedie dialettali, oltre ad essere numerose, sono scritte in un ottimo vernacolo, il che denota la preparazione e la padronanza della lingua dei nostri nonni che Triggiani possiede. D’altro canto, il dialetto, che è un potente mezzo di comunicazione e che vanta numerose espressioni artistiche, in poesia, in prosa e in teatro, come testimonia appunto il lavoro dello scrittore, si rivela uno strumento importante per la crescita socio-culturale di una popolazione. Lo scrittore contribuisce a creare un ponte autentico tra le generazioni, che hanno necessità di comunicare in modo spontaneo, per crescere senza vincoli e barriere.
L’autore si augura di vedere queste “sue creature” realizzate sul palcoscenico e volentieri ci associamo al suo desiderio meritevole di essere non solo esaudito, ma anche di vedere le sue opere ottenere la massima conoscenza e diffusione.
Domenico Triggiani è scomparso nel mese di dicembre 2005.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Mer Mar 26, 2008 6:28 am, modificato 2 volte

Vittorio E. Polito

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RICORDO DI ALFREDO GIOVINE L'UOMO DEL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:24 am

RICORDO DI ALFREDO GIOVINE L'UOMO DEL DIALETTO
Da Barisera del 23 agosto 2002
di Vittorio Polito

In occasione del settimo anniversario della morte di Alfredo Giovine, demologo, scrittore e poeta dialettale, che ha dedicato la sua attenzione culturale al folclore, alla storia, alla vita teatrale, alla musica, agli usi e costumi, alla cucina, alle tradizioni ed al dialetto barese, è doveroso un ricordo. Don Alfredo ha scritto e divulgato oltre 90 pubblicazioni, quasi del tutto esaurite, che abbracciano diversi argomenti e oltre un migliaio di articoli pubblicati su vari quotidiani e periodici. Tra le pubblicazioni ricordiamo la Bibbia Barese, la Vìdua Vìdue, U Sgranatòrie de le Barìse, Bari la Zita mè, Bari d’altri tempi, Proverbi pugliesi e C’era una volta Bari, tutte scritte in dialetto, quel dialetto che rappresenta un codice capace di dignità quanto a cultura e comunicazione.
Giovine ha fondato l’“Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi”, inserendo la sezione “Civiltà Musicale Pugliese”, con l’intento di divulgare gli aspetti sconosciuti di Bari e della Puglia, tentando di colmare le lacune esistenti nelle enciclopedie nazionali ed estere e facendo finanche inserire la voce Bari nel più importante dizionario musicale tedesco Die Muzik und Geschichte in Gegenwaerte. Insomma ha dedicato la sua vita al lavoro, agli studi, a Bari e alla musica, alla quale teneva in modo particolare. Ma il dialetto, le tradizioni culturali e la cucina barese hanno avuto la parte preponderante nella sua produzione letteraria. I suoi scritti sono stati divulgati attraverso importanti pubblicazioni ed opere enciclopediche italiane ed estere. Si occupò anche di epigrammi, facendoli pubblicare con il titolo di Scarabocchi, mentre una raccolta di aforismi porta il titolo di Massime di un Minimo.
Il Comune di Bari ha ricordato un suo figlio illustre dedicandogli una parte del lungomare sud, nel tratto che va dal Trullo al Camping San Giorgio. Molti hanno letto la vasta produzione letteraria di Alfredo Giovine ma pochi lo hanno conosciuto di persona poiché, a causa di una malattia, si era rinchiuso in casa per cinquant’anni circa e qui immerso nella sua biblioteca di 4000 volumi, si era dedicato a studiare e scrivere. Unico mezzo di comunicazione per dialogare con gli estranei era il telefono.
Vito Maurogiovanni, per qualche tempo direttore della Società dei telefoni, ha avuto il privilegio di conoscerlo, non per motivi culturali, ma perché Don Alfredo, titolare di una impresa di trasporti, si recava al suo ufficio a lamentarsi, proprio come avviene oggi, delle esose bollette telefoniche.
Maurogiovanni ebbe anche a dire di Giovine che aveva «…la vena poetica fatta di sentimenti fortemente popolari e soprattutto riflettenti l’eco del dialetto di cui curò l’esatta pronuncia e l’esatta scrittura nonché l’esatto svolgersi di proverbi, detti e modi di dire, anche in senso filologico», ed inoltre «che era stato fiero bersagliere». E i bersaglieri, difatti, con bandiere e piume al vento, non mancarono ai suoi funerali, né alla cerimonia che il Comune di Bari organizzò lo scorso anno in occasione della intitolazione di un tratto di lungomare che porta il suo nome, ove furono ricordati alcuni epigrammi e poesie scaturite da momenti ed episodi della vita quotidiana che puntualmente annotava.
Vito Signorile rammentando la propria attività di collaborazione con la RAI, a proposito di tradizioni popolari della nostra città, ricorda, tra le tante cose, di aver ricevuto da Don Alfredo una cartolina che lo incitava a proseguire nell’opera, cosa che ha fatto e continua a fare.
Franco Chieco, direttore di Contrappunti in una relazione dei suoi ricordi relativi a Giovine riferisce che aveva un archivio ineguagliabile, una vera miniera, sapeva tutto sui teatri di Bari, infatti, ha scritto due importanti e indispensabili volumi, uno dedicato a quello che fu il primo teatro di Bari, che aveva sede in Piazza Mercantile, proprio sotto il Palazzo del Sedile, e l’altro al Teatro Petruzzelli, che ad oggi nessuno sa se sarà ricostruito. Ed a proposito della tragedia del Petruzzelli in una intervista a Paolo Catalano, pubblicata su Contrappunti, Alfredo Giovine così si espresse “Il Petruzzelli? Quella mattina ho pianto. Quelle fiamme avevano bruciato un pezzo della mia vita… Eh, sì, piangemmo in molti, quel giorno, e mi piace pensare che le fiamme furono domate più dalle lacrime dei baresi che dagli idranti dei pompieri… Ma ora, per carità, facciamo presto a ricostruirlo. Voglio rivederlo, anche per un solo minuto: per piangere di gioia dopo aver pianto di dolore…”. Ma quel minuto non arrivò mai per Don Alfredo ed i baresi lo attenderanno chissà per quanto tempo ancora.
Ed a proposito di Bari era imperante per Giovine, e credo lo sia tuttora anche in Paradiso, l’amore per la sua città e per i baresi, tanto da ispirargli una quartina che così recita: Barìse benedìtte, / Allègr’a fadegà / L’àcque ca non ha ffatte / Angòre n-ggìile stà. / M’ha dditt’u Padretèrne / De disce a ttutte vù, / Ca tène na sembatì / Pe ttutte quànde nù. (Baresi benedetti, - Lavorate alacremente – L’acqua che non è piovuta – È ancora in cielo – M’ha detto l’Onnipotente – Di dire a tutti voi, - Che Egli simpatizza – Per tutti quanti noi).


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UNA STRADA PER ARTURO SANTORO UN CANTORE BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:24 am

UNA STRADA PER ARTURO SANTORO UN CANTORE BARESE
Barisera 30 aprile 2007, pag. 15
di Vittorio Polito

Il Comune di Bari con delibera n. 513 del 10 giugno 2006 ha deciso all’unanimità di attribuire ad Arturo Santoro (1902-1988), poeta dialettale barese, una strada a suo nome, con la seguente motivazione.
«Nel mondo culturale barese bisogna ricordare la figura di Arturo Santoro, un operatore economico con lo spirito da poeta, come lo definì Alfredo Giovine. Genuino e candido cantore dell’anima barese, Arturo Santoro seppe interpretare ogni manifestazione dell’anima popolare Le sue poesie rappresentano un diario di viaggio di uno che sta sempre dalla parte dei deboli e si esprime, senza peli sulla lingua, con il linguaggio dell’antica saggezza popolare. Il suo lavoro è costituito da oltre 700 scritti e poesie in vernacolo, in parte pubblicate. Alcune sue raccolte sono depositate preso Biblioteche della città ed alcuni suoi lavori hanno ottenuto riconoscimenti e premi nazionali. Pertanto, l’Assessorato intende ricordare questo Figlio della sua città, con l’intitolazione di una strada cittadina priva di una propria denominazione stradale ed è stata individuata la Traversa al n. 14 di Via Zandonai, nella VIII Circoscrizione (in territorio San Girolamo)».
La cerimonia si è svolta alla presenza dei figli e dei famigliari del poeta con l’intervento dell’Assessore alla Statistica ed alla Toponomastica del Comune di Bari, dott.ssa Antonella Rinella, che ha ribadito la volontà dell’Amministrazione a ricordare tangibilmente i cittadini che hanno contribuito a dare lustro alla nostra bella città.
Arturo Santoro era un operatore economico affermatosi nel settore delle drapperie (tessuti per uomo), ed a causa delle notti tragiche del 1943, Santoro si rifugiò con la famiglia in un ricovero antiaereo, rendendosi conto dell’immane disastro che la guerra stava provocando al nostro Paese. Irritato ed avvilito, preso dallo sconforto, trovò lo sfogo nei versi suggeriti dalla sua lingua madre: il dialetto barese. “Luna chjena” e N’àld puète”, tra le prime poesie che danno l’idea della tragedia che la storia stava vivendo e del suo stato d’animo di impotenza e sofferenza.
La nota scrittrice Maria Marcone dice di lui: «Ha saputo ascoltare la voce dell’antica saggezza popolare, fatta di fierezza, caustico senso critico e silenziosa opposizione; uno che ha cercato di continuo il confronto con gli altri e ha scelto una volta per tutte di mettersi con i più deboli per protestare e lottare, a modo suo, cioè scrivendo nella lingua degli emarginati, contro chi ha il coltello dalla parte del manico».
Un meritato riconoscimento al dialetto e ad un figlio di Bari.


LUNA CHJENA
di Arturo Santoro
S. Mauro Pascoli - Agosto 1944

Stanòtt la lune pàre ca chiànge,
aschennùte ‘nfra nuvol’e nègghie,
pe non vedè u lùtte e le dànn,
ca sòffr stà tèrr, da mìse, da jànn.

Jì uàrd sta lùne e uardànn m’ingànd:
m’ingànd a penzà che nu penzière.
Pènz’a la pàsce, c’avìme perdùte.
Pènz’a la uèrr, da nesciùne velùte!

Vèche nu làmb: se spèzz l’ingànd.
Sènd nu trùune: se gèle u sàngh!
Scènn da ngièle nu bèll bengàle,
splènd, s’appìcce, lassàte da n’àle.

L’àle retòrn, retòrn a spià!
Scètt na bòmb, na bòmba tremènd.
Nu trùune rembòmbe, mò chiù vecìne:
jè fuèche, jè sànghe, morte e ruìne!

Mò tutt’u cièle jè chjìne de lùsce.
Jè tùtt sblendòre. Pare na fèst.
Càte na bòmb… dò bòmb… tre bòmb…
Tùtt s’abbrùsce, se sfàsce, se ròmb!

La lun’è stàngh. Scènn’a ponènd.
Fors s’ascònn, nfra nuvole biàngh.
Passene l’òre.. La uèrr s’arrèst…
Pe chèssa nòtt… avàst la fèst! …..


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RICORDO DI GIOVANNI PANZA, UN BARESE COL PALLINO DELLA POESIA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:25 am

RICORDO DI GIOVANNI PANZA, UN BARESE COL PALLINO DELLA POESIA
da Barisera del 1° dicembre 2003
di Vittorio Polito

Giovanni Panza, nato a Bari il 3 giugno 1916, laureato in Giurisprudenza, fondò e diresse nel 1948 il settimanale satirico-sportivo “L’Arciere”, fu dirigente dell’Ispettorato Provinciale dell’Alimentazione di Bari e coordinatore dei Servizi dell’Alimentazione della Regione Puglia, curò per l’Istituto Centrale di Statistica lo studio su “Il prodotto netto dell’Agricoltura nella provincia di Bari”, editi dalla locale Camera di Commercio. Collaborò anche al periodico “Il Confratello” con articoli e poesie in lingua e in dialetto. Sono rimaste inedite molte opere e moltissime poesie in lingua e in vernacolo.
Il reale interesse di Panza, però, era il dialetto barese al quale era molto affezionato, come testimonia la sua prima importantissima pubblicazione “La checine de nononneovvero “u mangià de le barise d’aiire e de iosce”, diffusa in diverse edizioni. Trattasi di un volume bilingue (italiano e dialetto), un ricettario sul modo di mangiare dei baresi di ieri e di oggi che dovrebbe essere presente in ogni casa.
Va evidenziato nel testo “il senso della baresità, l’esaltazione di tutto ciò che rappresenta l’inventiva, la fantasia, l’amore dei baresi per la cucina intesa sia come modo di preparare le vivande sia come centro materiale e spirituale al cui calore si forma e progredisce la famiglia”. Nella recensione di Franco Sorrentino si leggeva tra l’altro: “Con queste tenere note si rivela poeta oltre che gastronomo e cultore di antiche e deliziose tradizioni”.
Ma Panza, che definiva a torto i suoi scritti “scemetùdene de nu schecchiate” (sciocchezzuole di uno scriteriato), non si è limitato solo al libro citato. Egli ha scritto anche “Cazzavune” (lumachine), libro di poesie bilingue , nel quale egli spazia con versi sulla sua amata Bari, sui pensionati, sul primo amore, sul dialetto, esprimendo tutto il suo attaccamento per il linguaggio degli avi con il quale si possono esprimere anche i più riposti sentimenti.
Un altra importante opera di Panza è rappresentato da “La uerre de Troia” (Iliade e Odissea chendate a la pobblazione – Iliade e Odissea narrata al popolo), scritta anche questa in italiano e dialetto barese . Forse perché Omero pare rappresenti una delle fonti da cui risale il nostro linguaggio, per certe citazioni come “Tallone d’Achille”, “Cavallo di Troia”, “Tela di Penelope”, ecc., che ricorrono ancora oggi come espressioni di linguaggio corrente anche da parte di chi non ha mai letto Omero. Infatti, in un epoca oppressa da eccessivi materialismi e tecnicismi, tutti i mezzi possono essere strumenti idonei a contrastare l’antiumanesimo. Uno di questi mezzi può essere rappresentato dal dialetto barese che Giovani Panza ha utilizzato per tradurre nel nostro vernacolo i famosi poemi omerici “Iliade” e “Odissea”, il quale nella presentazione scrive che “Il piacere di rileggere i due poemi è stato tale da suscitare il desiderio di renderne partecipi tanti altri. Ovviamente non avevo altri mezzi per attirare l’attenzione se non il dialetto barese e, in dialetto, ho voluto riaccostarmi – con reverente umiltà – al mondo omerico per raccontare, con il tono degli antichi cantastorie, i fatti cruenti e quelli edificanti; i tanti ricchi di spunti poetici, di insegnamenti morali, di considerazioni filosofiche che nell’Iliade e nell’Odissea sono contenuti”.
Ma il capolavoro di Panza resta il libro “Mia Moglie” , fuori commercio, ma donato a parenti ed amici, nel quale egli esprime attraverso liriche e poesie tutto il suo amore, l’affetto, il rispetto per la compagna della vita, delineando il suo carattere, la sua dolcezza, insomma evidenziando la personificazione della bontà. Cattiveria, invidia, gelosia, prepotenza, afferma, erano sentimenti a lei sconosciuti.
Come baresi ed estimatori del dialetto e della baresità è doveroso dare atto a Giovanni Panza del suo particolare attaccamento alla nostra città, ai suoi valori storici, morali e la tendenza a mettere in risalto la lingua dei nostri padri, il dialetto, finalizzato a far rivivere nel tempo usi e costumi della nostra gente.
Mi sia consentito un personale affettuoso ricordo dell’indimenticabile Giovanni (scomparso il 27 settembre 1994), dal momento che ho avuto l’onore e il piacere di conoscerlo e frequentarlo, potendo testimoniare non solo la dolcezza e la bontà della Signora Lina, ma soprattutto le doti umane ed intellettuali del suo illustre compagno.
Una delle più note pagine dell’Eneide è rappresentata dall’episodio del “Cavallo di Troia” che Giovanni Panza ha così tradotto e intitolato

U CAVADDE DE TAUE
di Giovanni Panza

Dope tand’anne de brutte patemiinde;
stanghe, scombortate pe le tande lamiinde,
le griisce penzorne a nu marchingegne
pe levarse mò dananze cudde mbegne.

Che ddò strascedde e quatte taue d’auì
Facerne nu cavadde granne adacsì.
Danande a la meragghie u pertòrene
Addò com’a nu cetrone u lassòrene.

Pe sapè ceccose mò veleve disce
Cudde sagramende fatte da le nemisce,
a trademinde le griisce facerne capì
ca jieve nu vote offerte a l’Iddì

p’esse agevolate a fernì la uerre
e a partì finalmende da chedda terre.
Mbesce, a cudde cavadde jind’a la vende,
le tradeture mettèrene le combattende

e facenne le mosse de fescirasinne
che l’arme, le fèmene, le piccininne,
le mbame s’erne aschennute a la veldate
aspettanne tutte pronde che le seldate.

Le troiane, no nzapenne come chembenà:
ce u cavadde fa trasì o a mmare scettà
o de scì a vedè ceccose steve jinde
(nguocchedune penzò a nu trademiinde)

a cusse punde seccedì nu fatte strane:
avèvene fatte priggioniire nu cristiane;
chiine de livete, ecchie ammelengiate
ca chiangenne gredò ch’ere state mazziate

da Ulisse, nu mbamone tradetore
ca veleve vendecà nu fatte d’onore.
Cudde maleditte se chiamave Sinone
e sapì fenge bbuene a fa u mbregghione

e che ttande ngingiringì e ngingiringià
convingì le troiane u cavadde pertà
mmenz’a la chiazza chiù granne de la città
e teneue ddà per le griisce allondanà.

Aveve vogghie a chiange e profetà
Cassandra pe le troiane fa arragionà:
nesciune a le parole sò crenzeve
percè u dDì Apollo adacsì veleve.

A la notte, ca tutte stèven’a ddorme,
da la vende du cavadde, comborme
a le piane da Ulisse chengegnate,
asserene le seldate chemmannate

da cudde rre de Itaca, nu velpone,
ca de Troia facì nu sule beccone.
Chedde ca nonn’avèvene fatte pe tand’anne
forte uerriire, u facì iune cu nganne.


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CAPRIATI, UN BARESE DOC AL COMUNE DI BARI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:26 am

CAPRIATI, UN BARESE DOC AL COMUNE DI BARI
Barisera 10 dicembre 2005, pag. 40
di Vittorio Polito

Ricorre in questi giorni il cinquantunesimo anniversario della morte di Giuseppe Capriati, uno dei maggiori poeti dialettali baresi.
Nacque a Bari il 9 marzo 1879 e dopo la licenza liceale si iscrisse alla Scuola di Notariato dell’Università di Bari. Dopo aver vinto un concorso nelle Ferrovie dello Stato, dovette rinunciare agli studi perché costretto a risiedere prima a Foggia e poi a Bologna.
Per necessità familiari, essendo figlio unico, fu costretto a tornare a Bari per assistere gli anziani genitori e quindi accettò il posto di Segretario presso la Società Elettrica barese. Nel 1944 il primo pro-sindaco di Bari, Natale Lojacono, lo volle suo Capo di Gabinetto per sanare la disastrata ripartizione Imposte e Tasse e gli affidò l’incarico di Direttore di quell’Ufficio, incarico che Capriati accettò, riuscendo con grandi sforzi a riassestare i bilanci, proponendo ed ottenendo l’istituzione della famosa “tassa di famiglia”, antesignana dell’attuale imposta sui redditi delle persone fisiche.
Di ottimo aspetto, sobrio ed elegante, eclettico e competitivo per l’originalità delle sue iniziative, fornito di non comuni doti morali, impersonò la figura dell’autentico “galantuomo” di vecchio stampo. Prediligeva la musica classica e sinfonica frequentando maestri di musica e direttori d’orchestra, fra i quali Larotella, Grimaldi, Annoscia, Libero Bovio, Ernesto Murolo, Pietro Mascagni e Umberto Giordano. Fu anche amico di Armando Perotti.
La sua maggiore notorietà gli era riconosciuta dalla sua particolare passione per il dialetto, soprattutto per le poesie dialettali e le canzoni, dal momento che egli componeva anche musiche. Testimoniano la sua particolare predisposizione per la musica, i premi ottenuti in occasione delle varie manifestazioni della “Piedigrotta barese”. Anche l’Enciclopedia Treccani lo ha ricordato fra i grandi poeti dialettali pugliesi con la seguente motivazione: «Poeta schietto e originale, ha scritto versi scoppiettanti di brio simpaticamente pepati, che gli hanno acquistato vasta popolarità». Egli ha svolto anche attività giornalistica.
Numerose le sue composizioni in lingua e in dialetto barese, premiate in pubblici concorsi. Vinse nel maggio 1929 il primo premio con medaglia d’oro al concorso indetto dal Comitato per i festeggiamenti del Santo Patrono per “Inno a San Nicola”. Vinse negli anni 1928, 1929 e 1930 la Piedigrotta barese per le canzoni (versi e musica) “Nu ciùcce capetèste”, “Lungomare” e “U Lungomare”, tutte premiate con medaglia d’oro. La sua produzione è notevole: ha scritto la tragedia lirica “Barbara Manfredi”; poemetto in lingua barese “La carestì”, che rispecchia le misere condizioni di vita dei baresi durante il secondo conflitto mondiale e l’epigrafe in lingua latina in morte di Vincenzino Diomede Fresa, figlio di Cesare, colui che istituì gli Asili-nido a Bari. Infine ha pubblicato un libretto di poesie “Versi dialettali”, edito nel 1949 dalla Tipografia Grandolfo di Bari.
Purtroppo, un male incurabile lo sottrasse prematuramente all’affetto della famiglia. Morì il 16 dicembre 1954, lasciando moglie e sei figli ancora bisognosi della guida e dell’assistenza paterna.
La sua scomparsa fu commemorata degnamente nella Sala Consiliare del Comune di Bari, voluta dall’allora presidente dell’Università Popolare, il prof. Scaramuzzi, che con Natale Lojacono Lo ricordarono al pubblico ed agli amici nella dolorosa occasione.
Ma egli continua a vivere tra noi con le sue bellissime poesie, mentre la sua passione per il dialetto è stata trasmessa, probabilmente attraverso il DNA, anche alla figlia Francesca Romana che, al pari di suo padre, è una notevole poetessa dialettale con centinaia di poesie al suo attivo, vincitrice anch’essa di numerosi premi. Ma, i cultori del dialetto barese attendono pazientemente che Francesca Romana si decida una buona volta a pubblicare i suoi bellissimi versi insieme a quelli inediti del padre, contribuendo così a far conoscere il prezioso materiale poetico che, unitamente all’idioma barese, formano un’accoppiata vincente.


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L'ELICOTTERO E' FRUTTO DEL GENIO DI UN BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:28 am

L’ELICOTTERO È FRUTTO DEL GENIO DI UN BARESE
Barisera 2 febbraio 2005, pag. 20
di Vittorio Polito

Forse, molti non sanno che l’elicottero è stato inventato da un barese: Gaetano Granieri (1862-1930), inventore, scultore e poeta dialettale. Infatti, anche se la paternità è attribuita a Enrico Forlanini, che nel 1877 costruì solo un modellino di elicottero a due eliche, una delle quali azionata da un motore a vapore, il brevetto fu realmente conseguito dal Granieri.
Emigrato in Francia a soli 34 anni, brevettò a Marsiglia “un apparecchio aereo dirigibile, applicabile all’industria, avente lo scopo di rimpiazzare gli aerostati”. Il brevetto (n. 254194), conseguito nel 1896 a Marsiglia, suscitò subito la curiosità e interesse da parte della “Union des Inventeurs”, della “Società des Inventeurs Modernes di Parigi” e del “Bureau des Brevets”, che offrirono a Granieri la collaborazione per la diffusione e commercializzazione dell’apparecchio. Ma, Granieri, ingenuo ed inesperto, non dette alcun peso alle allettanti proposte, soprattutto perché avrebbe voluto cedere il brevetto all’Italia. Ma la sua patria ingrata non ascoltò e non apprezzò il nobile gesto.
Nel frattempo egli si dedicò alla scultura, eseguendo molti lavori a stucco, in legno e cartapesta. Collaborò alla realizzazione di opere nei nostri teatri Petruzzelli e Piccinni, e si dedicò con successo anche alla poesia dialettale barese, scrivendo tra l’altro “La fine du munne e u gedizzie universale” (1912), “Versi dialettali baresi” (1924) e molte poesie dialettali.
Morì nel 1930, quando di elicotteri si cominciava appena a parlare, come ricorda Vito Antonio Melchiorre, nel suo libro “Storie di Bari” (Adda Editore), quando il brevetto passò nelle sprovvedute mani del figlio Amleto, che lo incollò sopra una tavoletta di legno, per esibirlo insieme alla relativa documentazione, orgoglioso della gloria paterna, che rimase solo tale.
Negli ultimi anni della sua vita fu anche invitato da Enzo Tortora, conduttore della famosa trasmissione “Portobello”, a presentare al pubblico televisivo l’originale invenzione, ma per motivi di salute dovette rinunciare.
Con la sua morte scomparvero anche i preziosi documenti necessari per documentare che l’elicottero è stato inventato nel 1896 da Gaetano Granieri, barese doc.


TARANDEDDE *
di Gaetano Granieri

Iè na vera renenedde
Quanne balle Pasquaredde.
Acchiamiente come balle,
Chedduesce pur’u scialle.
E la man’ bianc’a bianche,
Abbeggiate sop’o fianche.
E volì, volì, volà,
Pasquaredd’av’a ballà.

Che le mosse ciangiarose,
Vole fà la brivegnose,
E u zit’attend’attende,
Come bballe stà chiamende.
Pasquaredde non u vite?
Non alzanne lu vestite.
Mbimbirimbì mbimbirimbà,
Pasquaredde av’a sfuà.

Chidde sere appiers’a ijdde
Chidde vas’a pezzechidde,
Le parole nzeccuarate,
Tu percè te l’ha scherdate?
Te si fatte pirsuase,
T’ha scherdate chidde vase.
Pasquaredd’a Pasquaredde
Pienz’a ffà la tarandedde.

* Da “Il dialetto – Dignità di comunicazione, dignità sociale”, edito da Aierre, Associazione Internazionale Ricerche e Recupero Disordini della Comunicazione Umana – Bari, 2000.


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MIGLIARDI E LA RISCOSSA DEL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:30 am

MIGLIARDI E LA RISCOSSA DEL DIALETTO
da Barisera del 17 maggio 2004
di Vittorio Polito

«Tu, mio dialetto, sei servito per tanto tempo e servi efficacemente alla vita di un popolo operoso, che ha lasciato tracce di sé e ne lascerà: dunque non sei brutto, se anche non somigli al veneziano o al fiorentino». Questo sosteneva Armando Perotti e, forse, è stato il filo conduttore per Enzo Migliardi, autodidatta, calabrese di origine ma barese di adozione, per scrivere una serie di poesie in dialetto barese “U spassatìimbe de nonònne” (Il passatempo di mio nonno), appena pubblicato per i tipi di Levante Editori di Bari (pagg. 158, euro 10). Ciò sta ancora una volta a significare che il dialetto barese non sta affatto tramontando, come alcuni vorrebbero far intendere, ma, al contrario, sta avendo un notevole riscatto.
Il volume che è bilingue: dialetto e testo italiano a fronte, di Oriana Antonucci, riporta una serie di belle e simpatiche poesie dedicate alla nostra città ed a diversi personaggi, noti e meno noti, che la popolano. Notiamo infatti poesie dedicate al presidente della Regione o al sindaco, per il quale ha scritto addirittura una preghiera (Pregh’ire p’u Sìnneche), alla scuola “Garibaldi”, a Torre Quetta e tantissime altre, senza dimenticare il compianto poeta dialettale barese Marcello Catinella, da poco scomparso, che nella poesia a lui dedicata, lo esorta a scrivere qualche sonetto da far leggere agli Angeli. Anche lo sport è ricordato con un altro componimento per lo sportivo Faele Costantino.
Migliardi, che è al suo secondo volume, il primo intitolato “Pan’e Pemedòre” è stato diffuso dal Comune di Bari in occasione dell’inaugurazione della omonima spiaggia pubblica, ha ottenuto diversi premi e lusinghieri giudizi sulle sue composizioni.
D’altro canto, il dialetto, che rappresenta l’espressione della nostra cultura popolare più genuina ed è sicuramente un mezzo per conservare le nostre tradizioni e la nostra memoria storica, «… morrà il giorno in cui mancherà l’ultimo abitante, ciò che non pare probabile».
Bisogna complimentarsi con il bravo Migliardi per l’impegno a salvaguardare il nostro dialetto, contribuendo notevolmente alla sua riscossa e alla sua diffusione.

RECUERDE DE MARCELLE CATINELLE
(Poeta dialettale barese 1932-2003)
di Enzo Migliardi

Mò ca tu, m-mènz'a nù,
no nge stà cchiù
e te ne sì sciùt'a n'alde munne,
o munne de Gesù.
Tu ca mò te iàcchie m-baravìse
m-menz'a l'angiolètte,
a la matine
fangi-assaprà le cornètte.
Tu ca iìve
u mèste de la pasteccèrì
fange vedè
a le Sandre e o Tèrne DDì
ce ccose sop'a cchèssa
tèrre iìve capàsce de fà
(tu ca iìve u rè
de le torte e de le babbà)
e cchidde cassàte? e le panettùne?
che tè non appedàve nessciùne!
E pò, dope ca tu
fadegàve nott'e dì
acchiàv'u tìimbe
pe scrive le pausì.
De tè, no me pozze scherdà
e uè sapè percè?
tenghe u libbre tu
"...Na rose pe tè".
Mò, m'arrecomànne
scrive nguàlche senètte
e ffauue lèsce
a ttutte l'angiolètte.
S'azzètt'a tè
chessa pausì
ca si state u mègghie
de tutte l'amisce mì.
Mèh!, mò repùse m-bbasce


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Dom Feb 23, 2014 7:04 pm, modificato 3 volte

Vittorio E. Polito

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LA POESIA DIALETTALE DI MARCELLO CATINELLA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:31 am

LA POESIA DIALETTALE DI MARCELLO CATINELLA
da Barisera del 20 ottobre 2003
di Vittorio Polito

È scomparso prematuramente Marcello Catinella, poeta dialettale barese, profondo conoscitore di storia, usi, costumi e tradizioni della nostra città, dotato di notevoli doti di umanità e sensibilità.
Nato a Bari il 9 febbraio 1932, pensionato, ex pasticciere, autodidatta, si è sempre dilettato con impegno e passione a comporre versi in dialetto barese. Ha scritto centinaia di poesie, per la maggior parte inedite, moltissime dedicate alla sua compagna di vita, alla sua città ed ai tanti avvenimenti che la cronaca riporta. Ha ottenuto numerosissimi premi in occasione di concorsi e premi letterari. Egli è stato un acuto osservatore della cronaca locale e nazionale, dalla quale prendeva spunti per poi farli risaltare nelle sue composizioni vernacolari.
Nel 1999 ha pubblicato, per i tipi di Oceano Edizioni, il volume di poesie “Na Rose... pe’ Ttè!”, dal titolo di una lirica dedicata alla sua compagna per il 45° anniversario del matrimonio, nel quale sono raccolte solo alcune delle sue numerose poesie.
Michele Lucatuorto, presidente del Premio Letterario “Città di Bitetto”, nella presentazione della pubblicazione, dice di Lui: “Le liriche di Catinella aprono l’animo a quanti non credono più nell’amore, nell’amicizia, nella fede. Leggendole attentamente, il cuore riprende a pulsare e le poche note belle della nostra esistenza, diventano suoni di violini o addirittura orchestra. E non può paragonarsi che al suono di violini la dolce melodia che pervade la lirica “Ava jièsse”, dedicata alla nostra città vecchia, con la quale l’autore canta il suo amore viscerale per la città antica che tanto amava”, vincitrice del primo premio al concorso “Città di Bitetto” 2002.
Salutiamo affettuosamente Marcello, maestro di vita e di poesia, offrendogli quella rosa che egli ha voluto come eloquente immagine per il grande amore verso la sua donna.

AVA JESSE
In omaggio alla magia della città vecchia
di Marcello Catinella

Ava jèsse... pe' stù cijle
ca tenìme celestine,
pe' stù sole che la vàse
come spònde la matine,
hònna jèsse..., sti gaggiàne
a scequà cu mare bblù...;
la pausì de stà cittate:
no nze pòte scherddà cchiù.

Ava jèsse... la chernisce
de stì vàrch'e paranzèdde;
chèdda sciòggue appicc'e stùte
ca nge fascène le stèdde;
fòrse... jè pure la mascì
de stì cas'e l'archengièdde;
Bare vecchie, ce l'hammire:
te la siènde ijnd'au cervièdde!

Ava jèsse... pe' la stòrrie
de stù Sande Gnorequàte!?
Pe' la "mànne" ca nge acchiàme
da chidd'òssere arrebbàte!?
Ava jèsse... pu cerrìgghie
ca sendìme pe' la vì...:
Bare vecchie, ce la piènze,
non te fàsce cchiù dermì!

Ava jèsse... la vedùte
ca tenìme du Castièdde!
Pe' sti càse e le settàne
che le scal'e tauatjèdde!?
Ava jèsse... la "meragghie"
cu "Fertìne da vedè"...,
Bbar'andiche, cchiù la vìte;
cchiù la siènde apprièss'a ttè!

Ce chiamiènde... quand'e bbèdde
u scequà du pecceninne?!
U cortè du sette màsce
che le tande "zzì vattinne"! *
Ce t'h'affièrme... alla beddèzze
du dialètte colorite...:
ce ssì figghie s stà cittàte;
la uè bbène pe' la vite!

E cci apprièsse... nge mettime
tànde belle tradizzione?
Le mangiate de Natale
tutt'attùrne au capetòne?
Cudd'addòre ca se sènde
dalle case-du ragù:
de Bare vecchie, pe' mill'anne:
no nde puète scherdà cchiù!!

E ce no fòsse, che qulcùne
pigghie u pìcce de sparà...,
Bar'andiche, jè nu trisòre
ca nge fàsce annammerà!
Ca... che tutte le difiètte
de le stòrrie de de delòre,
la tenime strètt'a strètte;
la strengìme sòp'au còre!

... Percè: BBare-jè ssèmbe BBare!!
Ca stà ndèrre de terrise...,
ma che tutte le defiètte:
jè chembòrme au paravìse!
Pu' "Barese" nàte a BBare!
Ca finguànde càmb'e mmòre,
Bare vecchie, se la tène...:
semb'achiùse-jind'au core!!
_______________
* sta per vecchi pellegrini


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IL DIALETTO DI SANTORO TRA CRONACA E STORIA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Feb 24, 2008 7:32 am

IL DIALETTO DI SANTORO TRA CRONACA E STORIA
Barisera 13 febbraio 2006, pag. 21
di Vittorio Polito

Arturo Santoro
Parlann sule sule
vol. 2
Vitale Edizioni
pag. 180, euro 14


La poesia dialettale barese continua ad essere sempre più diffusa per il piacere dei cultori e degli appassionati del vernacolo. Le poesie di Arturo Santoro (1902-1988), rappresentano lo specchio del tempo in cui ha vissuto, si potrebbe dire la cronaca in versi, poiché egli annotava e ricordava attraverso i suoi versi episodi, fatti, eventi storici ed altro. Santoro è stato un attento critico ed osservatore dei più importanti avvenimenti che si sono svolti in circa 40 anni di vita italiana tra politica, religione e costume.
Don Arturo, che nella vita era commerciante in tessuti, il suo negozio era in via Argiro a Bari, ha conseguito numerosi premi, avendo saputo descrivere con mirabile precisione ed ironico umorismo, un crescendo di situazioni ed emozioni. Solo la malattia affievolì la sua vitalità.
Fra le tante poesie che danno l’idea della tragedia che la storia stava vivendo nell’ultima guerra, va segnalata “Luna chjèna”. La lirica, molto commovente, inizia con le parole «Stanòtt la lune pàre ca chiànge / aschennùte ’nfra nùvol’e nègghie / pe non vedè u lùtt e le dann / ca sòffr sta tèrr, da mìse, da jànn!...».
Delle poesie di Santoro sono stati pubblicati altri due volumi: “Parlann sule sule” (Ed. Interventi Culturali, Bari), e “Le piaghe di Bari” (Ed. Dedalo Litostampa, Bari).
La produzione del poeta pare sia stata di oltre 700 tra scritti e poesie, in massima parte inedite, che spesso va a scavare nelle radici profonde di una cultura genuina e secolare che non ha eguali.
Maria Marcone, nota scrittrice che contribuisce a dare celebrità a Bari e alla Puglia, così scrisse di Santoro: «È forse quanto di più autentico e genuino ha espresso la cultura popolare barese nel secolo scorso». Inoltre, invitava «Ad interessarsi della sua poesia a quanti, uomini di vera cultura e amanti dell’arte, agiscano sul territorio e lavorano per valorizzare le espressioni più genuine dell’ingegno barese». Non si può che condividere il pensiero di Maria Marcone.
Ed a proposito di dialetto ricordo una poesia del grande Santoro, che così può riassumersi: quando un dialetto può scriversi in versi non si può dire che è tempo perso, e chi dice che il nostro dialetto è brutto vuol dire che non conosce il mondo o è una testa dura.
Mi auguro che il figlio Armando si attivi a pubblicare tutta la produzione di suo padre per il valore intrinseco degli scritti e per la felicità dei cultori del dialetto, sperando che il solito saputello di turno non venga a dire che il dialetto non si scrive così.

U DIALETT NEST
di Arturo Santoro

Quànn che nù dialètt, se pòte scriv’nvèrs,
non ze pòte disce, ca jè tjìmb pèrs!
Ci tu va a nù paìse, ce gìre u mùnne sàne,
ce sacce… va a Nàbbue, a Rom’o a Melàne,
e pàrl che la gènde, ma che la gènda drètt,
tu sjìnd’a tùtt vànn, ca pàrlene dialètt.
Jì m’addemann’angòre, percè mò, sùl’a Bare
Se mètten’a pavùre a parlà come nge pàre?
Ci dìsce ca jè brùtt, cùss dialètt nèst,
o non ganòsce u mùnn, o jè nù càpe tèst.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Mer Mar 26, 2008 6:44 am, modificato 2 volte

Vittorio E. Polito

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Re: DIALETTO BARESE: RECENSIONI

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