SPAZIO RISERVATO ALLE RECENSIONI
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UTILITA' DEI DIALETTI
Da: Repubblica Bari / Cronaca / 11 agosto 2011
Traditi dal dialetto pugliese
smascherati i ladri in trasferta riconosciuti dalle foto e incastrati dall'accento. L'ultimo colpo in una banca di Ferrara, dove sono entrati con una calzamaglia sul volto e un passamontagna di PIERO RUSSO
FOGGIA - 17 febbraio, filiale di Ferrara del Monte dei Paschi di Siena. Pochi minuti prima delle 11 due persone con il volto coperto da una calzamaglia e da un passamontagna entrano nell’istituto di credito armati di pistola e taglierino e interrompono il silenzio e la tranquillità della cittadina estense. I due picchiano il cassiere, minacciano il direttore di filiale, si fanno aprire la cassaforte e portano via quasi 19.000 euro. Una cliente della banca si accascia al suolo, colta da malore, ma nulla di grave. Oggi quei due rapinatori hanno un volto e un nome.
Si tratta di due pluripregiudicati di Cerignola, i trentenni Giuseppe Detto e Marco Giannotti. Sono stati identificati grazie ad una perizia antropometrica: dai fotogrammi dei filmati delle telecamere di videosorveglianza sono state estrapolate delle foto che, confrontate con le immagini di pregiudicati per rapina di tutto lo Stivale, hanno portato ai due cerignolani. I testimoni dell’accaduto, inoltre, avevano riferito che i due rapinatori avevano uno spiccato accento pugliese e quest’indizio ha facilitato le indagini. I due sono stati arrestati per rapina aggravata in concorso e portati al carcere di Foggia. In casa di Giannotti sono stati trovati anche gli indumenti indossati a Ferrara al momento della rapina.
Traditi dal dialetto pugliese
smascherati i ladri in trasferta riconosciuti dalle foto e incastrati dall'accento. L'ultimo colpo in una banca di Ferrara, dove sono entrati con una calzamaglia sul volto e un passamontagna di PIERO RUSSO
FOGGIA - 17 febbraio, filiale di Ferrara del Monte dei Paschi di Siena. Pochi minuti prima delle 11 due persone con il volto coperto da una calzamaglia e da un passamontagna entrano nell’istituto di credito armati di pistola e taglierino e interrompono il silenzio e la tranquillità della cittadina estense. I due picchiano il cassiere, minacciano il direttore di filiale, si fanno aprire la cassaforte e portano via quasi 19.000 euro. Una cliente della banca si accascia al suolo, colta da malore, ma nulla di grave. Oggi quei due rapinatori hanno un volto e un nome.
Si tratta di due pluripregiudicati di Cerignola, i trentenni Giuseppe Detto e Marco Giannotti. Sono stati identificati grazie ad una perizia antropometrica: dai fotogrammi dei filmati delle telecamere di videosorveglianza sono state estrapolate delle foto che, confrontate con le immagini di pregiudicati per rapina di tutto lo Stivale, hanno portato ai due cerignolani. I testimoni dell’accaduto, inoltre, avevano riferito che i due rapinatori avevano uno spiccato accento pugliese e quest’indizio ha facilitato le indagini. I due sono stati arrestati per rapina aggravata in concorso e portati al carcere di Foggia. In casa di Giannotti sono stati trovati anche gli indumenti indossati a Ferrara al momento della rapina.

Vittorio E. Polito- Messaggi: 533
Data d'iscrizione: 17.02.08
Località: Bari

STÀDEME A SENDÌ CE AVÌTE PIACÈRE DI ETTORE DE NOBILI WIP EDIZIONI


http://www.giornaledipuglia.com/2011/09/libri-le-liriche-dialettali-di-ettore.html
Le liriche dialettali di Ettore De Nobili
pubblicato
• domenica 25 settembre 2011
• in Etichette: Libri
di Vittorio Polito
La Wip Edizioni di Bari ha pubblicato in questi giorni il volume di Ettore De Nobili, “Stàdeme a sendì, ce avìte piacère” (State ad ascoltarmi, se lo gradite), pag. 231, € 10.
Il novantenne autore, appassionato sostenitore del dialetto barese, è stato insegnante per oltre 40 anni presso la Scuola San Filippo Neri di Bari, collezionando numerose benemerenze, onorificenze ed anche una medaglia d’argento del Presidente della Repubblica «per l’opera particolarmente zelante ed efficace svolta a favore dell’istruzione elementare e della educazione infantile». De Nobili ha anche ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi versi, collezionando premi e coppe. Ha pubblicato con lo stesso editore sei edizioni del suo volume di poesie in dialetto barese «Regali di Natale e pe tutte le dì du uanne».
Il bravo poeta, questa volta, propone per la delizia dei baresi, 30 liriche in dialetto con testo italiano a fronte (alcune già pubblicate in precedenza), insieme alla commedia «Cènone de Natàle… a ccase de mbà Cicce».
Tra le liriche-novità sono da segnalare “Le regàle de Domeneddì, “Ave, Marì”, “ La corone du Resàrie”, “Le barìse e le Sande” e la traduzione in dialetto barese del “Cantico delle creature” di San Francesco, che stanno a testimoniare la religiosità del poeta.
Vincenzo Longobardi, geriatra, nella sua presentazione esprime alcune sue considerazioni sul poeta: «Ettore De Nobili è antropologicamente ed esistenzialmente poeta: il suo essere uomo e poeta sono inscindibili perché tutta la sua vita, messaggio di amore e di bellezza, è poesia. Perciò Ettore, nel traguardo dei suoi novant’anni, è sempre giovane e conserva la nobiltà dei suoi sentimenti: non per nulla si chiama De Nobili».
Da evidenziare alcune contraddizioni. In alcune presentazioni si plaude alla produzione letteraria di De Nobili e alle iniziative di un seminario sul dialetto barese, mentre si approva la scrittura in dialetto delle poesie nelle quali si nota uno sperpero di consonanti e vocali di scarso pregio nella valorizzazione delle liriche, in contrapposizione di quanto si sta tentando di fare per modernizzare il dialetto barese. Alcuni vocaboli, per esempio, sono scritti in maniera diversa: Bbàre, Bbare per Bari; SSor’(Àcque), Sosòra e Sora per sorella; Nessciune, Nessciùne per nessuno; Ssèmbe per sempre, Ffrate per fratello, Ttè per Te; Mmadre per madre.
Lo stesso De Nobili in precedenti sue pubblicazioni scriveva lo stesso dialetto in modo diverso e certamente più leggibile. Insomma una ennesima conferma che il dialetto ognuno lo scrive come vuole.

Vittorio E. Polito- Messaggi: 533
Data d'iscrizione: 17.02.08
Località: Bari

Recensione Canonico: "IaRie du paiìse mi"

http://www.giornaledipuglia.com/2011/10/dialetto-musica-odori-tradizioni-e.html

Dialetto, musica, odori, tradizioni e sapori di Bari
pubblicato
• sabato 8 ottobre 2011
• in
• Etichette: Libri
di Vittorio Polito
Il dialetto, mezzo di comunicazione al pari di qualsiasi altra lingua, rappresenta lo specchio delle nostre radici e consente di arricchire la nostra preparazione culturale e, soprattutto, migliorare il rapporto umano.
Luigi Canonico, amabile poeta dialettale, ha pubblicato, per gli amanti ed i cultori del dialetto barese il volume “IaRie d’u paiìse mì!”, edito da Arteprint di Matera (pagg. 172, € 12). Una ennesima prova che la poesia dialettale rappresenta l’espressione immediata dei nostri sentimenti, arricchisce la nostra preparazione culturale, migliora il rapporto umano e risveglia sempre più l’interesse da parte dei cultori, degli studiosi e di tutti coloro che se ne servono per deliziarsi o per esprimere le proprie sensazioni.
L’autore, che è alla sua terza esperienza editoriale, ha pubblicato “Abbàssce o Muèle” (poesie in dialetto barese), e “Mile e na notte” (la sapienza popolare in mille proverbi baresi), entrambi editi da La Tipografica di Matera, presenta questa volta un’ampia rassegna di poesie in dialetto barese, con traduzione a fronte in lingua italiana.
Si tratta di un itinerario poetico che ritrae un mondo di piccoli eventi di antiche saggezze, che Canonico, abile poeta, presenta, ed attraverso la lettura delle sue liriche coglie il divenire storico di Bari, gli usi, i costumi, la poesia della gente, i caratteristici sapori, oltre ai valori architettonici e artistici che la rendono singolare, collocandola tra le grandi realtà del nostro paese. La raccolta, infatti, è divisa per capitoli: la città, il suo sentire, figure e luoghi, l’incanto della natura, ricordi del dolore, riflessioni e considerazioni, amenità e, in conclusione le figure (personaggi e persone legati alla città ed ai suoi affetti personali).
Il sapore di queste pagine vuole essere ‘nu bbuèffe d’aria nosta chelorate’ da respirare a pieni polmoni, consentendo al cuore di ricevere un piacevole ristoro ‘dall’arie d’u paiìse mì’, come scrive Canonico.
Antonio Giampietro, che presenta l’opera, dice che Canonico traccia un itinerario esistenziale legato al mondo del passato, alle immagini più care e suggestive, in cui sono saggiamente coniugati i momenti del nascere che si fondono con i vari momenti poetici.
Non si può non complimentarsi con Canonico per la bellezza dei suoi versi e la buona scrittura vernacolare.
Il volume è corredato da disegni del pittore Aldo Domenichiello.
Segue la poesia di Canonico “Le dditte andiche” (i proverbi), che, com’è noto, è una frase breve, ricordata nella memoria collettiva o tramandata in forma scritta, frutto di una verità proveniente da esperienze per confermare un’argomentazione.
Le ditte andiche
di Luigi Canonico
U ditte andiche, ci u à nzecquarate,
ca com’a u mméle cuésce da la vocche,
na cocchie de parole meserate
ca trasen’ind’a u core locche locche?
A cci non déne lèngue nge dà vosce;
a ccane, gatte e ssurghe dà u-ardìre;
reggine, rré, avvecate mètte n-grosce:
auuande sotte a ccì nge véne a ttire.
E ddà la drètte, a tutte dà u remédie:
«ca pe la fèmme s’addevénde matte»;
«de stasse calme a ccì av’a fa chemmédie»;
«De la fatiche a ccì u veddiche gratte…».
A ccì le péne soffre dà u chemborte,
dà la speranze a ccì ié bbédde o bbrutte;
nge dà la spènde a ccì nge pare a fforte,
a rricche e poverìidde, avise a ttutte.
Le dditte andiche, péte de brellande,
a’oggn’e ggire cangene chelure;
mò luscene la strate nnande e nnande
mò rénnene la vite cchiù secure.
Sò ccome a scriggne ca u brellocche achiute,
de rose ca se iabbre so u-addore,
sò vvase de uaggnédde n-gevendute,
so ccome a le sespire d’u-amore!
Da L. Canonico, “Mile e na notte” Ed. La Tipografica, Matera 2000

Vittorio E. Polito- Messaggi: 533
Data d'iscrizione: 17.02.08
Località: Bari

«Da Adàme ad Andriòtte» di Triggiani & Lettini

http://www.giornaledipuglia.com/2011/10/da-adame-ad-andriotte-un-romanzo.html

«Da Adàme ad Andriòtte», un romanzo satirico in dialetto barese
di Vittorio Polito
Il dialetto barese ha visto protagonista Domenico Triggiani (1929-2005), attraverso le sue numerose commedie dialettali ed anche per il romanzo storico-satirico in vernacolo barese «Da Adàme ad Andriòtte» (Schena Editore, pagg. 130, € 7.75), scritto con Rosa Lettini (sua moglie), che, oltre ad interpretare le commedie, ha scritto, insieme al marito, anche altre opere in lingua. Lettini ha calcato le scene per sei anni interpretando numerose opere teatrali in lingua e in dialetto, rappresentate in teatro e trasmesse anche in televisione. Ha vinto alcuni premi letterari ed è insignita di onorificenze del Presidente della Repubblica. Domenico Triggiani, scrittore e commediografo, non ha bisogno di presentazioni, pluripremiato con onorificenze varie, il suo nome è annoverato e ricordato in internet, quotidiani, riviste ed enciclopedie letterarie. Questo quotidiano lo ha ricordato in una mia nota del 26 aprile scorso.
Il volume del quale parliamo, anche se datato (1992), è ancora disponibile nelle librerie e si avvale della presentazione di Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), per cui val la pena di ricordarlo. Va anche detto che il romanzo «Da Adàme ad Andriòtte», rappresenta l’unico romanzo satirico scritto nel nostro vernacolo.
Triggiani e Lettini hanno trovato il modo di raccontare ai loro concittadini nella lingua materna, le vicende principali del genere umano, da Adamo ad Andreotti, appunto, cioè dalla creazione del mondo ai giorni nostri. L’interessante novità non vuole essere un libro di storia, ma riporta anche notizie storiche, narrate con un pizzico di piacevole ironia, quella ironia che si affaccia nelle loro commedie. I fatti narrati sono notissimi a tutti.
Gli argomenti trattati? I più vari: dalla creazione del mondo (la criazziòne du mùnne), a Bari da ieri a oggi (Bàre d’aijre a jòsce), dalla nascita di Roma alla morte di Gesù (da la nàscete de Ròme a la mòrte de Gesù). Si parla anche di terrorismo, P2 e malavita (Terròrisme, piddù e malavìte), per terminare con Andreotti e la fine della storia (Andriòtte e la fine de chèssa stòrrie).
Le difficoltà non sono mancate ai due autori, soprattutto per la scrittura del dialetto, cosa non facile, ma che Triggiani e Lettini hanno affrontato seguendo i metodi più accreditati dagli scrittori dialettali di quel periodo e si può certamente affermare che se la sono cavata in maniera soddisfacente.
Il romanzo è tutto uno scoppiettante susseguirsi di altrettanto burleschi punti di vista, resi oltremodo gustosi dall’uso appropriato dei termini.
«Triggiani e Lettini - scrive Melchiorre - mostrano di non voler dare punti a chicchessia, ma di aver voluto, con questa fatica, aggiungere un loro tassello al mosaico della produzione dialettale, evidenziando, insieme alle proprie capacità, un’altra delle infinite possibilità espressive del dialetto».
E, per darvi un saggio del simpatico romanzo, riporto una breve frase ripresa dal capitolo «Fèmmene, polìddeche e jàrte n Itagglie e ijndo mùnne»:
«Pegghiàme chèdda frellìne de Jève ca se facì menì uaggìgghie e nge facì cùdde bèlle servìzzie ad Adàme. Nge piacì a mezzecuà la mèla, ma o pòste de la mèla non petève jèsse nu marange nzerruate? Quanda uà avèsseme scanzàte!
E chèdda frùscke d’Elene ca facì tànde mbadduèsce a Pàride ca cùsse ngurànde de scatenà na uèrre c’avèva derà tànd’ànne, se la caresciò a Troije, la cità ca chiù ijère adàtte a jèdde e non nge tenì mànghe a pertarse drète u casciòne du corrète. Ma ddò ama disce pure ca u marite alla fine riescì a pegghiàlle pu cuèdde e a pertàrsele a la case che la reserve ca ce non ze stève chijète cùdde cuèdde nge u teràve pròbbie accòme se fasce che le gaddìne».
Il volume del quale parliamo, anche se datato (1992), è ancora disponibile nelle librerie e si avvale della presentazione di Vito Antonio Melchiorre (1922-2010), per cui val la pena di ricordarlo. Va anche detto che il romanzo «Da Adàme ad Andriòtte», rappresenta l’unico romanzo satirico scritto nel nostro vernacolo.
Triggiani e Lettini hanno trovato il modo di raccontare ai loro concittadini nella lingua materna, le vicende principali del genere umano, da Adamo ad Andreotti, appunto, cioè dalla creazione del mondo ai giorni nostri. L’interessante novità non vuole essere un libro di storia, ma riporta anche notizie storiche, narrate con un pizzico di piacevole ironia, quella ironia che si affaccia nelle loro commedie. I fatti narrati sono notissimi a tutti.
Gli argomenti trattati? I più vari: dalla creazione del mondo (la criazziòne du mùnne), a Bari da ieri a oggi (Bàre d’aijre a jòsce), dalla nascita di Roma alla morte di Gesù (da la nàscete de Ròme a la mòrte de Gesù). Si parla anche di terrorismo, P2 e malavita (Terròrisme, piddù e malavìte), per terminare con Andreotti e la fine della storia (Andriòtte e la fine de chèssa stòrrie).
Le difficoltà non sono mancate ai due autori, soprattutto per la scrittura del dialetto, cosa non facile, ma che Triggiani e Lettini hanno affrontato seguendo i metodi più accreditati dagli scrittori dialettali di quel periodo e si può certamente affermare che se la sono cavata in maniera soddisfacente.
Il romanzo è tutto uno scoppiettante susseguirsi di altrettanto burleschi punti di vista, resi oltremodo gustosi dall’uso appropriato dei termini.
«Triggiani e Lettini - scrive Melchiorre - mostrano di non voler dare punti a chicchessia, ma di aver voluto, con questa fatica, aggiungere un loro tassello al mosaico della produzione dialettale, evidenziando, insieme alle proprie capacità, un’altra delle infinite possibilità espressive del dialetto».
E, per darvi un saggio del simpatico romanzo, riporto una breve frase ripresa dal capitolo «Fèmmene, polìddeche e jàrte n Itagglie e ijndo mùnne»:
«Pegghiàme chèdda frellìne de Jève ca se facì menì uaggìgghie e nge facì cùdde bèlle servìzzie ad Adàme. Nge piacì a mezzecuà la mèla, ma o pòste de la mèla non petève jèsse nu marange nzerruate? Quanda uà avèsseme scanzàte!
E chèdda frùscke d’Elene ca facì tànde mbadduèsce a Pàride ca cùsse ngurànde de scatenà na uèrre c’avèva derà tànd’ànne, se la caresciò a Troije, la cità ca chiù ijère adàtte a jèdde e non nge tenì mànghe a pertarse drète u casciòne du corrète. Ma ddò ama disce pure ca u marite alla fine riescì a pegghiàlle pu cuèdde e a pertàrsele a la case che la reserve ca ce non ze stève chijète cùdde cuèdde nge u teràve pròbbie accòme se fasce che le gaddìne».

Vittorio E. Polito- Messaggi: 533
Data d'iscrizione: 17.02.08
Località: Bari

RECENSIONE A: "Stàdeme a sendì ce avìte piacère"
Il giorno 12 ottobre u.s., presso la Sala Consigliare del Comune di Bari è stato presentato il libro di poesie del poeta barese Ettore de Nobili intitolato "Stàdeme a sendì ce avite piacère" Bari, Wip Edizioni 2011, da parte dell'Associazione Mondo Antico e Tempi Moderni (Presidente Nicola Cutino). Hanno partecipato all'evento Antonella Rinella, Capo di Gabinetto del Sindaco di Bari, Stefano Ruocco titolare della WIP Edizioni e Vito Signorile, regista e attore. Hanno allietato la serata le musiche del maestro e cantante Rodolfo Ventrella e i canti folkloristici degli alunni di una scuola elementare di Gravina in Puglia.
Tralascio la cronaca della serata che è stata ricca di emozioni, per inoltrarmi a parlare del libro dell'amico e Maestro Ettore De Nobili che ho conosciuto nel 1992, allorquando presentava le commedie di Vito Maurogiovanni nelle quali io recitavo come attore protagonista.
Pur sapendo che Ettore mi avrebbe fatto volentieri regalo del suo testo, ho voluto comprarlo perché sono del parere che un libro acquistato ha più valore in quanto scelto.
Il libro del De Nobili altro non rappresenta che l'esito finale della statura poetico-letteraria, nonché morale dell'uomo e del Maestro. Si, proprio così il Maestro di Scuola Elementare - tale è stato Ettore De Nobili per oltre un quarantennio - Maestro e punto di riferimento di tanti bambini oggi adulti e genitori che, a loro volta, sentono drammaticamente la mancanza, pedagogicamente parlando, di tale importante figura di riferimento per i loro figli.
Il testo raccoglie un certo numero di poesie, alcune già pubblicate negli altri due precedenti libri editi sempre da WIP, oltre che brevi racconti e aneddoti sulla baresità tutti scritti in dialetto barese, scrittura oggi diventata vero dilemma, se si considera il variegato modo in cui a tale arte si approcciano i cultori del vernacolo barese, con una diversificazione della scrittura che, a volte, lascia perplessi. Non è un caso che per ridurre tale polverizzazione nella forma di scrittura e venire incontro a quanti, registi, impresari teatrali, editori, scrittori e semplici cultori del dialetto barese un gruppo variegato di volontari composto da altrettanti colti e meno colti, istruiti e meno istruiti, abbienti e meno abbienti, lavoratori manuali e lavoratori d'intelletto, cittadini baresi nella loro ugualitaria composizione maschile e femminile, ha istituito da oltre tre anni, un Seminario Permanente di Studio sul Dialetto Barese che cercherà di proporre una scrittura dialettale semplice, convenzionale e condivisa con la pubblicazione prossima di un Dizionario ragionato Barese-Italiano e Italiano-Barese. Di questo Seminario è socio onorario, per l'appunto, il maestro Ettore De Nobili.
La posizione dell'autore nei confronti del dialetto non è sola affettiva, ma anche apertamente schierata contro chi vorrebbe fare del dialetto un semplice gergo locale di scarso valore nazionale. Attraverso la produzione di liriche in dialetto il nostro autore difende ciò che è oggi ancora puro e incontaminato, e la sua poesia rappresenta un paesaggio notturno colpito all'improvviso dalla luce. Inoltre il suo poetare è importante perché conduce all'intraducibilità della poesia dialettale, dove per intraducibilità in questa sede s'intende il valore onomatopeico del suono originario: “nu mure scalgenàte”, “n'arue tutte stretegghiàte”, e tanti tanti altri sonori vocaboli.
Hanno presentato il testo del De Nobili illustri rappresentanti della cultura e del folklore barese. Il dr. Vincenzo Longobardi, geriatra, nella sua breve ma intensa pagina ha messo in evidenza il valore altamente terapeutico dell'essere poeta a novant'anni, terapia che ha effetti sicuramente più efficaci del pur a volte necessario cocktail di pillole. La poesia è bellezza, afferma il medico citando Kafka, la bellezza salverà il mondo, ricorda ancora il dr. Longobardi citando Dostojèski, Ettore, il nostro poeta “conserva la nobiltà dei suoi sentimenti e, non a caso si chiama De Nobili”.
Affettuosa, ma senza ombra di dubbio folkloristico il pensiero che Felice Giovine, raffinato cultore del dialetto e delle tradizioni baresi, ha riservato a “don Ettre” come confidenzialmente lo chiama. Per Giovine, la poesia sta al Maestro Ettore come “le cozze stonne a le vremecìidde”e “come la recott'asckuànde stà a le calzengìidde”. Folkloristica è anche la scrittura dialettale del Giovine nella sua brevissima presentazione, che si ostina ancora a scrivere “BBàre”, invece che più semplicemente e dolcemente “Bare” o come scriveva arcaicamente don Alfredo Giovine qualche decennio fa "Vare".
Molto articolata infine la presentazione del prof. Nicola Cutino, Presidente della ONLUS Mondo Antico e Tempi Moderni, nonché promotore del succitato Seminario del quale è Componente dell'Ufficio di Presidenza, con la funzione di Presidente. Il Cutino inizia la sua presentazione dalla piramide dell'età che oggi appare capovolta per il maggior numero di persone anziane rispetto agli adulti e ai giovani e, a questa nuova valenza ne aggiunge un'altra, quella cioè di una maggiore presenza umana della popolazione anziana pronta a sorreggere “dando vita agli anni, utilizzando il prezioso patrimonio di esperienza e saggezza ”, e a “fare da collante” tra le diverse generazioni. Tale è dunque per Cutino l'impegno del Maestro Ettore De Nobili nella sua vita quotidiana e nel suo essere un uomo di lettere. Quando poi comincia a parlare della sua poesia ne riferisce come fosse grande letteratura dialettale che presenta la poesia del ridere nelle sue più varie forme, ossia il carattere ridanciano, comico e burlesco, ma che presenta anche la poesia drammatica percorsa da acuti problemi psicologici e morali, la poesia religiosa e persino quella tragica. Il Cutino difende il dialetto barese nonostante gli studi intorno alla letteratura dialettale barese, ma non solo, siano ancora molto deficienti, e nonostante le istituzioni nazionali e locali non né percepiscono il giusto valore. E proprio per questo promuove e gratifica il lavoro intenso di questi grandi poeti provati dalla sofferenza dei mali e dei disagi propri dell'età anziana e che nella poesia trovano energia e determinazione da trasmettere alle nuove generazioni.
Felice Alloggio
Tralascio la cronaca della serata che è stata ricca di emozioni, per inoltrarmi a parlare del libro dell'amico e Maestro Ettore De Nobili che ho conosciuto nel 1992, allorquando presentava le commedie di Vito Maurogiovanni nelle quali io recitavo come attore protagonista.
Pur sapendo che Ettore mi avrebbe fatto volentieri regalo del suo testo, ho voluto comprarlo perché sono del parere che un libro acquistato ha più valore in quanto scelto.
Il libro del De Nobili altro non rappresenta che l'esito finale della statura poetico-letteraria, nonché morale dell'uomo e del Maestro. Si, proprio così il Maestro di Scuola Elementare - tale è stato Ettore De Nobili per oltre un quarantennio - Maestro e punto di riferimento di tanti bambini oggi adulti e genitori che, a loro volta, sentono drammaticamente la mancanza, pedagogicamente parlando, di tale importante figura di riferimento per i loro figli.
Il testo raccoglie un certo numero di poesie, alcune già pubblicate negli altri due precedenti libri editi sempre da WIP, oltre che brevi racconti e aneddoti sulla baresità tutti scritti in dialetto barese, scrittura oggi diventata vero dilemma, se si considera il variegato modo in cui a tale arte si approcciano i cultori del vernacolo barese, con una diversificazione della scrittura che, a volte, lascia perplessi. Non è un caso che per ridurre tale polverizzazione nella forma di scrittura e venire incontro a quanti, registi, impresari teatrali, editori, scrittori e semplici cultori del dialetto barese un gruppo variegato di volontari composto da altrettanti colti e meno colti, istruiti e meno istruiti, abbienti e meno abbienti, lavoratori manuali e lavoratori d'intelletto, cittadini baresi nella loro ugualitaria composizione maschile e femminile, ha istituito da oltre tre anni, un Seminario Permanente di Studio sul Dialetto Barese che cercherà di proporre una scrittura dialettale semplice, convenzionale e condivisa con la pubblicazione prossima di un Dizionario ragionato Barese-Italiano e Italiano-Barese. Di questo Seminario è socio onorario, per l'appunto, il maestro Ettore De Nobili.
La posizione dell'autore nei confronti del dialetto non è sola affettiva, ma anche apertamente schierata contro chi vorrebbe fare del dialetto un semplice gergo locale di scarso valore nazionale. Attraverso la produzione di liriche in dialetto il nostro autore difende ciò che è oggi ancora puro e incontaminato, e la sua poesia rappresenta un paesaggio notturno colpito all'improvviso dalla luce. Inoltre il suo poetare è importante perché conduce all'intraducibilità della poesia dialettale, dove per intraducibilità in questa sede s'intende il valore onomatopeico del suono originario: “nu mure scalgenàte”, “n'arue tutte stretegghiàte”, e tanti tanti altri sonori vocaboli.
Hanno presentato il testo del De Nobili illustri rappresentanti della cultura e del folklore barese. Il dr. Vincenzo Longobardi, geriatra, nella sua breve ma intensa pagina ha messo in evidenza il valore altamente terapeutico dell'essere poeta a novant'anni, terapia che ha effetti sicuramente più efficaci del pur a volte necessario cocktail di pillole. La poesia è bellezza, afferma il medico citando Kafka, la bellezza salverà il mondo, ricorda ancora il dr. Longobardi citando Dostojèski, Ettore, il nostro poeta “conserva la nobiltà dei suoi sentimenti e, non a caso si chiama De Nobili”.
Affettuosa, ma senza ombra di dubbio folkloristico il pensiero che Felice Giovine, raffinato cultore del dialetto e delle tradizioni baresi, ha riservato a “don Ettre” come confidenzialmente lo chiama. Per Giovine, la poesia sta al Maestro Ettore come “le cozze stonne a le vremecìidde”e “come la recott'asckuànde stà a le calzengìidde”. Folkloristica è anche la scrittura dialettale del Giovine nella sua brevissima presentazione, che si ostina ancora a scrivere “BBàre”, invece che più semplicemente e dolcemente “Bare” o come scriveva arcaicamente don Alfredo Giovine qualche decennio fa "Vare".
Molto articolata infine la presentazione del prof. Nicola Cutino, Presidente della ONLUS Mondo Antico e Tempi Moderni, nonché promotore del succitato Seminario del quale è Componente dell'Ufficio di Presidenza, con la funzione di Presidente. Il Cutino inizia la sua presentazione dalla piramide dell'età che oggi appare capovolta per il maggior numero di persone anziane rispetto agli adulti e ai giovani e, a questa nuova valenza ne aggiunge un'altra, quella cioè di una maggiore presenza umana della popolazione anziana pronta a sorreggere “dando vita agli anni, utilizzando il prezioso patrimonio di esperienza e saggezza ”, e a “fare da collante” tra le diverse generazioni. Tale è dunque per Cutino l'impegno del Maestro Ettore De Nobili nella sua vita quotidiana e nel suo essere un uomo di lettere. Quando poi comincia a parlare della sua poesia ne riferisce come fosse grande letteratura dialettale che presenta la poesia del ridere nelle sue più varie forme, ossia il carattere ridanciano, comico e burlesco, ma che presenta anche la poesia drammatica percorsa da acuti problemi psicologici e morali, la poesia religiosa e persino quella tragica. Il Cutino difende il dialetto barese nonostante gli studi intorno alla letteratura dialettale barese, ma non solo, siano ancora molto deficienti, e nonostante le istituzioni nazionali e locali non né percepiscono il giusto valore. E proprio per questo promuove e gratifica il lavoro intenso di questi grandi poeti provati dalla sofferenza dei mali e dei disagi propri dell'età anziana e che nella poesia trovano energia e determinazione da trasmettere alle nuove generazioni.
Felice Alloggio

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Località: Bari
RECENSIONE DAL "GIORNALE DI PUGLIA" DI “BARESITÀ, CURIOSITÀ E…” (Levante Editori)

http://www.giornaledipuglia.com/2011/11/la-baresita-di-vittorio-polito.html
La Baresità di Vittorio Polito
pubblicato • martedì 8 novembre 2011 • Etichette: Bari, Cultura e Spettacoli, Libri
di Roberta Calò

Ci sono mille modi per essere giornalista, ricercatore e scrittore. Vittorio Polito ha trovato la sua strada nel punto esatto di un equilibrio tra modernità e tradizione entro una dimensione tanto reale nei suoi richiami alla quotidianità, quanto onirica nel suo modo così coinvolgente di risucchiare il lettore nelle sue parole. L’apice delle sue capacità artistiche culmina nel suo più recente volume “Baresità, curiosità e...” Levante editori (pag. 370+62, euro 25).
Leggendo una sua pagina, i concetti più complessi o le realtà apparentemente più distanti da noi, si svuotano della loro onnipotenza per materializzarsi nelle nostre vite strappandoci riflessioni, sorrisi, lacrime di commozione, soffi di sorpresa. Chiunque apra il suo libro lo farà con la curiosità della scoperta, della nostalgia, dell’affetto campanilistico da cui nessuno rimarrà deluso nelle proprie aspettative. Ecco dunque che prende vita un viaggio, un lungo nostos che, dimenandosi anche tra le goliardiche complessità del dialetto barese, ci conduce pian piano verso gli orizzonti inesplorati del nostro passato. Eppure non si tratta di una mera rivisitazione storica pedantemente archeologica, quanto piuttosto di una simpatica danza conoscitiva tra le sfumature del nostro essere ed essere stati baresi. Un’opera tanto epica nella sua completezza quanto fiabesca nella sua capacità di avvicinare il lettore ad una lingua e ad un mondo a lui quasi sconosciuti. Intenditori e non sapranno ben apprezzare la vivacità linguistica di uno scrittore come Polito che, nella sua annoverata esperienza, sa sempre come trovare i canali comunicativi giusti per avvicinare lettori di tutte le età. L’entusiasmo lirico e narrativo travolge a tal punto da trasformare il lettore in protagonista di quel mondo, del mondo “barese”.
L’emblema di un’opera simile è una lettura ambivalente che lascia spazio a quanti vogliono con spensieratezza trascorrere ore di felicità leggendo versi che strappano un sorriso, o a quanti invece si apprestano ad una lettura più approfondita di quello che è un crocevia tra passato, presente e futuro. Ci fanno sognare dunque le sue passeggiate attraverso i pittorici squarci della nostra città e delle nostre spiagge che come lo stesso Polito suggerisce: “Assà paijse sò canesciùte/ viaggiànne dò e dà, a zeffunne/ all’alde vanne stogghe sperdùte/ tu sì la megghia città du munne!”. L’autore, che da sempre si occupa di approfondimenti culturali di tale stampo, come si può vedere nel suo sito personale http://www.webalice.it/vittorio.polito/, e sul blog del dialetto barese http://comanacosaellalde.forumattivo.com/, ha bypassato positivamente i canoni di un’opera meramente nozionistica per approdare su squarci sensibili e coinvolgenti di vita vera.
Un testo dunque aperto, come aperto è il cuore dei baresi, un testo solare, popolare, festaiolo, entusiasta della vita che reincarna perfettamente l’essenza più autentica della città di Bari e dei suoi personaggi.
Impregnato di sana baresità il volume di Polito al quale hanno collaborato Felice Alloggio, Linda Cascella, Franz Falanga, Lorenzo Gentile, Giovanni Panza, scardina la spicciola e superficiale conoscenza per addentrarsi con orgoglio nei meandri più intrinseci e profondi della nostra identità trasudando amore per detti (Fèmmena bbone, bbèdde e ccare: mèrcia rare), monumenti (L'orologio di piazza Mercantile), leggende (Monderusse), indovinelli (Mange, bive e te lave la facce: l’anguria), ricorrenze (La cattedrale di Bari e il solstizio d’estate), piatti tipici (Le barise e la fecàzze), usanze (Le barise e la gazzètte). C’è anche un capitolo dedicato alla baresità al femminile (Linda Cascella). Un libro che non si finirà mai di leggere e rileggere per i tanti argomenti trattati con tanta competenza e per le numerose poesie di vari autori, tutti qualificati, che arricchiscono il volume. Si parla anche dell’Università di Bari e della sua Aula Magna.
Tutti i sinceri colori dell’appartenenza alla nostra città dipingono l’anima di un libro troppo dinamico e vivace per sostare staticamente sugli scaffali. Questo libro non può essere semplicemente letto, ma va assaporato, odorato, divorato, urlato, vissuto tanto nella sua concettualità quanto nella sua sensorialità. Il suo cuore pulsante tracima oltre le pagine stimolando nel lettore la voglia di entrare a far parte della nostra storia. Questo libro è Bari, è il dialetto, è il (cittadino) barese, questo libro siamo Noi e “Ddò ’u penzijre mi’ jè ca se nèche,/ e dolge dolge me ne voche ’mbunne”.(da “L'infinito” di Giacomo Leopardi tradotto in dialetto barese da Giuseppe De Benedictis).
Il volume di Polito si avvale della qualificata prefazione di Corrado Petrocelli, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, che, tra l’altro scrive: «Ed ecco Vittorio Polito ad una seconda e più impegnativa impresa editoriale dedicata a far rivivere, attraverso l’incanto della poesia, la freschezza genuina del dialetto e il paziente lavoro di scavo nella tradizione e nei ricordi dei curatori delle varie sezioni, la sua e la nostra terra. Non sarà perciò casuale che questa nuova così rapida, variegata, ricca testimonianza si debba ad una persona che nell’istituzione universitaria ha vissuto ed operato per gran parte della sua vita e a quell’istituzione è rimasto profondamente legato. A lui va, anche per questo, la nostra gratitudine più sincera».

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IL GIORNALE DI PUGLIA RIALZA IL SIPARIO SULLA «MARESITÀ»

http://www.giornaledipuglia.com/2011/11/vittorio-polito-alza-il-sipario-sulla.html?utm_source=twitterfeed&utm_medium=facebook
25 novembre 2011
Vittorio Polito alza il sipario sulla “Maresità”

di Vito Ferri
In questi giorni si è parlato tanto delle Baresità di Vittorio Polito, Giovanni Panza, Domenico Triggiani, Vito Maurogiovanni, ecc., dopo la magnifica serata svoltasi al Circolo Unione di Bari, dedicata appunto a questo tema. Ma Vittorio Polito, giornalista e scrittore e redattore della testata Giornale di Puglia, è autore anche di un altro interessante volume su un argomento analogo “Baresità e… maresità” (Levante Editori, 220 pagine + 64 ill., € 16).
La “maresità” è un neologismo creato per questo libro da Franz Falanga in considerazione del fatto che i baresi hanno una lunga dimestichezza con il mare ed i suoi prodotti.
Il suo primo volume sull’argomento si avvale della prefazione di Vito Maurogiovanni (1924-2009), scrittore e memoria storica di Bari, nonché della collaborazione di Felice Alloggio, attore, commediografo e regista, di Franz Falanga, architetto, di Luigi Canonico, poeta, di Giovanni Panza (1916-1994), scrittore in lingua e dialetto, oltre ai numerosi contributi di commediografi e poeti dialettali. Insomma, un’antologia dedicata a Bari ed al suo dialetto, ovvero ai dialetti dei numerosi poeti che arricchiscono questo volume. «Un affettuoso, singolare, articolato omaggio alla città di Bari, al suo dialetto, alle sue tradizioni ed ai suoi poeti», ha scritto il compianto collega Antonio Rossano (Contrappunti).
Il volume, con la variopinta copertina del maestro Michele Damiani, racchiude come in una gradevole vetrina 90 poesie di 30 poeti dialettali di ieri e di oggi che rendono il lavoro di Polito originale, istruttivo e divertente. Un excursus non solo nel dialetto barese, ma anche sulla poesia dialettale, la cultura, i proverbi, la musica, le tradizioni, il pesce, i giochi di un tempo, il teatro di strada, i mestieri scomparsi, il linguaggio marinaro, ecc. E non manca neanche un omaggio al nostro protettore San Nicola.
In sostanza, l’autore esprime tutto il suo amore per Bari e lo fa anche attraverso una serie di immagini, da lui stesso scattate, che mostrano monumenti e palazzi di Bari, città vecchia inclusa, luoghi della cultura, che rappresentano il cuore pulsante di questo libro.
Vito Maurogiovanni che firma la prefazione (l’ultima prima della sua scomparsa), scrive che «autore di cotanto interessante tomo è Vittorio Polito, da alcuni anni giornalista vivace e brillante, attento ai fatti di cronaca, soprattutto con l’occhio vigile alla variegata e abbondante produzione editoriale pugliese che segue con segnalazioni e recensioni sui giornali nei quali trova il suo opportuno e vivace spazio. Questa sua opera racchiude nelle pagine una folta schiera di protagonisti della poesia e della saggistica dialettale, una serie di personaggi interessanti, ancora sulla breccia, altri vivi nel ricordo dei cittadini attenti alla loro storia, ed altri ben presenti nelle discussioni sui contenuti di quella che ormai è una vera e propria “lingua” barese».
L’impegno di Polito è stato notevole per la ricerca di circa 90 poesie dialettali relative ad ogni argomento trattato, considerando che comunicare con il dialetto è più facile e rende più piacevole la lettura. Polito, che non è un poeta dialettale, ha voluto scrivere per l’occasione la poesia “Bare mì”, dedicata alla sua Bari che ha definito «la megghia cettà du munne!» (la migliore città del mondo).
Il libro che non è scritto solo in dialetto, si legge molto agevolmente, poiché si può iniziare da qualsiasi pagina. Si può leggere solo quel che piace. È un libro di consultazione definito dal prof. Francesco De Martino “circolare”.
Con questa antologia luminosa e piacevole, Vittorio Polito mostra tutto il suo interesse per la città di Bari, per il suo dialetto, per i suoi cibi gustosi ed i paesaggi. Si legge di tutto e di più: maresità (pesce, proverbi marinari, linguaggio del mare), poesia, teatro, musica popolare e colta, giochi di strada, mestieri scomparsi, il nome dei venti in dialetto barese, i baresi a tavola.
BARE MÌ
di Vittorio Polito
Tu sì come a nu beghenòtte
ca berefatte e saperìte
ijnda ijnde, sope e sotte
me dà priesce e predìte!
Tu sì dolge, sì na mamme
ca che cudd’affètte ndelecàte
m’appicce u còre che na fiamme
ca m’allasse mbriacàte!
Tu sì nu fiore de checòzze
ca vèrde vèrde, prefemàte,
nzim’o rise, patàne e còzze
fasce nu piatte prellebàte!
Tu sì granne com’o prisce
ca m’ auuande acquanne jè sère
e me porte Mbaravise
abbrazzate che la megghière!
Assà paijse sò canesciùte
viaggiànne dò e dà, a zeffunne
all’alde vanne stogghe sperdùte:
tu sì la megghia cettà du munne!
16.10.2008
BARI MIA
Tu sei come un bocconotto
che ben fatto e saporito
nel mio intimo, sopra e sotto
mi dà gioia e desiderio!
Tu sei dolce, sei una mamma
che con affetto delicato
accende il cuore con una fiamma
che mi lascia inebriato!
Tu sei un fiore di zucchina
che verde verde, profumata,
insieme al riso, patate e cozze
realizza un piatto prelibato!
Tu sei grande come la gioia
che mi prende quando è sera
e che mi porta in Paradiso
abbracciato con mia moglie!
Assai città ho conosciute
viaggiando qua e là, in abbondanza
ma alle altre parti sto sperduto:
tu sei la migliore città del mondo!

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UN LIBRO SULLE TRADIZIONI BARESI

http://www.giornaledipuglia.com/2011/12/un-libro-sulle-tradizioni-baresi.html
5 DICEMBRE 2011
Un libro sulle tradizioni baresi

di Vittorio Polito
È stato pubblicato in questi giorni il volume di Michele Fanelli “Tradizioni baresane” (Progedit). Disegni di Saverio Romito.
Gli argomenti sono numerosi tra storie, mestieri scomparsi, credenze, usanze e cucina, finalizzato a tramandare ai posteri usi, tradizioni, leggende, indovinelli, proverbi, ricette, detti, dialetto.
Nonostante la lodevole iniziativa di Fanelli e la sua partecipazione ad un’associazione che ha tra gli scopi l’approfondimento del dialetto barese, si nota la fretta con cui è stato scritto il volume, dal momento che vi sono molti errori di stampa ed imprecisioni, soprattutto per quanto riguarda il dialetto. Sono riportati, infatti, vocaboli scritti con uno strano e talvolta incomprensibile vernacolo, che certamente non corrisponde a quello di casa nostra. Una ulteriore prova che il dialetto ognuno lo scrive a suo piacimento. Il fatto che più desta sorpresa è che il presentatore del volume, presidente del seminario di studi ed approfondimento permanente sul dialetto barese, scrive «Ho letto, tutto di un fiato, la bozza dello scritto sulle tradizioni…», evidenziando così solo la velocità della lettura, senza far caso a come è stata scritta la parte dialettale. Inoltre il presentatore scrive di Michele Fanelli: «…strenuo difensore della lingua dialettale barese…», ma di quale lingua, quella personale (?).
Sta di fatto che scorrendo le pagine del volume, si notano alcuni vocaboli, che si vogliono far passare per dialetto barese, inesistenti nei dizionari attualmente disponibili. Si tratta forse di neologismi? Ne riporto alcuni: cuestue (salvadanaio), comà (comare), acchemide (d’accordo), ham’avè (dobbiamo avere), ascie (ascia), mizze (mezzo o metà), s’affatte (si è fatto), ciaciate (ubriaco), die (giorno), Die (Dio), colascione (fannullone), anzògne (riferita ad un arma), ammenuie (buttalo, gettalo), vetregne (giorni feriali), n’hamascie (dobbiamo andare), achhemmanà (comandare), cia aguande (chi prende), ciù (se), mascheue (maschio), amangande (mancante), ngnore (nero).
Ancora una volta abbiamo la conferma che il dialetto ognuno lo scrive come gli pare e piace secondo grammatiche e vocabolari del tutto personali, mettendo in difficoltà chi si accinge alla lettura dei contenuti di questi testi.

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IL DIALETTO COME LA MUSICA JAZZ
Cari miei siamo a mercoledì 7 dicembre fra un freddo della miseria e giù la fernacèdde a liùne tira alla grande. Sono ancora una volta alle prese con un rovello. Vedo cento scrittori che usano la propria parlata e che la scrivono generalmente in cento maniere diverse, vedo addirittura amicizie perse per dispute sul come si scrive questa o quella parola. Per cui ho continuato a riflettere sul caso e mi sono immaginato ulteriori considerazioni che vi vado ad esporre. A differenza della lingua Italiana, la parlata, quale che sia, oltre alla sintassi, alle regole dell’analisi logica, all’uso dei tempi dei verbi e di tante altre cose che la rendono più o meno simile ai meccanismi dell’italiano, ha il problema, che non so se vero o falso, ma non mi interessa più di tanto, di come la parlata in questione debba essere scritta. L’ho detto e ridetto, secondo me ognuno scrive come diavolo vuole, visto che una, come dire, una teoria affidabile sul COME cavolo vada scritto il dialetto, quale che sia, per quanto ne so è ancora nel ventre di Giove. E quando dovesse venir fuori, cozzerà con tutte le parlate dei singoli che si saranno costruite nel tempo le loro maniere di scrivere nel proprio dialetto. Esiste una legge che ci dice come scrivere le parole in italiano? Certo che sì, si chiama ORTOGRAFIA. Non voglio assolutamente annoiarvi con una serie di considerazione su questa disciplina, chi lo vorrà basterà che clicchi su http://it.wikipedia.org/wiki/Ortografia_italiana e si regolerà di conseguenza, se lo vorrà naturalmente. Non voglio qui ancora ripetermi, anche se sto per farlo di nuovo, ognuno scrive come vuole nella propria parlata. Però………. vorrei qui proporvi una piccola indagine che ora vi espongo. Se provate a sottoporre a una persona di media cultura la lettura ad alta voce di un brano in lingua italiana, preso da un giornale o da un romanzo di un autore italiano, vi accorgerete come pochissimi siano in grado di leggere fluentemente dando il giusto valore alle parole e alle pause. Questo fatto è già, a mio avviso, una spia di un analfabetismo di ritorno paurosamente diffuso. Se provate ora a sottoporre a qualche vostro corregionale o concittadino un brano scritto in una qualunque parlata pugliese, avrete dei risultati sorprendenti. Nel senso che vi accorgerete quanto sia difficile leggere correntemente il proprio dialetto. A Bari l’ho fatto pochissime volte, qui nel Veneto invece mi sono messo di buzzo buono e ho provato con decine e decine di persone. Qui, come potete immaginare, nella Marca Trevigiana i leghisti sono la maggioranza e i leghisti sono quelli che ad ogni piè sospinto ti sbattono nei denti l’importanza del dialetto veneto. Già dire la frase “dialetto veneto” è una grossa sciocchezza perché di parlate venete ce ne sono a centinaia, il dialetto veneto non esiste, esiste la lingua veneziana, perché questa particolare parlata era usata nei documenti ufficiali della Repubblica Veneta ed era quindi la lingua ufficiale della Serenissima Repubblica, insito nel dire che era, si badi bene, il dialetto veneziano. Quando leggo manifesti leghisti scritti in un improbabile veneto mi vien da sorridere perché neanche loro sono capaci di scrivere in veneto. Mi interessa però parlare dell’esperimento che vi ho segnalato dianzi. Ho provato a far leggere a moltissime persone nate nella regione del Veneto dei brani scritti nei vari dialetti veneti, compreso il loro, e nessuno, dico nessuno, era in grado di leggere fluentemente dando quindi una sia pur minima comprensibilità del brano letto. Mi farebbe piacere che provaste voi che siete lì a Bari a fare un semplice esperimento del genere con il dialetto barese. Fatemi sapere. Per intanto vi saluto e continuerò a scrivere nel mio dialetto come mi pare e piace, visto che lo scrivere nel mio dialetto è come il suonare musica jazz, cioè l’unico mio aggancio con la mia massima libertà di espressione, libertà nella quale non permetto a nessuno di avvicinarsi sia pur lontanamente per dirmi come si fa. franz falanga

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RE: IL DIALETTO CON LA MUSICA JAZZ
NEL CONDIVIDERE PIENAMENTE LA LUNGA ED ESAUSTIVA PAPPARDELLA DI FRANZ FALANGA, DEVO DARE ANCORA UNA VOLTA DARE ATTO AL GIORNALISTA ADRIANO FAVARO DEL "GAZZETTINO" DI TREVISO CHE, A PROPOSITO DEL DIALETTO,
(V. PAGINA "NOTIZIE SUL DIALETTO BARESE E DINTORNI"), HA APPUNTO SCRITTO:
"CHI VUOLE IMPORRE UNA REGOLA DI SCRITTURA SPESSO NON CONOSCE BENE IL DIALETTO"
Vittorio Polito
(V. PAGINA "NOTIZIE SUL DIALETTO BARESE E DINTORNI"), HA APPUNTO SCRITTO:
"CHI VUOLE IMPORRE UNA REGOLA DI SCRITTURA SPESSO NON CONOSCE BENE IL DIALETTO"
PERTANTO, ALLA LUCE DI QUANTO SOPRA, SI EVINCE CHIARAMENTE CHE PER SCRIVERE IL DIALETTO BARESE, NON SERVONO NE' SEMINARI, NE' ACCADEMIE, NE' CENTRI STUDI E NEANCHE COLORO CHE SI IMPROVVISANO MAESTRI, CONOSCITORI E DEPOSITARI DI REGOLE E QUANT'ALTRO DA IMPORRE A CHICCHESSIA.
Vittorio Polito

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DA "BARISERA" DEL 30 GENNAIO 2012

Barisera 30 gennaio 2012, pag. 14

Gianni Custodero
C’è Bari e Bari
Gelsorosso editore
Pagg. 110 - € 15
STORIE, PERCORSI, CURIOSITÀ: PAROLE E IMMAGINI
di Vittorio Polito
L’ultimo lavoro di Gianni Custodero (1936-2009), giornalista professionista impegnato a livello istituzionale quale dirigente del Settore stampa della Giunta Regionale Pugliese, è stato pubblicato da Gelsorosso editore con il titolo “C’è Bari e Bari”, storie percorsi e curiosità della nostra bella città.
Bari, infatti, è il capoluogo di una Regione tra le più belle d’Italia da ogni punto di vista: geografico, turistico, storico e religioso. E cosa importante è la città di San Nicola e dell’ecumenismo. E Custodero ci accompagna in una interessante passeggiata per la nostra città, attraverso la storia, i fatti, i percorsi e le curiosità che custodisce Barivecchia con le sue strade, le edicole, i monumenti, le chiese. Si prosegue per Barinuova con il Margherita, la Prefettura, il Comune, i palazzi Fizzarotti, Mincuzzi, Atti, per proseguire ancora nei nuovi quartieri. Il tutto integrato da storia, arte e cultura (San Nicola, Cattedrale, San Gregorio, Castello). Non sono sfuggite all’attento autore il “Solstizio d’estate”, il fenomeno che si verifica nella nostra Cattedrale il 21 giugno in cui il rosone della facciata combacia esattamente con quello in pietra all’interno, e l’Exultet risalente ai primi decenni dell’XI secolo, che fa pensare ai miniatori barese. Chiesa Russa, Fiera del Levante concludono lo stimolante giro per la città che, ovviamente non può finire che a tavola gustando l’immancabile “crudo”, la tiedde di patate, riso e cozze, le orecchiette, le menuicchie, per finire alla incomparabile focaccia barese, che insieme ai dolci di Natale completano la gita per Bari.
Michele Emiliano, che firma la prefazione, sottolinea che “Questo libro ci consente, pagina dopo pagina, di viaggiare all’interno del nostro piccolo grande mondo alla scoperta di una città come non l’avevamo mai osservata prima”.
Le foto sono di Antonio e Roberto Tartaglione.

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