DIALETTO BARESE E DINTORNI: NOTIZIE, CURIOSITA', INFORMAZIONI ED ALTRO

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INTERVENTO DI FELICE ALLOGGIO SUL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ago 18, 2009 7:45 am

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 18 AGOSTO 2009, PAG. 17






Vittorio E. Polito

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RE: INTERVENTO DI VITTORIO POLITO E FELICE ALLOGGIO SUL DIALETTO

Messaggio  Ospite il Mar Ago 18, 2009 4:36 pm

Buongiorno a tutti.
Apprezzo molto quanto scrive Polito a proposito dell'assurda proposta di Bossi & C. in relazione al dialetto. Ormai il cervello di Bossi non è più in sintonia con la realtà e farebbe bene a mettersi da parte con le sue strampalate idee.

Concordo pienamente con quanto scrive Alloggio sulla Gazzetta di oggi (18 agosto 2009) "Il dialetto non deve dividere", ma pare che in certi casi il dialetto divide. Il riferimento è proprio al citato Seminario, ottima e meritoria iniziativa ma c'è qualche partecipante che ha interessi personali da difendere. La stessa candidatura di Felice Giovine in occasione delle ultime elezioni la dice lunga sulla questione. Infatti, Giovine, e non solo lui, utilizza la frase paterna "Per servire Bari senza servirsene" e invece si avvale proprio di Bari e del suo dialetto per candidarsi senza successo nella lista IO SUD. Ed ora la parola a tutti coloro (Seminari, Centri Studi, Comitati difesa baresità, ecc.), che dicono di difendere dialetto e tradizioni, ma nel momento in cui dovrebbero intervenire tacciono (o sono in ferie?).

Cordialmente


Disciadisce

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RE: A DISCIADISCE ED ALTRO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ago 19, 2009 10:08 am

Mentre condivido pienamente quanto scrive Felice Alloggio sulla questione dialetto, ringrazio per la citazione il signor Disciadisce. Con l'occasione allego, nell'interesse dei frequentatori di questo sito, alcuni interventi e commenti provenienti da più parti (L'Avvenire, La Repubblica, La Gazzetta del Mezzogiorno.it, ecc.), affinchè ognuno si faccia la propria idea sulla questione e possa, eventualmente, intervenire sull'argomento.
Cordiali saluti a tutti

Vittorio Polito

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DA LA REPUBBLICA DEL 19 AGOSTO 2009, PAG. 6

Mentre

Da Giovanni di Lecce il 18.8.09 ore 16.37 (Commento alla nota di Alloggio sul sito La Gazzetta del Mezzogiorno.it )

Salve.
Sono un Funzionario dello Stato, perciò, soggetto a possibili spostamenti in tutta Italia. Ho un figlio di 7 anni che frequenta le elemantari a Lecce. Ipotizzando un trasferimento ogni 1-2 anni, mi chiedo: mio figlio dovrà imparare tutti gli 8.100 dialetti italiani, tanti quanto sono i Comuni, per poter affrontare con tranquillità questa nuova "materia" chiesta dalla Lega?
Mi rivolgo ora a chi ha votato LEGA oppure PDL: dopo le bandiere, dopo gli inni, dopo i professori locali, dopo le gabbie salariali,beccatevi anche questa "I DIALETTI" nelle scuole. Mi raccomando: votateli ancora che continueranno a "sparare" buffonerie una più grossa dell'altra,senza mai risolvere i veri problemi che attanagliano giornalmente i cittadini italiani.
Saluti dal grande SALENTO.



Da Antonio Perrucci, Cavallino (LE) 19.8.2009, ore 08.55 (secondo commento alla nota di Alloggio sullo stesso sito della Gazzetta del Mezzogiorno.it)

Alloggio parla del dialetto come mezzo per conoscere il passato, nello specifico la storia del Sud.Il Sud non ha storia,ha solo storia recente, parte dal 1861 con l'arrivo di una masnada di rapinatori e di razzisti: i piemontesi con alla loro testa i Savoia.Il Nord, da allora ha curato i suoi interessi a scapito e sulla pelle del Sud. oggi, con la lega al governo si assiste ad una forma più accentuata di tendenza separatista, ma, nei 147 anni trascorsi il separatismo era nella politica tendente a frenare o impedire, uno sviluppo economico e sociale dell'intero sud.
Ci resta solo un pò di prosopopea come quando diamo fiato e parliamo del "grande salento", di Lecce "porta d'oriente" e sciocchezze varie.Ma, ci resta solo disoccupazione,politici affaristi e individualismo esternizzato.



Vittorio Polito, Bari | 19-08-2009 | 12:16 (terzo commento sullo stesso sito)

Non si può che concordare con Felice Alloggio per la sua interessante nota a proposito del dialetto, finalizzata alla difesa del nostro primo idioma e, soprattutto, a che il dialetto non divida. Le insulse proposte di Umberto Bossi servono solo a svegliare qualche rimbecillito leghista che con il calore estivo si addormenta. La cosa che più infastidisce è che certe proposte vengono da un ministro della Repubblica Italiana, che certo dell'alleanza con il suo "amico" Berlusconi, prova a lanciare. Ma siamo seri signori leghisti, il dialetto certamente non dividerà proprio nessuno, anzi le tante manifestazioni, pubblicazioni, siti internet, ecc., ne danno la conferma. Pertanto viva il dialetto e collaboriamo tutti a vivacizzarlo ed a nobilitarlo. Stiamo già registrando che le due proposte del povero Bossi “Inno e dialetti” sono stati per la lega proprio un autogol, come titola un quotidiano nazionale. Anzi, annuncio che tra qualche mese sarà pubblicato un mio libro (il 2°) sulla Baresità.


Dal sito L’AVVENIRE.IT
19 Luglio 2009

IL CASO


Lega, dialetto a scuola: è polemica


Niente "test di dialetto" per i docenti, chiarisce il capogruppo della Lega a Montecitorio Roberto Cota, ma più semplicemente test preselettivi per consentire l'accesso agli albi regionali degli insegnanti, albi previsti proprio dal provvedimento all'esame della commissione Cultura della Camera. Eppure sui dialetti, che la Lega considera vere e proprie lingue, meritevoli quindi della stessa considerazione che si deve all'idioma nazionale, il Carroccio non molla, come dimostrano le proposte di legge presentate a Montecitorio da Davide Caparini e a palazzo Madama dal capogruppo Federico Bricolo.
Soprattutto quest'ultima è quella che più si lega al mondo dell'istruzione, dal momento che prevede l'insegnamento obbligatorio di quattordici lingue: le dodici previste dalla "Carta europea delle lingue regionali o minoritarie", che il nostro Paese ha sottoscritto nel lontano 1992 ma che non ha ancora ratificato, più il veneto e il piemontese.
In Italia, sottolinea la Lega, ci sono comunità di cittadini italiani che parlano albanese, catalano, tedesco, greco, sloveno, croato, francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano. Tutti idiomi inseriti nella lista delle lingue regionali da tutelare secondo la Carta europea, insieme al sardo. A questo elenco, dice il Carroccio, vanno aggiunti il veneto ed il piemontese, "fin qui irragionevolmente escluse, nonostante siano parlate da milioni di persone in diversi Stati", spiega Bricolo.
Nell'ambito dell'autonomia dell'offerta formativa, le istituzioni scolastiche dovranno, secondo la proposta della Lega, predisporre "piani di studio personalizzati, singolarmente o in forma associata, provvedendo all'integrazione dei testi scolastici con specifiche unità didattiche dedicate allo studio della lingua o del dialetto di ciascun territorio". Quanto alla copertura finanziaria, la spesa prevista dal provvedimento targato Lega è pari a 70 milioni di euro l'anno.A rafforzare l'iniziativa leghista c'è anche la proposta di legge Caparini depositata alla Camera (oltre a quelle, sempre della Lega ma non solo, per la ratifica della Carta Ue del 1992 sulle lingue regionali): "il nostro Paese -spiega Caparini- ha il maggior numero di dialetti in rapporto alla sua superficie, e i dialetti non sono dei sottoprodotti della lingua italiana: hanno loro radici che sono altrettanto nobili. Quasi due secoli di propaganda unionista di stampo centralista e giacobino hanno cancellato il fondamentale e indiscusso principio che ogni dialetto è una lingua e hanno introdotto un'artificiale distinzione valoriale, esclusivamente politica, tra lingua e dialetto".
"Per ovviare alle discriminazioni di Stato ed evitare che siano le maggioranze parlamentari di stampo statalista e centralista a decidere quali siano le lingue da valorizzare e quali invece quelle da ghettizzare etichettandole come dialetto", la Lega propone che siano i Consigli regionali a stabilire quali debbano essere i dialetti riconosciuti come 'lingue storiche regionalì, e come tali beneficiari delle tutele previste dalla legge.

La polemica. È caos nella maggioranza sulla proposta della Lega di inserire nella riforma della scuola un test per gli insegnanti «sulla cultura, le tradizioni e il dialetto delle regioni in cui intendono insegnare». La richiesta del Carroccio, presentata in commissione Cultura della Camera, ha aperto un confronto aspro nel centrodestra e scatenato le proteste dell’opposizione. Pertanto ieri, il presidente della commissione Valentina Aprea ha deciso di sospendere la seduta delegando il tema alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. «Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola – avverte la parlamentare della Lega Paola Goisis autrice della proposta del test ai professori –. Ma questa non era condivisa da tutta la maggioranza. Così abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora è all’esame della commissione Cultura. Su questo punto insisteremo fino alla fine».
In seguito alla polemica che è scoppiata in Parlamento per la richiesta del Carroccio è intervenuto anche il presidente della Camera Gianfranco Fini assicurando che nel prosieguo dell’iter parlamentare della riforma verranno rispettati «i principi fondamentali della Costituzione». Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto butta acqua sul fuoco osservando che in realtà «non esistono ragioni di divisione sui problemi della scuola tra Pdl e Lega». Ma la tensione nel centrodestra resta alta. Secondo la Goisis, non dovrebbero più essere considerati, ai fini del reclutamento degli insegnanti, i titoli di studio perché «non garantiscono un’omogeneità di fondo e spesso risultano comprati». Ma su questo punto sono contrari quasi tutti gli esponenti del Pdl in commissione Cultura. «Questa nostra proposta – ha aggiunto Paola Goisis – ha l’obiettivo di ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei docenti che insegna al Nord sia meridionale».
Il Pd ha criticato aspramente la presa di posizione della Lega. Il capogruppo del Pd in commissione Cultura Manuela Ghizzoni afferma: «L'istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista».



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ALTRO INTERVENTO ALLA NOTA DI FELICE ALLOGGIO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ago 20, 2009 3:30 pm

Franz Falanga, CAVASO (TV) |20-08-2009|09:23
Dal sito LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO.IT

Discutere con gli onorevoli leghisti sulla proposta di “insegnamento del dialetto” nelle scuole, per una persona di cultura medio bassa come il sottoscritto, è assolutamente imbarazzante. Imbarazzante perché certe affermazioni o sono dettate da ignoranza o da malafede. Non esiste il dialetto veneto così come non esiste il dialetto pugliese. Esistono invece centinaia di dialetti nel Veneto, centinaia di dialetti in Puglia e così via. La prima pagina de “la Padania” del 13 agosto 2009 è stata scritta in un improbabile dialetto veneziano che i redattori hanno spacciato per dialetto veneto. Nel Veneto dove abito “potare” si dice “sarpìr” mentre a un chilometro di distanza si dice “bruscàr”. Quello che più mi meraviglia non è la Lega ma l’intera categoria dei giornalisti italiani che non si ribella con “gran vigore” a fronte di “cavolate” (sono stato buono ad usare questa parola) così titaniche.
Franz Falanga

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LEGA E DIALETTO - AGGIORNAMENTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Ven Ago 21, 2009 6:14 pm


DA LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 21 AGOSTO 2009, PAG. 17








DA

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DIALETTO E LEGA -ALCUNI COMMENTI DAL CORRIERE DELLA SERA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Ago 22, 2009 10:41 am

DAL CORRIERE DELLA SERA

Ma l' emergenza sono le lingue straniere

Caro direttore, il tema caldo di quest' estate calda è il dialetto come materia obbligatoria nelle scuole d' Italia. Dialetto e approfondite conoscenze di storia e cultura locale per studenti e insegnanti, per rimarcare con penna e calamaio del legislatore quel puzzle raro e affascinante di differenze e dissonanze, anche microscopiche, che compongono l' identità italiana. Nell' Italia del burro, così come in quella dell' olio beninteso, si torni a valorizzare i tratti autoctoni, a partire dalla lingua. Questo, in estrema sintesi, il messaggio politico della Lega di Bossi, che al di là delle esternazioni ad effetto, potrebbero diventare disegno di legge in tempi brevi. La serie di proposte assomiglia sempre più a un vero e proprio progetto culturale. Doveroso parlarne, quindi, anche fuori dall' arena politica, perché i progetti culturali creano le premesse per la crescita e lo sviluppo di un paese, oppure per il suo declino. Torniamo alla lingua e ai dialetti. Battaglia di retroguardia o colpo di reni innovativo, a rinforzo tattico della visione concreta del federalismo leghista? Il tema è caldo, dicevamo, e molto complesso. Possibile tuttavia, e spero utile, fare chiarezza, in poche mosse. Prima mossa. Il quadro storico-linguistico dell' Italia moderna, dall' Unità ad oggi, è chiaro e irreversibile. L' unità linguistica, che fa dell' italiano lingua nazionale e ufficiale in tutti i contesti pubblici e formali e in gran parte di quelli informali, soprattutto per le ultime generazioni, è il risultato di un lungo processo di evoluzione storica e culturale. L' italiano non è l' esperanto. Ne sono stati protagonisti, nell' ordine: la scuola pubblica (nell' insegnamento e nella valorizzazione della grande tradizione letteraria nazionale), la leva militare obbligatoria, la radio e la televisione. Si tratta di una conquista fondamentale ai fini della costruzione di una coscienza nazionale unitaria, la cui forza politica è più facilmente misurabile guardando all' immagine dell' Italia all' estero, come spesso accade. L' italiano è in crescita come lingua di studio nel mondo (nella sola area mediterranea oltre 20.000 gli studenti ad oggi, con un incremento che sfiora il 30% annuo, in paesi come Turchia, Libano, Egitto e Israele). L' italiano ci identifica come superpotenza culturale nel mondo, in quanto lingua dell' arte e della musica, ma ormai anche come lingua di interscambi commerciali sempre più fitti. Si punti, allora, al miglioramento delle competenze linguistiche dell' italiano per gli italofoni (ce n' è bisogno!) e per gli stranieri e si potenzi quella politica di promozione linguistica e culturale, che ha fatto della Francia e della Gran Bretagna modelli e punti di riferimento politico e culturale in vaste aree del pianeta. Seconda mossa. Le politiche linguistiche di un paese devono essere di lungo respiro e in sintonia con il disegno politico generale. Due priorità in agenda, su cui il governo si sta impegnando intensamente: internazionalizzare e integrare, cioè aprirsi al resto del mondo (nelle imprese, nelle università, nelle istituzioni) e creare condizioni concrete di coesione e solidarietà sociale fra italiani e stranieri immigrati. La lingua nazionale, in entrambi i casi è strumento fondamentale, direi necessario, perché i due processi in atto, di apertura e di accoglienza, siano efficaci e duraturi. Terza ed ultima mossa. I programmi e i metodi di insegnamento della scuola devono rispondere agli obiettivi educativi condivisi ed essere commisurati alle risorse disponibili. Degli obiettivi si è detto. Della scarsità di risorse ben sappiamo. Non dimentichiamo, in questo quadro, l' «emergenza lingue straniere»: siamo ancora un paese fondamentalmente monolingue e Bruxelles ci chiede almeno due lingue per tutti. Dobbiamo continuare a investire quindi, di più e meglio, nell' insegnamento delle lingue straniere nella scuola. Non vorremmo che fossero i nostri figli a pagare il prezzo di questo ritardo. Per i nostri figli, c' è da augurarsi, infatti, un futuro di mobilità, fisica e intellettuale, che non confligge affatto col rafforzamento dei legami con le proprie radici territoriali, anzi. Cassoela o orecchiette, barolo o sagrantino, dialetto veneto o napoletano, l' italianità continua ad essere espressa al meglio per via sintetica più che per frammentazione analitica. Ragion per cui, di fronte alla Gioconda di Leonardo, così come nell' ascolto della Tosca di Puccini o della Traviata di Verdi, continuiamo a sentirci tutti indistintamente e orgogliosamente italiani. E vorremmo continuare a farlo, in Italia e nel mondo. Rettore dell' Università per Stranieri di Perugina. RIPRODUZIONE RISERVATA

Giannini Stefania

L' italiano, una lingua democratica

Il guaio dell' età che avanza - parlo per esperienza - è soprattutto la noia . Quella di chi subisce il ciclico ritorno degli stessi dibattiti, degli stessi temi, degli stessi equivoci. È naturale: ogni generazione deve ricominciare da capo. Ma, per il povero anziano, è pur sempre tedioso. Tra i «tormentoni» ricorrenti, ecco di nuovo, in queste settimane, la questione - rinfocolata periodicamente dalla Lega - del rapporto tra lingua nazionale e dialetti locali. Qui, i seguaci di Bossi hanno un grosso, irrisolvibile handicap rispetto a molti movimenti stranieri federalisti o separatisti. In effetti, non vale per l' Italia quanto - osservava Ernest Renan - è vero per altri grandi idiomi. Il francese imposto da Parigi a occitani, bretoni, normanni, còrsi, alsaziani, lorenesi. Il castigliano imposto da Madrid a catalani, baschi, valenciani, galiziani, aragonesi. L' inglese imposto da Londra a gallesi, scozzesi, irlandesi. Il russo imposto da Mosca a ucraini, bielorussi e altre etnie slave. Il mandarino di Pechino imposto a tutti i cinesi. Due sole, grandi lingue, divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti: il tedesco e l' italiano. Entrambe sono, per dir così, «democratiche». Per comunicare tra loro, le genti germaniche, prive di unità politica, dopo un lento avvicinamento degli infiniti dialetti, decisero di adottare, almeno per la scrittura, il sassone aulico in cui Lutero tradusse la Bibbia . Quanto all' Italia, anch' essa frammentata, ebbe solo tardivamente uno Stato, ma fu precocemente una «nazione». A partire dal tardo Quattrocento, chi abitava la Penisola era distinto dagli altri popoli come un «italiano». Ma già nel Medio Evo, tra le «nazioni» riconosciute in Europa - ad esempio, nelle università e nelle corporazioni di mestiere - c' era quella «italiana». Sta soprattutto nella lingua il motivo di questa identità, malgrado lo spezzettamento politico e le forti differenze di ogni tipo tra le Alpi e lo Jonio. Ebbene, spesso si dimentica che, se in Italia si parla e si scrive così, ciò è dovuto alla libera scelta degli uomini di governo e, soprattutto, di cultura , di ogni angolo di quello che solo molti secoli dopo sarebbe divenuto uno Stato. In Italia non ci fu una Capitale dove sedesse un' autorità che imponesse un dialetto locale divenuto lingua ufficiale per le leggi, i tribunali, l' esercito. Da noi, ancor più che in Germania, l' idioma comune fu una sorta di referendum, fu il frutto di una decisione pragmatica che si impose liberamente: poiché, divenuto sempre più arduo esprimersi in latino, occorreva una koiné italica, i gruppi culturalmente e politicamente dirigenti finirono coll' accordarsi (prima nei fatti, e poi nelle teorie dei dotti) sulla variante di volgare illustrato dalla triade sublime, Dante, Petrarca, Boccaccio. Così, fu il dialetto toscano, e in particolare fiorentino, che divenne la lingua franca per gli scambi, la letteratura e poi la cultura in generale. Lingua «democratica», dunque, e al contempo «aristocratica» nel senso che, sino all' unità politica, fu soprattutto scritta da chi sapeva di lettere. Ci vollero non tanto la scuola obbligatoria quanto prima l' Eiar e poi la Rai, nonché il sonoro nei film, per trasformarlo in un idioma praticato da tutti, o quasi. Sta di fatto che - a differenza di un catalano nei confronti di un castigliano o di un provenzale nei confronti di un parigino o di uno scozzese nei confronti di un londinese - nessuno, di nessuna regione italiana, può accusare uno Stato o un Potere di avergli imposto un idioma che, dalla sua, ha avuto semmai solo la forza della cultura. Firenze nulla fece, se non approfittare del talento dei suoi grandi scrittori. Quanto agli attuali «padani», pur comprendendo alcune delle loro ragioni, non dimentichino che, tra Ottocento e Novecento, coloro che più fecero per dare una lingua moderna a tutti gli abitanti della penisola, facendoli uscire dai dialetti e dal toscanismo angusto, furono il lombardo Manzoni, il ligure piemontesizzato De Amicis, il saluzzese Pellico, il torinese d' Azeglio, il dalmata Tommaseo, il veneto Fogazzaro, il romagnolo Pascoli, il genovese Mazzini. E che, ancor prima, l' astigiano Alfieri, il subalpino Baretti, i milanesi Verri e Beccarla, molto avevano fatto per radicare la lingua comune. Per tornare all' Ottocento, il parmigiano Verdi, malgrado offerte di francesi, inglesi, tedeschi, rifiutò di musicare libretti che non fossero in italiano; e persino il «federalista» lombardo Carlo Cattaneo accettò di buon grado la scelta del toscano, in cui scrisse in modo impeccabile, irridendo ai passatismi dialettali. Non irrisione, ma furore, provocavano nel nizzardo Garibaldi coloro che mettevano in discussione l' unità dell' idioma. Morì accanto a lui, all' assedio di Roma, il genovese Mameli, che aveva cantato l' unione di «Fratelli d' Italia» in tutto, a cominciare dalla lingua. Tutti «padani» o, almeno, «nordisti»; e tutti contro la babele vernacolare, anche la loro. «È la storia, bellezza!», verrebbe da celiare con chi si ostinasse a barricarsi sotto il suo campanile, inveendo contro una lingua che gli sarebbe stata imposta da qualche prepotente forestiero. È colpa, o merito, della storia se non si dice un chimerico «padano», ma neanche un «lombardo» (si capiscono, forse, uno di Sondrio e uno di Cremona, uno di Bergamo e uno di Pavia ?) e, se altri idiomi di altre regioni italiane, al Centro e al Sud, esistono, ma non sono praticabili come lingue. Ciò non toglie che i dialetti siano una ricchezza: posso dirlo anche perché, se mi è permesso un riferimento personale, mio padre fu tra i più popolari e, credo, dotati, poeti in modenese. Ma è una ricchezza ancor maggiore lo strumento divenuto pian piano comune, in quasi mille anni, ad almeno 60 milioni di persone. Per forza propria, senza bisogno di decreti governativi tutelati dai gendarmi. RIPRODUZIONE RISERVATA

Messori Vittorio

Pagina 8
(19 agosto 2009) - Corriere della Sera


La Russa: dal Pdl un colpo di reni Basta parare gli attacchi degli altri

A Bossi non piaceva il passaggio «schiava di Roma». Cambiò idea quando gli spiegammo che «schiava» era riferito alla «vittoria» Quella del Carroccio è un' egemonia puramente propagandistica: serve per lucrare voti. Nei fatti, sono sempre venuti a miti consigli

ROMA - «Provocazioni agostane, che non stanno né in cielo né in terra». A Ignazio La Russa, ministro della Difesa, le parole di Umberto Bossi non sono piaciute. Ma la sua attenzione è concentrata soprattutto sul Pdl, di cui è uno dei tre coordinatori: «La Lega resta un alleato indispensabile, ma al Pdl serve un colpo di reni, un' impennata: siamo il partito guida della coalizione, non possiamo sempre mediare e parare i colpi degli altri». Provocazioni, lei dice. Ma fanno parte integrante della weltanschauung leghista, della loro visione del mondo. «Ma no, è un continuo stop and go. La Lega utilizza il silenzio politico d' agosto per riempirlo di parole d' ordine propagandistiche. E per poi fare continue marcia indietro». A Bossi l' inno non è mai piaciuto. «Aveva detto che non gli piaceva il passaggio "schiava di Roma". Poi gli abbiamo spiegato che era la vittoria a essere schiava di Roma. E aveva cambiato idea». Non del tutto, pare: continua a preferire il «Va' , pensiero». «Dimentica che lo faceva suonare anche Almirante nei comizi, insieme a Sole che sorgi. È un inno perfino più patriottico di quello di Mameli. Verdi infervorava i cuori dei patrioti: non a caso si scriveva sui muri "Viva Verdi", "Viva Vittorio Emanuele Re d' Italia"». E il dialetto? Non è solo propaganda, c' è anche un progetto di legge. «Sa quanti ne giacciono in Parlamento? E poi che vuol dire lingua padana? Se Bossi e Galan parlassero tra loro in dialetto, avrebbero bisogno di un interprete. Ma intendiamoci: il dialetto è un patrimonio per tutti. Purché non sia usato per dividere, ma come il tassello di una identità culturale più ampia». E il dialetto obbligatorio a scuola? «Trovo intelligente la formula di Formigoni: far cantare canzoni dialettali nelle ore di musica. Io adoro la siciliana "sciuri sciuri". Ma anche la canzone popolare cremonese: "ravanei remulas barbabietuli e spinas tre palanchi al mas"» (canzone popolare che Aldo Giovanni e Giacomo, nelle vesti di vampiri leghisti, modificarono aggiungendo «daghel al terun» al posto di «tre palanchi al mas»; ndr). Secondo Adolfo Urso la Lega sta imponendo una nuova egemonia culturale. «Non credo: si tratta piuttosto di un' egemonia propagandistica, che serve per lucrare voti. Nei fatti la Lega è venuta a miti consigli. Bossi, quello che mangiava i terroni a colazione, ha accettato che trattassimo l' Abruzzo come emergenza nazionale. E non è stato varato il federalismo leghista bensì quello solidale, con ampi spazi per Roma capitale». Bossi ha ingoiato anche il dibattito sulla Cassa per il Mezzogiorno. «Credo che all' origine del nervosismo della Lega e della sgradevole propaganda sia proprio il timore che l' attenzione del governo si sposti sempre più verso il Sud». Come reagire di fronte alla Lega? «Il Pdl deve assumere un' iniziativa forte, deve essere la forza trainante della coalizione, rendersi conto che è il partito di maggioranza relativa, che ha il premier e ministri chiave, come quello dell' Economia. Che è del Pdl, se non ho capito male. C' è bisogno che il partito non sia soltanto il luogo dove mediare le pulsioni del Paese». Bossi pensa poco all' Italia. «C' è chi chiede l' istituzione di una Festa dell' Unità nazionale, ricordo che questa esiste già: è il 4 novembre. È più nota come festa delle Forze Armate, ma celebra entrambe. Da quest' anno farò anteporre la dizione di Festa dell' Unità nazionale. E la farò concludere con un concerto di Arbore e della sua Orchestra italiana». Nel Pdl c' è chi pensa con nostalgia all' Udc. «Ci sono differenze che difficilmente possono essere colmate: l' Udc è contro il bipolarismo e non riconosce Berlusconi come premier. Ma a livello territoriale queste differenze contano meno. Ci si può alleare, ma serve chiarezza: se sono intese papocchio, allora è meglio lasciar perdere». Alessandro Trocino RIPRODUZIONE RISERVATA

Trocino Alessandro

Pagina 9
(18 agosto 2009) - Corriere della Sera

Vittorio E. Polito

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LEGA E DIALETTO - ALCUNI COMMENTI DA LA REPUBBLICA - 1 -

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Ago 22, 2009 10:49 am

da LA REPUBBLICA

IL DIALETTO A SCUOLA PRIMA DEL RAZZISMO

Repubblica — 30 luglio 2009 pagina 11 sezione: PALERMO

L' ultima sortita leghista è, tra tutte, forse la più insidiosa. Per cominciare ad intenderci, le ben note prese di posizione di marca razzista, esprimono idee chiare, per quanto aberranti. Ma ora le cose si complicano. Cercherò di spiegarmi, partendo da lontano. Il problema linguistico è uno dei problemi fondamentali delle società moderne (e a dire il vero, lo è stato anche di quelle antiche). Come è noto, in Italia si è sempre discusso ben prima dell' Unità di «questioni della lingua», e «questione» è parola impegnativa, perché ha assai spesso implicazioni ideologiche come nel nostro caso: le «questioni della lingua» da Pietro Bembo a Pasolini e Don Milani, hanno sempre avuto forti connotazioni ideologiche. Ma partiamo dagli anni successivi alla "Unità della Nazione", concetto sempre più in crisi). Nel 1868 il ministro Emilio Broglio istituì una commissione per la lingua italiana, nella quale ebbe una posizione di rilievo Alessandro Manzoni. Manzoni adottò sul piano politico quella che era stata la sua intuizione sul piano letterario, cioè che il modello unificante di lingua dovesse essere il fiorentino contemporaneo del ceto colto (non più il fiorentino del Trecento). A questo obiettivo si sarebbe potuti arrivare attraverso tappe forzate, disseminando sinanco - si badi bene - maestri toscani in tutte le scuole d' Italia, e muovendo guerra ai dialetti. In questa posizione del Manzoni, che fu fieramente avversata da Graziadio Isaia Ascoli, il più grande linguista del tempo, l' istanza unitaria e politica prevaleva su quella culturale: Manzoni conosceva bene la ricchezza della tradizione linguistica regionale, ma considerava drammatica nella prospettiva unitaria la frammentazione in tanti e così diversi idiomi. La odierna posizione leghista parrebbe ribaltare la concezione manzoniana della lingua. Si tratta, ovviamente, di una operazione grossolana ed estrema, indigeribile e inattuabile, oltretutto concepita da una compagine politica profondamente incolta come la Lega. E tuttavia, come si diceva all' inizio, la questione è meno semplice di quanto non appaia a prima vista. L' emendamento leghista richiede un test per verificare «il livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione» in cui il docente desidera insegnare. Paradossalmente, la proposta parrebbe riprendere la grande idea ascoliana di insegnare la lingua italiana senza penalizzare o addirittura mortificare il dialetto, utilizzando maestri che sapessero valorizzare il retroterra culturale e linguistico degli alunni. Questa idea di Ascoli, inizialmente avversata dai programmi scolastici postunitari, è riuscita pian piano a farsi strada, producendo anche risultati di grande interesse. Nel primo ventennio del Novecento si fa avanti una forte idea regionalistica, che vuole costruire l' unità culturale e linguistica a partire dalle differenze. Attorno a questa idea forte, che riconosce alla cultura dialettale un valore inestimabile, si raccolgono le menti migliori, da Pasquale Villari a Benedetto Croce, da Francesco De Sanctis a Giuseppe Lombardo Radice, con tutte le esperienze volte ad attuare il metodo «dal dialetto alla lingua». Sappiamo bene come tutti questi robusti obiettivi educativi fossero stati mortificati dalle scelte centralistiche e antidialettali del fascismo, che interrompe il processo di rinnovamento avviato da Lombardo Radice con i programmi di lingua italiana del 1923. Questi programmi sostituivano alla tradizionale grammatica normativa la teoria e la pratica della comparazione di dialetto e italiano: la conquista della lingua nazionale deve presentarsi come un progressivo allargamento del mondo culturale del bambino, che non sopprime, ma integra e supera la conoscenza esclusiva del dialetto. Qualche anno prima uno tra i più grandi grammatici italiani, Ciro Trabalza, sollecitava gli insegnanti ad addestrarsi nella ricerca linguistica, nella quale lo studio dell' italiano nasceva dal confronto sistematico col dialetto locale. Questi orientamenti saranno di fatto presenti, più o meno, nei programmi scolastici del dopoguerra, ma spesso, purtroppo, soltanto sulla carta: nonostante Don Milani, nonostante maestri d' avanguardia come Bruno Ciari e Mario Lodi, nonostante l' azione per una «educazione linguistica democratica» di Tullio De Mauro, la scuola italiana degli ultimi decenni è stata sostanzialmente antidialettale. E allora, la proposta leghista va nella giusta direzione? Hanno ragione Bossi, Calderoli e Borghezio? Certamente no. La proposta è dissennata e volgare, innanzitutto perché è mal formulata (l' idea del test è ridicola oltre che incostituzionale); inoltre, per la semplice ragione che tale proposta - ma non ci vuol molto ad accorgersene - non discende dal filone Ascoli, Croce, De Sanctis, Lombardo Radice, De Mauro (persone e idee di cui l' analfabetismo leghista è del tutto ignaro), ma alligna nell' avvelenamento progressivo e sottile che pervade ogni giorno di più il nostro Paese, dalle Alpi a Lampedusa. Una infezione profonda alla quale tutti reagiamo sempre più a fatica. È l' ideologia del chiudere piuttosto che dell' aprire, del dividere piuttosto che dell' unire. Ed è avvilente constatare che di una questione nobilissima come la comprensione della cultura tradizionale, che è cultura dialettale, voglia farsi garante la Lega. Una bambina veneta di otto anni, rispondendoa una mia domanda su quale fosse, secondo lei, la differenza tra lingua e dialetto, scriveva poco tempo fa: «Il dialetto ha la faccia scura», saldando così pregiudizio linguistico e pregiudizio razziale. Con la sua ennesima provocazione, la Lega sventola ora rivendicazioni linguistico-culturali regionali apparentemente giuste, rendendole indigeribili a causa della brodaglia di incultura xenofoba che le alimenta. - GIOVANNI RUFFINO

LA SCUOLA DEL DIALETTO NON CONOSCE LA CONTINUITÀ

Repubblica — 04 agosto 2009 pagina 8 sezione: NAPOLI

Avere a Napoli per i nostri figli e nipoti insegnanti lombardi e veneti che escludessero il dialetto napoletano, le opere, gli autori e gli artisti, non ci farebbe stare tranquilli.E pur essendo ben consapevoli del valore universale della lingua napoletana, della canzone napoletana, del teatro napoletano, non siamo tuttavia così partigiani da non riconoscere pari dignità a tutti i dialetti del Bel Paese. Ma le cose non stanno così; il problema che si pone, per fortuna, prescinde dalla provenienza geografica degli insegnanti. La chiave per risolvere alla grande questo problema di conoscenza e valorizzazione delle tradizioni locali e del dialetto bisogna trovarlo nel rapporto di una scuola con il territorio. In particolare si prestano a dare risposte soddisfacenti a tali richieste le relazioni intergenerazionali. Nella famiglia non c' è più tempo; spostiamoci a scuola: i nonni nelle aule con i loro documenti, i loro strumenti, i propri racconti. Anche gli insegnanti, da qualunque parte d' Italia provengano, non possono non partire nella loro programmazione da un' analisi del contesto in cui vivono i propri alunni, per la quale analisi ci vuole studio e, magari, momenti di aggiornamento; e non possono non privilegiare nei programmi di studio la storia e la geografia del territorio in cui è ubicata la scuola. Se gli insegnanti è meglio che siano del posto oppure no, è francamente una questione accademica; si può immaginare che in certe regioni gli abitanti abbiano trovato altre attività e professioni da svolgere, magari più redditizie o più gratificanti. Non sarebbe il caso di insistere troppo in un' epoca di globalizzazione e di circolazione dei lavoratori nei paesi membri dell' Ue. Così come è giusto chiarire, contro ogni vena razzista di proposte estemporanee, che i contesti di cui la scuola deve rispettare e valorizzare l' identità non sono solo i contesti territoriali, ma anche quelli più ristretti di comunità che si aggiungono a quella esistente, siano esse italiane, comunitarie o extracomunitarie. Occorre infine ricordare che la scuola, imitando in ciò i ragazzi, per sua natura non separa ma unisce, non preserva ma mette a confronto, non è rigida ma tollerante. Potremmo chiuderla qui. Se non fosse che la Gelmini, pensando di ridimensionare le polemiche suscitate dalle posizioni della Lega sul test di dialetto agli insegnanti, ha detto che alla fine queste persone vogliono solo garantita dalla scuola la continuità didattica ai loro figli. Non si è resa conto, il ministro, che se fosse vera la sua interpretazione, la risposta a questi genitori dovrebbe darla proprio lei. Con qualche difficoltà, perché non solo non ha fatto niente in tale direzione, ma ha operato in senso diametralmente opposto. La continuità didattica, cioè il diritto dell' alunno ad avere gli stessi insegnanti per tutta la durata del corso di studi, è messa in discussione solo in minima parte dallo spostamento degli insegnanti da una provincia all' altra, da una regione all' altra. Dei cento e passa prèsidi idonei che dalla nostra regione sono andati al Nord con grande costernazione della Lega, torneranno a casa a settembre appena una decina. La continuità è vanificata da incarichi annuali ai precari, che ogni anno raggiungono una sede diversa per totale incapacità dell' Amministrazione di gestire tale processo, e dalle scellerate scelte politiche in materia di organici con i noti tagli. In Campania siamo vicini agli ottomila posti tagliati, più di un quinto del totale nazionale: ma, si sa, la continuità, rivendicata per i loro figli dai leghisti padani, da noi sarebbe un lusso. I tagli comportano la mancata riconferma sui loro posti di tanti precari, il soprannumero di numerosi docenti di ruolo costretti a cambiare scuola, la mancata immissione in ruolo di migliaia di precari che perciò non vengono stabilizzati su un posto fisso. Senza dimenticare che gli effetti della cosiddetta riforma della scuola, con il maestro unico nella primaria, la ridefinizione delle cattedre nella secondaria, l' eliminazione secca delle sperimentazioni nelle superiori, rappresenteranno il più grave attacco alla continuità didattica nella storia della scuola italiana. Avrebbe fatto meglio la Gelmini, anziché avventurarsi in questo terreno per lei minato della continuità, prendere le parole della Lega per quello che sono; anzi accettare la sua proposta e far fare agli insegnanti la prova di dialetto. Magari in Calabria. Come fece lei per l' esame di procuratore legale. –

FRANCO BUCCINO

IL DIALETTO DELL' IMMIGRATO

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 23 sezione: R2

Fra le misure sulla sicurezza, una delle migliori è quella del test di lingua e cultura italiana per gli extracomunitari che chiedono il permesso di soggiorno. Dove si terrà l' esame? Chi saranno gli esaminatori? Commissioni ad hoc? Quali le domande? Sarebbe divertente una scenetta questurina da anni Cinquanta, con un poliziotto che intima: «E adesso, caro il mio extracomunitario, prova a ripetere: "Minchia, signor tenente"». Oppure, come test risorgimentale, ecco la prova suprema di recitare a memoria la filastrocca nazionale «Garibaldi fu ferito, fu ferito in una gamba...» (i più arditi, quelli che vogliono la lode, tenteranno anche la variante «Garabalda fa farata»). Ma è vero o no che la Lega insiste per introdurre lo studio dei dialetti e delle culture locali? E allora che c' entra il test di italiano? Occorrono test regionali, valligiani, pedemontani, lacustri, alpini, lombardo-veneti. E bisogna produrre l' edizione definitiva del poema nazionale della Padania, che gli immigrati reciteranno a memoria: «Crapa pelada ' l fa i turtèi, e ' l ne dà minga ai so' fradèi. I so' fradèi i fa la fritàda, e i ne dà minga a Crapa pelada». Unica versione autorizzata, quella di Roberto Calderoli. Su, carino, ripeti con me: «Crapa pelada...». –

EDMONDO BERSELLI

Vittorio E. Polito

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LEGA E DIALETTO - ALCUNI COMMENTI DA LA REPUBBLICA - 2 -

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Ago 22, 2009 10:50 am

da LA REPUBBLICA

'Dialetto a scuola, idea eccentrica' Napoli (pdl) all' attacco della Lega

Repubblica — 17 agosto 2009 pagina 3 sezione: TORINO

LE INTEMPERANZE estive para-secessioniste della Lega Nord provocano reazioni polemiche anche nel Pdl piemontese. Ad attaccare il Carroccio sulla questione dialetto nelle scuoleè il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, uno dei possibili rivali del leader leghista Roberto Cota per il ruolo di sfidante di Bresso nella primavera prossima. «C' è un governo che sta operando bene su tutti i fronti - dice Napoli - Il ministro Gelmini sta introducendo riforme coraggiose nella scuola e la Lega ritiene che vada introdotto lo studio del bergamasco o del dialetto della val Trompia nella scuola. Sono personalmente e serenamente contrario. E non solo perché questo punto non fa parte del programma di governo». Napoli alza il tono polemico: «Sono contrario per la semplice ragione che anchei futuri imprenditori della Val Brembana faranno ottimi affari a Pechino o a Mosca o a New York, ma a condizione che sappiano esprimersi in inglese. Certo la tradizioneè importante, ma ci luoghi privilegiati - la famiglia, l' oratorio e in genere i luoghi della socializzazione - dove è bene conservare l' eredità del dialetto. Pensare invece che il dialetto stesso - chiude Napoli, ex sindaco di Giaveno - sia un prerequisito per ammettere un insegnante in graduatoria o ammettere un alunno in una classe, lo trovo, come dire, inutilmente eccentrico. Ciò non impedisce alla Lega di presentare la sua proposta: se troverà una maggioranza in Parlamento ne farà una legge. Altrimenti tutto resterà come prima». –

(m. trab.)

Nelle scuole del Piemonte il dialetto s' insegna già

Repubblica — 18 agosto 2009 pagina 9 sezione: POLITICA INTERNA

TORINO - «Scusa, puoi passarmi quella cadrega?». Sono dei bimbi alti così, tra i quattro e i sei anni, che ancora non hanno imparato bene l' italiano, ma a volte si parlano in piemontese. Merito di Renato, maestro di dialetto che, con un' ora di lezione ogni lunedì, ha insegnato un po' della lingua dei loro nonni ai giovani alunni della materna privata Saint Denis di Torino. La direttrice, Angela Borello, si è stupita del clamore sollevato dalla proposta della Lega: «Il corso di dialetto? Veramente noi lo facciamo già da tre anni, e con ottimi risultati». Niente indottrinamento culturale, più che altro tanto divertimento: «I nostri bambini, racconta la dirigente, hanno conosciuto i nomi degli animali, ascoltato favole, imparato filastrocche e canzoni. E il corso è piaciuto tantissimo, sia a loro che alle famiglie. Ai piccoli serve perché il piemontese ha una vocalizzazione diversa rispetto all' italiano, utile per imparare altre lingue». Un anno intero di corso e alla fine anche un diplomino di partecipazione. Patrizia, mamma di Lorenzo, uno dei "neo diplomati", conferma l' entusiasmo: «A mio figlio è piaciuto molto e anche a me fa una certa tenerezza sentire le espressioni che mia mamma usava quando ero piccola io. Forse non è utile, però è un bel ricordo del passato». La Saint Denis è solo una delle decine di scuole che offrono corsi di piemontese. Lezioni finanziate dalla Regione (circa 200 mila euro l' anno) dopo un accordo firmato col ministero nel 2004 dall' ex assessore leghista Gipo Farassino. Che però precisa: «Resto convinto che il dialetto sia molto importante per i giovani. Ma sono del tutto contrario a renderlo obbligatorio: sarebbe come imporre una religione». -

(ste.p.)



Dialetto a scuola e inno di Mameli il Pdl ligure boccia le proposte di Bossi

Repubblica — 18 agosto 2009 pagina 3 sezione: GENOVA

GIÙ le mani dall' inno di Mameli e dalla bandiera italiana: gli esponenti del Pdl ligure non sono in sintonia con gli alleati della Lega e il loro leader Umberto Bossi quando si tratta di simboli dell' unità nazionale. E se la difesa del dialetto, invece, li accomuna, quasi nessunoè d' accordo nel farlo diventare una materia di studio a scuola, tutt' al più una materia integrativa. E a nessuno piace l' idea che l' inno del genovese Goffredo Mameli possa essere archiviato a favore del Va' pensiero di Verdi. E tantomeno che il tricolore possa essere affiancato, nella Costituzione, alle bandiere regionali. Il senatore Enrico Musso boccia tutto e non spreca fiato a commentare le tre proposte estive del senatur. Ride e dice: «Commenterei così: Umberto, fa caldo. Non ho altro da aggiungere». Sandro Biasotti, parlamentare del pdl, candidato alla presidenza della Regione, fa un ragionamento più articolato ma il messaggio è chiaro: «L' inno di Mameli è sacro. Poi, ognuno può cantare quello che vuole, ma l' inno è quello. Le bandiere regionali? Possono anche affiancare il tricolore ma mai sostituirlo». Gianni Plinio, consigliere regionale del Pdl, ricorda che Mameli era genovese: «Genova è una città di solide tradizioni risorgimentali: sull' inno e sul tricolore non si può né transigere né scherzare. Sono i simboli identitari degli italiani». Anche Plinio trova una spiegazione meteorologica: «Le proposte di Bossi? Mi dicono che in Padania il sole sia bollente». Sul dialetto a scuola Plinio è possibilista: «Mi risulta che in Liguria la prima e unica legge che assegna piccoli incentivi ai Comuni che fanno insegnare il dialetto porta la firma di un consigliere dell' Msi, Nuccio Chierico». Il parlamentare Giorgio Bornacin non condivide le opinioni di Plinio sul dialetto («Difendere il dialetto va bene, ma l' insegnamento a scuola non è la strada»), ma approva quelle sull' inno: «Quello di Mameli non sarà il più bello del mondo ma va onorato e rispettato. Trovo lodevole che Ciampi nel suo settennato abbia rilanciato la tradizione di cantarlo nella manifestazioni». Il deputato Roberto Cassinelli aggiunge: «Cambiare l' inno non si può. Le bandiere delle Regioni nella Costituzione? No, il tricolore è il simbolo dell' Italia». Invece Cassinelli è d' accordo sull' insegnamento scolastico del dialetto. Lui qualche anno fa da consigliere comunale aveva proposto che ogni tre sedute di consiglio comunale se ne tenesse una in genovese. Tutti d' accordo dunque, anche Alberto Gagliardi, consigliere comunale del Pdl a Genova. Dice: «I temi posti da Bossi sono culturali e non politici. Detto con franchezza, il Va' pensiero è più bello dell' inno di Mameli però resterebbe il problema pratico di come fare per sostituirlo. Bossi come sempre dice cose che molti sentono però la sua ricetta è come sempre avventurosa». Sulle bandiere regionali, Gagliardi si dichiara «assolutamente contrario». E aggiunge: «È un non senso proprio nell' ottica del federalismo di Bossi, che si deve basare sugli enti più vicini al cittadino, cioè i Comuni, non le Regioni. Mettere le bandiere regionali nella Costituzione è una sciocchezza non federalista». Gagliardi è caustico anche quando si tratta di dialetto: «Intanto bisognerebbe imparare bene l' italiano. Nelle scuole italiane non c' è tempo neppure per insegnare l' italiano e le lingue straniere, figuriamoci il genovese». –

AVA ZUNINO

In quale dialetto devo guardare la tv?

Repubblica — 19 agosto 2009 pagina 26 sezione: COMMENTI

Silvana Perotti silvanaperotti@virgilio.it VIVO da molti anni a Napoli, ma sono piemontese doc, da decine di generazioni. Cosa mi compete la televisione regionale campana o quella del Piemonte? Le trasmissioni in napoletano o quelle in dialetto piemontese? E...il dialetto di Torino o quello delle Langhe? Prego vivamente l' Onorevole Zaia di illuminarmi in merito.

Vittorio E. Polito

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RE: BENVENUTO ALL'AMICO DISCIADISCE2009 E ???

Messaggio  Ospite il Sab Ago 22, 2009 12:01 pm

Ringrazio l'amministratore signor Franz Falanga per il benvenuto e per i saluti che benevolmente mi rivolge e che ricambio anche agli altri forumisti.

Con mail personale ho inviato i miei dati così come richiesti, ma ritengo non proprio indispensabili.

Vorrei anche porre una domanda in relazione alla nota odierna Adelante cum juicio. Ma chisse sò cose ca se mangene o se bevene. Sembra che sia latino ma che c'entra con il nostro dialetto barese. Ritengo che dovremmo indirizzarci sul dialetto barese e quant'altro senza fare citazioni in altre lingue che sia inglese, francese o latino. Comanacosaellalde ha come sottotitolo "Dialetto barese" e quindi dovrebbe essere consentito solo il dialetto e l'italiano, non altro secondo me.

L'Admin, se funziona, dovrebbe intervenire in merito e far capire ca ddò stame tra nu e nu e non occorre a ffà u decchiù. Conosciamo a malapena l'italiano, meno il dialetto, altrimenti non servirebbe proprio a nulla il Seminario.

Mi sorprende invece il "vergognoso spettacolo" denunciato dal signor Polito in merito al comportamento di un forumista, censurato anche dalla presidenza. Allora ddò sta la uerre, non u studie du dialètte. O mi sbaglio? Da quello che leggo sul sito noto contraddizioni e diatribe che evidenziano molto bene comportamenti non proprio civili da parte di qualcuno.

Pe mmò salute a tutte

disciadisce 2009


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BENVENUTO ALL'AMICO DISCIADISCE2009 E???

Messaggio  felice.alloggio il Lun Ago 24, 2009 10:59 am

Care disciadisce,
certo che ti sei scelto un nickname adattissimo!
Benvenuto e speriamo che il prossimo iscritto al forum non si chiami Appicciafuèche!!!
Felix

felice.alloggio

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RE: Felice Alloggio e MondoAnticoTempimoderni

Messaggio  Ospite il Lun Ago 24, 2009 7:56 pm

Saluto e ringrazio il signor Felice Alloggio per il suo benvenuto. Jà disce la veretà, me piasce u avatar (se disce adacsì?) de signerì. Chedda varchecedde significa ca sì asseduàte e uè scì lendàne e chiane chiane, senza cazzà le pijte a nesciùne.

A MondoAnticoTempimoderni jà disce che quanne sò viste u titele so penzate a favètte e linguine e mbèsce iere n'alda cose (na parole de mene e retirate a caste).
In ogni caso "Errare umanum est, sed perseverare diabolicum" (Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico), e pure jì mò stogghe a fa nu corse pe mbaramme u latine, pure percè qualche volde so sendute la messa nova in latine e adacsì pozze responne a Nicola Cutine.

Comunque state facendo i sapientoni con latino, citazioni dotte, ecclesiastiche, ecc., mi sembra di trovarmi in un'aula scolastica o, pardòn, universitaria. Abbasciàte nu picche la cape (in italiano mi pare si dice: siate modesti) e non facite le prefessure.
E mò l'ammenghe pure jì na strascèdde:
stultorum infinitus est numerus (infinita è la schiera degli sciocchi) (Ecclesiaste, cap.I, v. 15) e ci s'ha viste s'ha viste.

Disciadisce

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Re: DIALETTO BARESE E DINTORNI: NOTIZIE, CURIOSITA', INFORMAZIONI ED ALTRO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ago 25, 2009 10:01 am


Cari amici,

se mi consentite, state un po’ esagerando con le vostre argomentazioni che mi sembrano più provocazioni che altro, soprattutto quelle di Disciadisce. Non tocca a me intervenire sulla questione, dovrebbe farlo l’Admin, ma poiché Disciadisce e Cutino richiamano il «presunto “vergognoso spettacolo”», (sottolineo che nel mio testo è virgolettato solo spettacolo), da me denunciato, del quale sono stato anch'io testimone, va detto che lo stesso fatto è stato e censurato dallo stesso Cutino che testualmente scriveva «… ha turbato, momentaneamente, il sereno e costruttivo svolgimento dei Lavori del Seminario di Studio e di Approfondimento sul Dialetto Barese». Questo è stato anche uno dei motivi del mio allontanamento dal Seminario. Infatti la presenza di qualche disturbatore e provocatore, più che collaboratore, adombra non poco il meritorio lavoro del Seminario e di quasi tutti i componenti.


Ricordo poi a Cutino che in data 18 marzo 2009, il signor Sergio Guglielmi scriveva, tra l’altro,:

«… il sottoscritto Sergio Guglielmi, anche a nome dell’associazione Mondo antico e tempi moderni, della quale occupa il ruolo di Segretario, intende interrompere la collaborazione con questo Forum, se non interverranno elementi chiarificatori dettati da serie motivazioni e dal rispetto verso le regole di ogni luogo di discussione, dove per prima sopravvalga su tutto la buona educazione e il rispetto reciproco...».

E questa fu la mia risposta: «Per quanto riguarda poi il suo avvertimento (?) di interrompere la collaborazione con il Forum da parte dell’Associazione Mondo Antico e Tempi Moderni, questa fa proprio ridere i polli, poiché la decisione spetta al Consiglio Direttivo e/o al presidente dell’Associazione, non certamente a lei che è solo un componente (anche questo è arrogarsi diritti che non le spettano)». Polito 19 marzo 2009
Oggi leggo: «La presenza dell’Associazione su Comanacosaellalde, frattanto, si limiterà ai soli Comunicati Stampa delle Convocazioni e alla diffusione dei Verbali delle Assemblee del Seminario di Studio ed Approfondimento sul Dialetto Barese». Cutino 24 agosto 2009

Allora mi viene da chiedere quante volte volete interrompere la collaborazione? Chi decide nella vostra Associazione? Chi prima si alza?
Un cordiale saluto a tutti

Vittorio Polito

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INTERVENTO DI ANGELO TEDONE SUL DIALETTO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ago 26, 2009 10:54 am


DA LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 26 AGOSTO, PAG. 16



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DA LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 29 AGOSTO 2009, PAG. 16

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Ago 29, 2009 11:34 am


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DA LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DEL 30 AGOSTO 2009, PAG. 21

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Ago 30, 2009 8:45 am




NON SI PUO' CHE ESSERE D'ACCORDO CON CAMILLERI

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