DIALETTO BARESE: RECENSIONI

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DA "BARISERA" DEL 25 GENNAIO 2010, PAG. 22

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Gen 27, 2010 2:59 pm

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DA "BARISERA" DEL 22 MARZO 2010, PAG. 20

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Mar 22, 2010 6:47 pm


La copertina del libro
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DA "IN COMUNIONE" N. 1 GENNAIO MARZO 2010, PAG. 51-52 DI GRAZIA STELLA ELIA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Apr 15, 2010 5:29 pm



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DA "CONFCOMMERCIO MAGAZINE" ANNO II N. 4 - SETTEMBRE-OTTOBRE 2010, pag. 40-41

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 20, 2010 11:06 am

LA SCOPERTA DEI GIORNI PERDUTI E IL DIALETTO BARESE
di VITTORIO POLITO





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BARI SOLE & CERASE - Recensione di Livio Costarella

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Gen 17, 2011 11:46 am

da "LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" DEL 17.1.2011, PAG. X

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BARI SOLE & CERASE - Recensione di Angela Milella

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Feb 02, 2011 3:21 pm

Dal Quotidiano "PUGLIA" del 2 febbraio 2011, pag. 8

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BARESITÀ E… MARESITÀ. RECENSIONE DAL PERIODICO "PUGLIA IN"

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Feb 15, 2011 4:43 pm


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Dal QUOTIDIANO ONLINE "GIORNALE DI PUGLIA" 11 MARZO 2010

Messaggio  Vittorio E. Polito il Ven Mar 11, 2011 6:02 pm



Cape o crosce: come giocavano i nostri padri?


pubblicato venerdì 11 marzo 2011in Etichette: Bari, Cultura e Spettacoli, Libri

di Vittorio Polito

Secondo il pedagogista Susan Isaacs, «L’attività del gioco è il lavoro del bambino, è grazie ad esso che egli cresce e si sviluppa. Tale attività può essere considerata un segno di normalità, la sua assenza, invece, come un segno di qualche difetto innato o di malattia mentale».
È opinione comune che giocare sia l’esatto contrario di essere seri. Se questo può essere vero per gli adulti - tanto che a quelle persone che scherzano e giocano continuamente si dice: «tiìne sèmbe la cape a la scioggue, uè mètte la cap’à pposte?» (pensi sempre al gioco, vuoi mettere la testa a posto?) - non vale per i bambini per i quali, secondo il filosofo Michel de Montaigne, «il gioco è una delle azioni più serie».
L’attività dedicata ai giochi all’aperto è un modo realistico per far spegnere, per qualche ora, computer e playstation per consentire, sia pur momentaneamente, l’aggregazione tra genitori, nonni, bambini e ragazzi. Anche l’adulto, che è in grado di fare scelte consapevoli e giuste, può giocare ed entrare nel mondo della fantasia, perché concatena fra loro, attraverso l’immaginazione, la propria capacità di vivere l’attualità e la realtà. Un adulto che ha tali potenzialità è, come afferma il filosofo Friedrich Schiller, «Un uomo che attraverso il gioco, si ritrova e si conosce».
Felice Alloggio, attore, autore e regista di commedie in dialetto barese e in lingua, forse partendo da questi presupposti si è cimentato a riportare nel suo libro “Cape o crosce?” (Levante Editori – pagg. 172, € 15), le schede di 70 giochi, simpaticamente illustrati da Fausto Bianchi.
Bene ha fatto Alloggio a scriverlo anche in dialetto, con una opportuna sintesi in lingua italiana, perché in questo modo ha compiuto una doppia operazione, salvando i giochi di un tempo e contribuendo alla salvaguardia del nostro vernacolo, difendendolo da chi pensa che esistano differenze tra Lingua e Dialetto.
Come si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano i bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano la palla, giocavano a moscacieca o con le monete? E quale atteggiamento assumevano gli adulti, di allora nei confronti dell’attività ludica? Qualche risposta a questi interrogativi la fornisce l’autore, dimostrando come nella “espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo, culturale e pedagogico, si affianca un profondo valore storico e antropologico.
Chi non ricorda il gioco di Palla pallina, la filastrocca di Madame Dorè o quella di Regina reginella con suoi passi di formica e di leone? Chi non ricorda il lancio in aria della monetina accompagnato dalla frase: «Testa o croce?», rituale ancora in uso oggi e derivante dall’antica Roma, dove i giocatori invece di dire, Testa o Croce, pronunciavano la frase latina: “Navia ant capita = Testa o croce”.
Molti dei giochi riportati sono giunti a noi nel tempo, giochi che si effettuavano addirittura nell’antichità come ci informano gli scrittori e pedagoghi Maria Antonietta Filipponio e Marco Fittà, che a quel periodo li fanno risalire. Giochi attraverso i quali «…vengono cancellati sia millenni, che i confini e le distanze, le lingue e le differenze etniche, i contesti storici di popolazioni vissute agli albori della storia, ma che sembrano coetanee dei nostri figli».
Il testo di Felice Alloggio, pertanto, non solo suscita positive emozioni, ma consente a chiunque di praticare i giochi ricordati, soprattutto ai bambini, sia per il modo divertente e particolareggiato in cui questi vengono presentati e raccontati ed anche perché a costo zero. Inoltre, la pubblicazione, potrebbe anche risultare utile a quanti volessero adottarlo come manuale di giochi nelle scuole o nelle associazioni che promuovono attività ludiche.
Daniele Giancane, docente di Storia della Letteratura per l’Infanzia nell’Università di Bari, scrive nella prefazione: «Si può progredire nell’evoluzione storica soltanto se conosciamo appieno il nostro passato, e purtroppo viviamo in un mondo smemorato, che vive in un perenne presente obliando il passato e non programmando il futuro».
Va infine sottolineato che la pubblicazione, ricca di un fantastico corredo illustrativo, frutto della matita di Fausto Bianchi, che ha saputo molto bene coniugare tradizione e modernità.
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DAL QUOTIDIANO “PUGLIA” DEL 21 APRILE 2011 “BARESITÀ E… MARESITÀ” (LEVANTE EDITORI)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Apr 21, 2011 7:34 am

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DAL "QUOTIDIANO DI BARI.IT", UNA RECENSIONE DI ITALO INTERESSE PER IL VOLUME "BARI, SOLE & CERASE" DI MARIO PIERGIOVANNI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Mag 05, 2011 5:44 am

http://www.quotidianodibari.it/cultura-e-spettacoli/1946-dialetto-si-sempre-sempre-che.html

Dialetto sì, sempre, sempre che...

Da “quotidiano.it” Martedì 25 Gennaio 2011 20:20

italointeresse@alice.it

La tenera poesia di Mario Piergiovanni nel sussurro fresco e rapito di Rocco Capri Chiumarulo in “Bari, sole & cerase”, un audiolibro prodotto da Terrae.
Trent’anni fa a Bari veniva stampato in tiratura limitata ‘Bari, sole & cerase’, un 33 giri dove un testo di quel talento poliedrico che fu Vito Maurogiovanni era musicato da Gianni Giannotti e raccontato dal compianto Riccardo Cucciolla. Poi di questo lavoro si persero le tracce. Ma cinque anni fa, nel ventennale dell’Auditorium Diocesano Vallisa, Terrae, l’associazione culturale che orbita intorno a Rocco Capri Chiumarulo, ripropose dal vivo questo “prezioso scrigno” di raffinata poesia. A un anno dalla scomparsa di Piergiovanni, ‘Bari, sole & cerase’ diventa un audiolibro a cura ancora di Terrae. Questa volta la voce è di Rocco Capri Chiumarulo (ma una lirica, ‘U sole’, è letta dall’Autore), mentre il complesso orchestrale che esegue le musiche è grosso modo lo stesso della fortunata riproposizione di cui prima. Arricchito di alcuni scatti di Nicola Amato e di illustrazioni a china di Piergiovanni, il libro raccoglie una ventina tra poesie e qualche quadretto di schietto gusto popolare (Gismondo lo scritturale, Bastiano lo sgagliozzaro, la giovane rimasta senza marito). La poesia e la prosa di Piergiovanni sono rappresentativi di quella poesia vernacolare che prima ‘ferma’ l’immagine poi la racconta con un senso del colore venato, ma non appesantito, di malinconia nostalgica. Non abbiamo idea di come Riccardo Cucciolla rendesse questo colore, ma il lavoro di Rocco Capri Chiumarulo ci appaga. Ascoltando il cd ci è balzato in mente la capacità che ha il nostro idioma di cambiare – e profondamente – da bocca a bocca. Quando sulle labbra di popolani pacati e di sentimento nobile, il nostro dialetto è addirittura delicato ; l’asprezza araba s’ingentilisce per cui scatta una musicalità serena che non t’aspetti e che seduce. Ma allora che cade nelle fauci di plebei ruvidi, esso diventa altra cosa, dà di ottuso e sguaiato, dà di grezzo e d’oscuramente minaccioso. Se le stesse liriche e gli stessi bozzetti che Rocco Capri Chiumarulo rende con un entusiasmo ed una freschezza in cui palesemente palpitano rispetto e rapimento, venissero affidate alla voce di uno dei tanti cialtroni che si piccano di rappresentare la baresità su questo e quel palcoscenico, ebbene si vedrebbe la medesima poesia sfiorire in quell’impeto gratuito ed auto compiaciuto, rumoroso e scabro e per sopramercato afflitto da una gestualità rozzamente enfatica, che segnala la categoria degli ‘zampi’, volendo adoperare con dolore un termine entrato a tal punto nel linguaggio comune da contribuire a dare titolo ad un recente successo editoriale di Francesco Saccente. Ma non affliggiamoci, esistono ancora condizioni alle quali parlare il nostro dialetto non è ragione di vergogna. Ringraziamo i vari Piergiovanni, Lopez, De Fano... E ringraziamo i Cucciolla, i Capri Chiumarulo e gli altri che vorranno mantenersi nel solco d’un espressione squisita e sobria della lingua madre.


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DA "BARISERA" DEL 5 MAGGIO 2011, PAG. 21

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Mag 05, 2011 3:57 pm


5 MAGGIO 2011, PAG. 21
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DA "BARISERA" DEL 4 LUGLIO 2011, PAG. 20

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Lug 05, 2011 5:52 am

5 luglio 2011, pag. 20 di Vittorio Polito





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DAL "GIORNALE DI PUGLIA"

Messaggio  Vittorio E. Polito il Ven Lug 22, 2011 9:50 am



http://www.giornaledipuglia.com/2011/07/u-maleverme-una-pubblicazione-con-un.html



U’ Malevèrme: una pubblicazione con un improprio dialetto barese
pubblicato
• venerdì 22 luglio 2011
• in
• Etichette: Bari, Libri

di Vittorio Polito

È stato pubblicato lo scorso maggio per l’editore Progedit il volumetto di Giuditta Abatescianni “U’ Malevèrme”, contenenti poesie e racconti in un presunto dialetto “barese”.
Dalla lettura di alcune poesie e racconti si notano molti errori e improprietà nella scrittura dei vocaboli, negli accenti, addirittura alcuni vocaboli sono ripetuti, ma scritti in maniera diversa. A titolo esemplificativo riporto alcune parole scritte dalla Abatescianni (tra parentesi il vocabolo italiano): aqquanne/acquànne (quando); pèesce (peggio); arragionà (ragionare); allanùte (nudo); veciarì/veciarjì (macelleria o beccheria); appundammènde (appuntamento); arrunàte (rovinato); nùuve (nuovo); sòope (sopra); amiscìzie (amicizia); gobbètte (gobbo); Bbaàre/Bbàre (Bari); bbùnne (buono) nonòonne (nonna); nòore/nòra (nuora); vattine (vattene); Sròche/sròoche/sròka (suocera). L’ultimo vocabolo è addirittura scritto in tre modi diversi (?). Siamo proprio all’assurdo. È evidente che l’autrice non solo non ha consultato alcun dizionario del dialetto barese, ma ha scritto proprio “a modo suo”, in barba a qualsiasi regola codificata nella letteratura più accreditata.
Quanto sopra, nonostante l’autrice nella prefazione scrive di aver ricercato e consultato «pubblicazioni dei più autorevoli vernacolisti baresi, da F. Saverio Abbrescia, Vito Barracano, Vito Maurogiovanni, Michele Panza ad altri, proprio per la voglia di esprimermi in maniera corretta». C’è da dire che Michele Panza non esiste, certamente voleva riferirsi a Giovanni Panza, autore del volume «La checine de nononne» (Schena Editore).
Mariella Castoro, che firma la presentazione, scrive tra l’altro, che ad Abatescianni piace: «L’insubordinazione alle regole della scrittura dell’idioma dialettale, quelle segnate da puntigliose ricerche semiologiche, grafiche e tipografiche dettate dalla volontà di dare dignità all’espressione attraverso una elaborazione normale sullo studio di nobili predecessori». Allora che bisogno c’era di ricorrere agli autori citati? La presentatrice, infatti, sottolinea anche che «La scrittura di Giuditta ha bisogno ancora di un più rigoroso lavoro di fucina…».
Una parola deve essere riproposta sempre con la stessa grafia, come pure è necessario evitare di riportare parole scritte con più vocali uguali, poste tutte di seguito, perché fanno parte dell’espressione orale: ognuno le pronunci così a seconda delle situazioni. Fa parte della comunicazione orale anche il rafforzamento della consonante iniziale di una parola, l’uso dell’accento, poi, secondo le più elementari norme grammaticali, va osservato e gestito nella maniera corretta, usando convenientemente gli accenti grafici per una migliore pronuncia del dialetto da parte del lettore.
L’autrice in questo volume si è lasciata prendere un po’ la mano ed ha scritto un “altro” dialetto, con sperpero di vocali e consonanti, che non è certamente quello barese, almeno in gran parte del testo, che andrebbe comunque completamente rivisto e corretto.
La pubblicazione di cui si parla conferma ancora una volta che il nostro dialetto è una parlata che ognuno trascrive come vuole.


Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Lun Lug 25, 2011 5:41 pm, modificato 2 volte
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U' Malevèrme

Messaggio  felice.alloggio il Ven Lug 22, 2011 4:51 pm

Nell'attenta e puntuale recensione al testo dell'Abatescianni, fatta dal nostro amico Vittorio, considerando proprio gli ultimi due capoversi qui di seguito incollati, "...L’autrice in questo volume si è lasciata prendere un po’ la mano ed ha scritto un “altro” dialetto, con sperpero di vocali e consonanti, che non è certamente quello barese, almeno in gran parte del testo, che andrebbe comunque completamente rivisto e corretto.
La pubblicazione di cui si parla conferma ancora una volta che il nostro dialetto è una parlata che ognuno trascrive come vuole.",
si deduce quanto utili, importanti ed urgenti siano i contributi del Seminario permanente sul dialetto al fine di poter leggere e scrivere in modo uniforme e condiviso il dialetto barese. Pertanto ritengo dover ringraziare l'amico Vittorio che attraverso le sue recensioni a testi dialettali, fra l'altro, invita quanti vogliano scrivere il dialetto barese ad una più attenta osservazione non solo dei testi passati e presenti già editi, ma anche all'osservanza almeno delle poche e fondamentali regole che consessi importanti, fra cui il Seminario permanente sul dialetto, stanno adottando in via definitiva.
Un caro saluto dal vostro amico Felice.
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SEMPRE SULLE REGOLE

Messaggio  Admin il Sab Lug 23, 2011 8:47 am

Mi rifaccio ad una appassionata lettera che l’amico Felice Alloggio ha scritto alla Gazzetta del Mezzogiorno, nella quale, riassumo il finale, lui propone che i responsabili dei due gruppi che attualmente in città si stanno interessando sul come scrivere il nostro dialetto barese dicano “a tutti i baresi se la frase “ Io sono di Bari “ si debba scrivere “Jì so de Bare oppure Iì so de Bbare”. Mi convinco sempre di più che una standardizzazione del genere sia assolutamente impossibile visto che, se i due gruppi sono giunti a due convinzioni del genere, sarà secondo me molto difficile che uno dei due accetti l’altra regola, buttando così a mare tutti i ragionamenti fatti per giungere a quei due risultati, ambedue assolutamente rispettabili.
Un fatto del genere avvalora ancora di più la mia tesi secondo la quale è praticamente impossibile definire delle regole certe e comuni che valgano per tutti e per tutte le stagioni. Dopo anni e anni, oserei dire decenni di discussioni e studi, credo l’unica regola più o meno seguita da tutti è quella sulla vocale “e”, che quando è accentata si pronuncia mentre quando non lo è diventa muta come la muta francese di musique. Per esempio “Percè”. Non credo che all’oggi ci siano vie d’uscita. Aggiungo inoltre che personalmente sono arciconvinto dell’uso della “j” nel dialetto e che quindi continuerò ad usarla, così come sono convinto di altre mie regolette che mi sono faticosamente costruite. Che poi ci siano altre persone che scrivono in dialetto senza darsi un minimo di rigore questo è un altro paio di maniche. Sfido chiunque ad “obbligare” chiunque a scrivere il nostro dialetto come il gruppo o i gruppi gradiscono che si scriva. Tutt’al più si potrà esprimere cordialmente e civilmente il proprio dissenso, ma nulla di più. franz falanga
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DA "BARISERA" DEL 25 LUGLIO 2011, PAG. 20

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Lug 25, 2011 5:55 pm







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DA: "LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" DEL 10 AGOSTO 2011, PAG. 21

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ago 10, 2011 9:24 am



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UTILITA' DEI DIALETTI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ago 11, 2011 2:29 pm

Da: Repubblica Bari / Cronaca / 11 agosto 2011

Traditi dal dialetto pugliese

smascherati i ladri in trasferta riconosciuti dalle foto e incastrati dall'accento. L'ultimo colpo in una banca di Ferrara, dove sono entrati con una calzamaglia sul volto e un passamontagna di PIERO RUSSO

FOGGIA - 17 febbraio, filiale di Ferrara del Monte dei Paschi di Siena. Pochi minuti prima delle 11 due persone con il volto coperto da una calzamaglia e da un passamontagna entrano nell’istituto di credito armati di pistola e taglierino e interrompono il silenzio e la tranquillità della cittadina estense. I due picchiano il cassiere, minacciano il direttore di filiale, si fanno aprire la cassaforte e portano via quasi 19.000 euro. Una cliente della banca si accascia al suolo, colta da malore, ma nulla di grave. Oggi quei due rapinatori hanno un volto e un nome.

Si tratta di due pluripregiudicati di Cerignola, i trentenni Giuseppe Detto e Marco Giannotti. Sono stati identificati grazie ad una perizia antropometrica: dai fotogrammi dei filmati delle telecamere di videosorveglianza sono state estrapolate delle foto che, confrontate con le immagini di pregiudicati per rapina di tutto lo Stivale, hanno portato ai due cerignolani. I testimoni dell’accaduto, inoltre, avevano riferito che i due rapinatori avevano uno spiccato accento pugliese e quest’indizio ha facilitato le indagini. I due sono stati arrestati per rapina aggravata in concorso e portati al carcere di Foggia. In casa di Giannotti sono stati trovati anche gli indumenti indossati a Ferrara al momento della rapina.

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STÀDEME A SENDÌ CE AVÌTE PIACÈRE DI ETTORE DE NOBILI WIP EDIZIONI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Set 25, 2011 1:48 pm




http://www.giornaledipuglia.com/2011/09/libri-le-liriche-dialettali-di-ettore.html

Le liriche dialettali di Ettore De Nobili

pubblicato
domenica 25 settembre 2011
• in Etichette: Libri

di Vittorio Polito

La Wip Edizioni di Bari ha pubblicato in questi giorni il volume di Ettore De Nobili, “Stàdeme a sendì, ce avìte piacère” (State ad ascoltarmi, se lo gradite), pag. 231, € 10.
Il novantenne autore, appassionato sostenitore del dialetto barese, è stato insegnante per oltre 40 anni presso la Scuola San Filippo Neri di Bari, collezionando numerose benemerenze, onorificenze ed anche una medaglia d’argento del Presidente della Repubblica «per l’opera particolarmente zelante ed efficace svolta a favore dell’istruzione elementare e della educazione infantile». De Nobili ha anche ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi versi, collezionando premi e coppe. Ha pubblicato con lo stesso editore sei edizioni del suo volume di poesie in dialetto barese «Regali di Natale e pe tutte le dì du uanne».
Il bravo poeta, questa volta, propone per la delizia dei baresi, 30 liriche in dialetto con testo italiano a fronte (alcune già pubblicate in precedenza), insieme alla commedia «Cènone de Natàle… a ccase de mbà Cicce».
Tra le liriche-novità sono da segnalare “Le regàle de Domeneddì, “Ave, Marì”, “ La corone du Resàrie”, “Le barìse e le Sande” e la traduzione in dialetto barese del “Cantico delle creature” di San Francesco, che stanno a testimoniare la religiosità del poeta.
Vincenzo Longobardi, geriatra, nella sua presentazione esprime alcune sue considerazioni sul poeta: «Ettore De Nobili è antropologicamente ed esistenzialmente poeta: il suo essere uomo e poeta sono inscindibili perché tutta la sua vita, messaggio di amore e di bellezza, è poesia. Perciò Ettore, nel traguardo dei suoi novant’anni, è sempre giovane e conserva la nobiltà dei suoi sentimenti: non per nulla si chiama De Nobili».
Da evidenziare alcune contraddizioni. In alcune presentazioni si plaude alla produzione letteraria di De Nobili e alle iniziative di un seminario sul dialetto barese, mentre si approva la scrittura in dialetto delle poesie nelle quali si nota uno sperpero di consonanti e vocali di scarso pregio nella valorizzazione delle liriche, in contrapposizione di quanto si sta tentando di fare per modernizzare il dialetto barese. Alcuni vocaboli, per esempio, sono scritti in maniera diversa: Bbàre, Bbare per Bari; SSor’(Àcque), Sosòra e Sora per sorella; Nessciune, Nessciùne per nessuno; Ssèmbe per sempre, Ffrate per fratello, Ttè per Te; Mmadre per madre.
Lo stesso De Nobili in precedenti sue pubblicazioni scriveva lo stesso dialetto in modo diverso e certamente più leggibile. Insomma una ennesima conferma che il dialetto ognuno lo scrive come vuole.



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DA "BARISERA" DEL 3 OTTOBRE 2011, PAG. 20 - RECENSIONE DE NOBILI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Ott 03, 2011 4:01 pm


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Recensione Canonico: "IaRie du paiìse mi"

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Ott 08, 2011 5:52 pm


http://www.giornaledipuglia.com/2011/10/dialetto-musica-odori-tradizioni-e.html



Dialetto, musica, odori, tradizioni e sapori di Bari

pubblicato
• sabato 8 ottobre 2011
• in
• Etichette: Libri

di Vittorio Polito

Il dialetto, mezzo di comunicazione al pari di qualsiasi altra lingua, rappresenta lo specchio delle nostre radici e consente di arricchire la nostra preparazione culturale e, soprattutto, migliorare il rapporto umano.
Luigi Canonico, amabile poeta dialettale, ha pubblicato, per gli amanti ed i cultori del dialetto barese il volume “IaRie d’u paiìse mì!”, edito da Arteprint di Matera (pagg. 172, € 12). Una ennesima prova che la poesia dialettale rappresenta l’espressione immediata dei nostri sentimenti, arricchisce la nostra preparazione culturale, migliora il rapporto umano e risveglia sempre più l’interesse da parte dei cultori, degli studiosi e di tutti coloro che se ne servono per deliziarsi o per esprimere le proprie sensazioni.
L’autore, che è alla sua terza esperienza editoriale, ha pubblicato “Abbàssce o Muèle” (poesie in dialetto barese), e “Mile e na notte” (la sapienza popolare in mille proverbi baresi), entrambi editi da La Tipografica di Matera, presenta questa volta un’ampia rassegna di poesie in dialetto barese, con traduzione a fronte in lingua italiana.
Si tratta di un itinerario poetico che ritrae un mondo di piccoli eventi di antiche saggezze, che Canonico, abile poeta, presenta, ed attraverso la lettura delle sue liriche coglie il divenire storico di Bari, gli usi, i costumi, la poesia della gente, i caratteristici sapori, oltre ai valori architettonici e artistici che la rendono singolare, collocandola tra le grandi realtà del nostro paese. La raccolta, infatti, è divisa per capitoli: la città, il suo sentire, figure e luoghi, l’incanto della natura, ricordi del dolore, riflessioni e considerazioni, amenità e, in conclusione le figure (personaggi e persone legati alla città ed ai suoi affetti personali).
Il sapore di queste pagine vuole essere ‘nu bbuèffe d’aria nosta chelorate’ da respirare a pieni polmoni, consentendo al cuore di ricevere un piacevole ristoro ‘dall’arie d’u paiìse mì’, come scrive Canonico.
Antonio Giampietro, che presenta l’opera, dice che Canonico traccia un itinerario esistenziale legato al mondo del passato, alle immagini più care e suggestive, in cui sono saggiamente coniugati i momenti del nascere che si fondono con i vari momenti poetici.
Non si può non complimentarsi con Canonico per la bellezza dei suoi versi e la buona scrittura vernacolare.
Il volume è corredato da disegni del pittore Aldo Domenichiello.
Segue la poesia di Canonico “Le dditte andiche” (i proverbi), che, com’è noto, è una frase breve, ricordata nella memoria collettiva o tramandata in forma scritta, frutto di una verità proveniente da esperienze per confermare un’argomentazione.


Le ditte andiche
di Luigi Canonico

U ditte andiche, ci u à nzecquarate,
ca com’a u mméle cuésce da la vocche,
na cocchie de parole meserate
ca trasen’ind’a u core locche locche?

A cci non déne lèngue nge dà vosce;
a ccane, gatte e ssurghe dà u-ardìre;
reggine, rré, avvecate mètte n-grosce:
auuande sotte a ccì nge véne a ttire.

E ddà la drètte, a tutte dà u remédie:
«ca pe la fèmme s’addevénde matte»;
«de stasse calme a ccì av’a fa chemmédie»;
«De la fatiche a ccì u veddiche gratte…».

A ccì le péne soffre dà u chemborte,
dà la speranze a ccì ié bbédde o bbrutte;
nge dà la spènde a ccì nge pare a fforte,
a rricche e poverìidde, avise a ttutte.

Le dditte andiche, péte de brellande,
a’oggn’e ggire cangene chelure;
mò luscene la strate nnande e nnande
mò rénnene la vite cchiù secure.

Sò ccome a scriggne ca u brellocche achiute,
de rose ca se iabbre so u-addore,
sò vvase de uaggnédde n-gevendute,
so ccome a le sespire d’u-amore!

Da L. Canonico, “Mile e na notte” Ed. La Tipografica, Matera 2000
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«Da Adàme ad Andriòtte» di Triggiani & Lettini

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Ott 16, 2011 9:07 am


http://www.giornaledipuglia.com/2011/10/da-adame-ad-andriotte-un-romanzo.html



«Da Adàme ad Andriòtte», un romanzo satirico in dialetto barese

di Vittorio Polito

Il dialetto barese ha visto protagonista Domenico Triggiani (1929-2005), attraverso le sue numerose commedie dialettali ed anche per il romanzo storico-satirico in vernacolo barese «Da Adàme ad Andriòtte» (Schena Editore, pagg. 130, € 7.75), scritto con Rosa Lettini (sua moglie), che, oltre ad interpretare le commedie, ha scritto, insieme al marito, anche altre opere in lingua. Lettini ha calcato le scene per sei anni interpretando numerose opere teatrali in lingua e in dialetto, rappresentate in teatro e trasmesse anche in televisione. Ha vinto alcuni premi letterari ed è insignita di onorificenze del Presidente della Repubblica. Domenico Triggiani, scrittore e commediografo, non ha bisogno di presentazioni, pluripremiato con onorificenze varie, il suo nome è annoverato e ricordato in internet, quotidiani, riviste ed enciclopedie letterarie. Questo quotidiano lo ha ricordato in una mia nota del 26 aprile scorso.
Il volume del quale parliamo, anche se datato (1992), è ancora disponibile nelle librerie e si avvale della presentazione di Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), per cui val la pena di ricordarlo. Va anche detto che il romanzo «Da Adàme ad Andriòtte», rappresenta l’unico romanzo satirico scritto nel nostro vernacolo.
Triggiani e Lettini hanno trovato il modo di raccontare ai loro concittadini nella lingua materna, le vicende principali del genere umano, da Adamo ad Andreotti, appunto, cioè dalla creazione del mondo ai giorni nostri. L’interessante novità non vuole essere un libro di storia, ma riporta anche notizie storiche, narrate con un pizzico di piacevole ironia, quella ironia che si affaccia nelle loro commedie. I fatti narrati sono notissimi a tutti.
Gli argomenti trattati? I più vari: dalla creazione del mondo (la criazziòne du mùnne), a Bari da ieri a oggi (Bàre d’aijre a jòsce), dalla nascita di Roma alla morte di Gesù (da la nàscete de Ròme a la mòrte de Gesù). Si parla anche di terrorismo, P2 e malavita (Terròrisme, piddù e malavìte), per terminare con Andreotti e la fine della storia (Andriòtte e la fine de chèssa stòrrie).
Le difficoltà non sono mancate ai due autori, soprattutto per la scrittura del dialetto, cosa non facile, ma che Triggiani e Lettini hanno affrontato seguendo i metodi più accreditati dagli scrittori dialettali di quel periodo e si può certamente affermare che se la sono cavata in maniera soddisfacente.
Il romanzo è tutto uno scoppiettante susseguirsi di altrettanto burleschi punti di vista, resi oltremodo gustosi dall’uso appropriato dei termini.
«Triggiani e Lettini - scrive Melchiorre - mostrano di non voler dare punti a chicchessia, ma di aver voluto, con questa fatica, aggiungere un loro tassello al mosaico della produzione dialettale, evidenziando, insieme alle proprie capacità, un’altra delle infinite possibilità espressive del dialetto».
E, per darvi un saggio del simpatico romanzo, riporto una breve frase ripresa dal capitolo «Fèmmene, polìddeche e jàrte n Itagglie e ijndo mùnne»:
«Pegghiàme chèdda frellìne de Jève ca se facì menì uaggìgghie e nge facì cùdde bèlle servìzzie ad Adàme. Nge piacì a mezzecuà la mèla, ma o pòste de la mèla non petève jèsse nu marange nzerruate? Quanda uà avèsseme scanzàte!
E chèdda frùscke d’Elene ca facì tànde mbadduèsce a Pàride ca cùsse ngurànde de scatenà na uèrre c’avèva derà tànd’ànne, se la caresciò a Troije, la cità ca chiù ijère adàtte a jèdde e non nge tenì mànghe a pertarse drète u casciòne du corrète. Ma ddò ama disce pure ca u marite alla fine riescì a pegghiàlle pu cuèdde e a pertàrsele a la case che la reserve ca ce non ze stève chijète cùdde cuèdde nge u teràve pròbbie accòme se fasce che le gaddìne».
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RECENSIONE A: "Stàdeme a sendì ce avìte piacère"

Messaggio  felice.alloggio il Gio Ott 27, 2011 8:55 pm

Il giorno 12 ottobre u.s., presso la Sala Consigliare del Comune di Bari è stato presentato il libro di poesie del poeta barese Ettore de Nobili intitolato "Stàdeme a sendì ce avite piacère" Bari, Wip Edizioni 2011, da parte dell'Associazione Mondo Antico e Tempi Moderni (Presidente Nicola Cutino). Hanno partecipato all'evento Antonella Rinella, Capo di Gabinetto del Sindaco di Bari, Stefano Ruocco titolare della WIP Edizioni e Vito Signorile, regista e attore. Hanno allietato la serata le musiche del maestro e cantante Rodolfo Ventrella e i canti folkloristici degli alunni di una scuola elementare di Gravina in Puglia.
Tralascio la cronaca della serata che è stata ricca di emozioni, per inoltrarmi a parlare del libro dell'amico e Maestro Ettore De Nobili che ho conosciuto nel 1992, allorquando presentava le commedie di Vito Maurogiovanni nelle quali io recitavo come attore protagonista.
Pur sapendo che Ettore mi avrebbe fatto volentieri regalo del suo testo, ho voluto comprarlo perché sono del parere che un libro acquistato ha più valore in quanto scelto.
Il libro del De Nobili altro non rappresenta che l'esito finale della statura poetico-letteraria, nonché morale dell'uomo e del Maestro. Si, proprio così il Maestro di Scuola Elementare - tale è stato Ettore De Nobili per oltre un quarantennio - Maestro e punto di riferimento di tanti bambini oggi adulti e genitori che, a loro volta, sentono drammaticamente la mancanza, pedagogicamente parlando, di tale importante figura di riferimento per i loro figli.
Il testo raccoglie un certo numero di poesie, alcune già pubblicate negli altri due precedenti libri editi sempre da WIP, oltre che brevi racconti e aneddoti sulla baresità tutti scritti in dialetto barese, scrittura oggi diventata vero dilemma, se si considera il variegato modo in cui a tale arte si approcciano i cultori del vernacolo barese, con una diversificazione della scrittura che, a volte, lascia perplessi. Non è un caso che per ridurre tale polverizzazione nella forma di scrittura e venire incontro a quanti, registi, impresari teatrali, editori, scrittori e semplici cultori del dialetto barese un gruppo variegato di volontari composto da altrettanti colti e meno colti, istruiti e meno istruiti, abbienti e meno abbienti, lavoratori manuali e lavoratori d'intelletto, cittadini baresi nella loro ugualitaria composizione maschile e femminile, ha istituito da oltre tre anni, un Seminario Permanente di Studio sul Dialetto Barese che cercherà di proporre una scrittura dialettale semplice, convenzionale e condivisa con la pubblicazione prossima di un Dizionario ragionato Barese-Italiano e Italiano-Barese. Di questo Seminario è socio onorario, per l'appunto, il maestro Ettore De Nobili.
La posizione dell'autore nei confronti del dialetto non è sola affettiva, ma anche apertamente schierata contro chi vorrebbe fare del dialetto un semplice gergo locale di scarso valore nazionale. Attraverso la produzione di liriche in dialetto il nostro autore difende ciò che è oggi ancora puro e incontaminato, e la sua poesia rappresenta un paesaggio notturno colpito all'improvviso dalla luce. Inoltre il suo poetare è importante perché conduce all'intraducibilità della poesia dialettale, dove per intraducibilità in questa sede s'intende il valore onomatopeico del suono originario: “nu mure scalgenàte”, “n'arue tutte stretegghiàte”, e tanti tanti altri sonori vocaboli.
Hanno presentato il testo del De Nobili illustri rappresentanti della cultura e del folklore barese. Il dr. Vincenzo Longobardi, geriatra, nella sua breve ma intensa pagina ha messo in evidenza il valore altamente terapeutico dell'essere poeta a novant'anni, terapia che ha effetti sicuramente più efficaci del pur a volte necessario cocktail di pillole. La poesia è bellezza, afferma il medico citando Kafka, la bellezza salverà il mondo, ricorda ancora il dr. Longobardi citando Dostojèski, Ettore, il nostro poeta “conserva la nobiltà dei suoi sentimenti e, non a caso si chiama De Nobili”.
Affettuosa, ma senza ombra di dubbio folkloristico il pensiero che Felice Giovine, raffinato cultore del dialetto e delle tradizioni baresi, ha riservato a “don Ettre” come confidenzialmente lo chiama. Per Giovine, la poesia sta al Maestro Ettore come “le cozze stonne a le vremecìidde”e “come la recott'asckuànde stà a le calzengìidde”. Folkloristica è anche la scrittura dialettale del Giovine nella sua brevissima presentazione, che si ostina ancora a scrivere “BBàre”, invece che più semplicemente e dolcemente “Bare” o come scriveva arcaicamente don Alfredo Giovine qualche decennio fa "Vare".
Molto articolata infine la presentazione del prof. Nicola Cutino, Presidente della ONLUS Mondo Antico e Tempi Moderni, nonché promotore del succitato Seminario del quale è Componente dell'Ufficio di Presidenza, con la funzione di Presidente. Il Cutino inizia la sua presentazione dalla piramide dell'età che oggi appare capovolta per il maggior numero di persone anziane rispetto agli adulti e ai giovani e, a questa nuova valenza ne aggiunge un'altra, quella cioè di una maggiore presenza umana della popolazione anziana pronta a sorreggere “dando vita agli anni, utilizzando il prezioso patrimonio di esperienza e saggezza ”, e a “fare da collante” tra le diverse generazioni. Tale è dunque per Cutino l'impegno del Maestro Ettore De Nobili nella sua vita quotidiana e nel suo essere un uomo di lettere. Quando poi comincia a parlare della sua poesia ne riferisce come fosse grande letteratura dialettale che presenta la poesia del ridere nelle sue più varie forme, ossia il carattere ridanciano, comico e burlesco, ma che presenta anche la poesia drammatica percorsa da acuti problemi psicologici e morali, la poesia religiosa e persino quella tragica. Il Cutino difende il dialetto barese nonostante gli studi intorno alla letteratura dialettale barese, ma non solo, siano ancora molto deficienti, e nonostante le istituzioni nazionali e locali non né percepiscono il giusto valore. E proprio per questo promuove e gratifica il lavoro intenso di questi grandi poeti provati dalla sofferenza dei mali e dei disagi propri dell'età anziana e che nella poesia trovano energia e determinazione da trasmettere alle nuove generazioni.
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RECENSIONE DAL "GIORNALE DI PUGLIA" DI “BARESITÀ, CURIOSITÀ E…” (Levante Editori)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Nov 08, 2011 11:35 am


http://www.giornaledipuglia.com/2011/11/la-baresita-di-vittorio-polito.html

La Baresità di Vittorio Polito
pubblicato
martedì 8 novembre 2011 • Etichette: Bari, Cultura e Spettacoli, Libri

di Roberta Calò




Ci sono mille modi per essere giornalista, ricercatore e scrittore. Vittorio Polito ha trovato la sua strada nel punto esatto di un equilibrio tra modernità e tradizione entro una dimensione tanto reale nei suoi richiami alla quotidianità, quanto onirica nel suo modo così coinvolgente di risucchiare il lettore nelle sue parole. L’apice delle sue capacità artistiche culmina nel suo più recente volume “Baresità, curiosità e...” Levante editori (pag. 370+62, euro 25).
Leggendo una sua pagina, i concetti più complessi o le realtà apparentemente più distanti da noi, si svuotano della loro onnipotenza per materializzarsi nelle nostre vite strappandoci riflessioni, sorrisi, lacrime di commozione, soffi di sorpresa. Chiunque apra il suo libro lo farà con la curiosità della scoperta, della nostalgia, dell’affetto campanilistico da cui nessuno rimarrà deluso nelle proprie aspettative. Ecco dunque che prende vita un viaggio, un lungo nostos che, dimenandosi anche tra le goliardiche complessità del dialetto barese, ci conduce pian piano verso gli orizzonti inesplorati del nostro passato. Eppure non si tratta di una mera rivisitazione storica pedantemente archeologica, quanto piuttosto di una simpatica danza conoscitiva tra le sfumature del nostro essere ed essere stati baresi. Un’opera tanto epica nella sua completezza quanto fiabesca nella sua capacità di avvicinare il lettore ad una lingua e ad un mondo a lui quasi sconosciuti. Intenditori e non sapranno ben apprezzare la vivacità linguistica di uno scrittore come Polito che, nella sua annoverata esperienza, sa sempre come trovare i canali comunicativi giusti per avvicinare lettori di tutte le età. L’entusiasmo lirico e narrativo travolge a tal punto da trasformare il lettore in protagonista di quel mondo, del mondo “barese”.
L’emblema di un’opera simile è una lettura ambivalente che lascia spazio a quanti vogliono con spensieratezza trascorrere ore di felicità leggendo versi che strappano un sorriso, o a quanti invece si apprestano ad una lettura più approfondita di quello che è un crocevia tra passato, presente e futuro. Ci fanno sognare dunque le sue passeggiate attraverso i pittorici squarci della nostra città e delle nostre spiagge che come lo stesso Polito suggerisce: “Assà paijse sò canesciùte/ viaggiànne dò e dà, a zeffunne/ all’alde vanne stogghe sperdùte/ tu sì la megghia città du munne!”. L’autore, che da sempre si occupa di approfondimenti culturali di tale stampo, come si può vedere nel suo sito personale http://www.webalice.it/vittorio.polito/, e sul blog del dialetto barese http://comanacosaellalde.forumattivo.com/, ha bypassato positivamente i canoni di un’opera meramente nozionistica per approdare su squarci sensibili e coinvolgenti di vita vera.
Un testo dunque aperto, come aperto è il cuore dei baresi, un testo solare, popolare, festaiolo, entusiasta della vita che reincarna perfettamente l’essenza più autentica della città di Bari e dei suoi personaggi.
Impregnato di sana baresità il volume di Polito al quale hanno collaborato Felice Alloggio, Linda Cascella, Franz Falanga, Lorenzo Gentile, Giovanni Panza, scardina la spicciola e superficiale conoscenza per addentrarsi con orgoglio nei meandri più intrinseci e profondi della nostra identità trasudando amore per detti (Fèmmena bbone, bbèdde e ccare: mèrcia rare), monumenti (L'orologio di piazza Mercantile), leggende (Monderusse), indovinelli (Mange, bive e te lave la facce: l’anguria), ricorrenze (La cattedrale di Bari e il solstizio d’estate), piatti tipici (Le barise e la fecàzze), usanze (Le barise e la gazzètte). C’è anche un capitolo dedicato alla baresità al femminile (Linda Cascella). Un libro che non si finirà mai di leggere e rileggere per i tanti argomenti trattati con tanta competenza e per le numerose poesie di vari autori, tutti qualificati, che arricchiscono il volume. Si parla anche dell’Università di Bari e della sua Aula Magna.
Tutti i sinceri colori dell’appartenenza alla nostra città dipingono l’anima di un libro troppo dinamico e vivace per sostare staticamente sugli scaffali. Questo libro non può essere semplicemente letto, ma va assaporato, odorato, divorato, urlato, vissuto tanto nella sua concettualità quanto nella sua sensorialità. Il suo cuore pulsante tracima oltre le pagine stimolando nel lettore la voglia di entrare a far parte della nostra storia. Questo libro è Bari, è il dialetto, è il (cittadino) barese, questo libro siamo Noi e “Ddò ’u penzijre mi’ jè ca se nèche,/ e dolge dolge me ne voche ’mbunne”.(da “L'infinito” di Giacomo Leopardi tradotto in dialetto barese da Giuseppe De Benedictis).
Il volume di Polito si avvale della qualificata prefazione di Corrado Petrocelli, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, che, tra l’altro scrive: «Ed ecco Vittorio Polito ad una seconda e più impegnativa impresa editoriale dedicata a far rivivere, attraverso l’incanto della poesia, la freschezza genuina del dialetto e il paziente lavoro di scavo nella tradizione e nei ricordi dei curatori delle varie sezioni, la sua e la nostra terra. Non sarà perciò casuale che questa nuova così rapida, variegata, ricca testimonianza si debba ad una persona che nell’istituzione universitaria ha vissuto ed operato per gran parte della sua vita e a quell’istituzione è rimasto profondamente legato. A lui va, anche per questo, la nostra gratitudine più sincera».
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IL GIORNALE DI PUGLIA RIALZA IL SIPARIO SULLA «MARESITÀ»

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 26, 2011 7:48 pm


http://www.giornaledipuglia.com/2011/11/vittorio-polito-alza-il-sipario-sulla.html?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook

25 novembre 2011
Vittorio Polito alza il sipario sulla “Maresità”



di Vito Ferri


In questi giorni si è parlato tanto delle Baresità di Vittorio Polito, Giovanni Panza, Domenico Triggiani, Vito Maurogiovanni, ecc., dopo la magnifica serata svoltasi al Circolo Unione di Bari, dedicata appunto a questo tema. Ma Vittorio Polito, giornalista e scrittore e redattore della testata Giornale di Puglia, è autore anche di un altro interessante volume su un argomento analogo “Baresità e… maresità” (Levante Editori, 220 pagine + 64 ill., € 16).

La “maresità” è un neologismo creato per questo libro da Franz Falanga in considerazione del fatto che i baresi hanno una lunga dimestichezza con il mare ed i suoi prodotti.

Il suo primo volume sull’argomento si avvale della prefazione di Vito Maurogiovanni (1924-2009), scrittore e memoria storica di Bari, nonché della collaborazione di Felice Alloggio, attore, commediografo e regista, di Franz Falanga, architetto, di Luigi Canonico, poeta, di Giovanni Panza (1916-1994), scrittore in lingua e dialetto, oltre ai numerosi contributi di commediografi e poeti dialettali. Insomma, un’antologia dedicata a Bari ed al suo dialetto, ovvero ai dialetti dei numerosi poeti che arricchiscono questo volume. «Un affettuoso, singolare, articolato omaggio alla città di Bari, al suo dialetto, alle sue tradizioni ed ai suoi poeti», ha scritto il compianto collega Antonio Rossano (Contrappunti).

Il volume, con la variopinta copertina del maestro Michele Damiani, racchiude come in una gradevole vetrina 90 poesie di 30 poeti dialettali di ieri e di oggi che rendono il lavoro di Polito originale, istruttivo e divertente. Un excursus non solo nel dialetto barese, ma anche sulla poesia dialettale, la cultura, i proverbi, la musica, le tradizioni, il pesce, i giochi di un tempo, il teatro di strada, i mestieri scomparsi, il linguaggio marinaro, ecc. E non manca neanche un omaggio al nostro protettore San Nicola.

In sostanza, l’autore esprime tutto il suo amore per Bari e lo fa anche attraverso una serie di immagini, da lui stesso scattate, che mostrano monumenti e palazzi di Bari, città vecchia inclusa, luoghi della cultura, che rappresentano il cuore pulsante di questo libro.

Vito Maurogiovanni che firma la prefazione (l’ultima prima della sua scomparsa), scrive che «autore di cotanto interessante tomo è Vittorio Polito, da alcuni anni giornalista vivace e brillante, attento ai fatti di cronaca, soprattutto con l’occhio vigile alla variegata e abbondante produzione editoriale pugliese che segue con segnalazioni e recensioni sui giornali nei quali trova il suo opportuno e vivace spazio. Questa sua opera racchiude nelle pagine una folta schiera di protagonisti della poesia e della saggistica dialettale, una serie di personaggi interessanti, ancora sulla breccia, altri vivi nel ricordo dei cittadini attenti alla loro storia, ed altri ben presenti nelle discussioni sui contenuti di quella che ormai è una vera e propria “lingua” barese».

L’impegno di Polito è stato notevole per la ricerca di circa 90 poesie dialettali relative ad ogni argomento trattato, considerando che comunicare con il dialetto è più facile e rende più piacevole la lettura. Polito, che non è un poeta dialettale, ha voluto scrivere per l’occasione la poesia “Bare mì”, dedicata alla sua Bari che ha definito «la megghia cettà du munne!» (la migliore città del mondo).

Il libro che non è scritto solo in dialetto, si legge molto agevolmente, poiché si può iniziare da qualsiasi pagina. Si può leggere solo quel che piace. È un libro di consultazione definito dal prof. Francesco De Martino “circolare”.

Con questa antologia luminosa e piacevole, Vittorio Polito mostra tutto il suo interesse per la città di Bari, per il suo dialetto, per i suoi cibi gustosi ed i paesaggi. Si legge di tutto e di più: maresità (pesce, proverbi marinari, linguaggio del mare), poesia, teatro, musica popolare e colta, giochi di strada, mestieri scomparsi, il nome dei venti in dialetto barese, i baresi a tavola.


BARE MÌ
di Vittorio Polito

Tu sì come a nu beghenòtte
ca berefatte e saperìte
ijnda ijnde, sope e sotte
me dà priesce e predìte!
Tu sì dolge, sì na mamme
ca che cudd’affètte ndelecàte
m’appicce u còre che na fiamme
ca m’allasse mbriacàte!
Tu sì nu fiore de checòzze
ca vèrde vèrde, prefemàte,
nzim’o rise, patàne e còzze
fasce nu piatte prellebàte!
Tu sì granne com’o prisce
ca m’ auuande acquanne jè sère
e me porte Mbaravise
abbrazzate che la megghière!
Assà paijse sò canesciùte
viaggiànne dò e dà, a zeffunne
all’alde vanne stogghe sperdùte:
tu sì la megghia cettà du munne!

16.10.2008

BARI MIA

Tu sei come un bocconotto
che ben fatto e saporito
nel mio intimo, sopra e sotto
mi dà gioia e desiderio!
Tu sei dolce, sei una mamma
che con affetto delicato
accende il cuore con una fiamma
che mi lascia inebriato!
Tu sei un fiore di zucchina
che verde verde, profumata,
insieme al riso, patate e cozze
realizza un piatto prelibato!
Tu sei grande come la gioia
che mi prende quando è sera
e che mi porta in Paradiso
abbracciato con mia moglie!
Assai città ho conosciute
viaggiando qua e là, in abbondanza
ma alle altre parti sto sperduto:
tu sei la migliore città del mondo!

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Vittorio E. Polito

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Re: DIALETTO BARESE: RECENSIONI

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