DIALETTO BARESE E DINTORNI: NOTIZIE, APPUNTAMENTI, INFORMAZIONI, NOVITÀ ED ALTRO

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LA VOLPE E L'UVA OVVERO "L'INVIDIATO MANGIA PANE E L'INVIDIOSO MUORE DI FAME"

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Giu 16, 2014 6:56 pm

«L’INVIDIA È UN SENTIMENTO CHE SI RIVOLGE ANCHE CONTRO LA PERSONA CHE LO PROVA: COME UNA MALATTIA TOGLIE PACE, SALUTE E SONNO, E ANCHE QUANDO OTTIENE SODDISFAZIONE NON ARRECA NESSUN UTILE, NESSUN VANTAGGIO».
«INVIDIARE È LAVORO DA DISPERATI. RENDE MESCHINA L’ESISTENZA, INFELICE LA PERSONA E CHI LE STA ACCANTO, GRIGIA LA VITA E SENZA GIOIA».
«L’INVIDIATO MANGIA PANE E L’INVIDIOSO MUORE DI FAME»

*   *   *   *   *

Dal volume di Franca Fabris Angelillo “Nuove poesie baresi con Le Favole di Fedro – veldàte a la barése” (Levante Editori) riporto la favola

LA VOLPE E L’UVA
Na volpe, ca tenève fame,
zembàve che tutte le forze so
sope a na vigna iàlde
cercanne de pegghià l’uve.
Ma non arrevàve a tecquàlle.
Ndramènde s’allendanàve decì
“Non iè matùre; non la vogghie acèrbe”.

Chidde ca desprèzzene ciò ca no
mbòdne fa, honna penzà ca cusse esèmbie iè pe llore.


L’INVIDIOSO? È IL CARNEFICE DI SE STESSO

http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/i%20sette%20peccati%20capitali.htm

INVIDIA: Quel sentimento doloroso, figlio della frustrazione
di Guglielmo Borghetti *

«Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per importanza? Perché devo subire la sua superiorità?» Così s’interroga Nicolaj Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928) di Jurij Olesa, scrittore sovietico, meditando rancore sul suo nemico personale Babicev, che rappresenta ai suoi occhi un concentrato di negatività assolute.
Come tutti i vizi capitali l’invidia è antica come l’uomo; a differenza della superbia, della gola della lussuria, l’invidia è forse l’unico vizio che non procura piacere; evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi e crescere ha bisogno del riconoscimento; quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che permette a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella demolizione dell’altro; oltre ad essere un vizio è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi impedendo la caduta del proprio valore svalutando l’altro; questa è la strategia dell’invidioso: svalutare le persone percepite come «migliori» di sé non solo in pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato invidiato considerato colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia l’invidiante. Non confondiamo invidia e gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la seconda è la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho; l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro; l’invidioso «è un carnefice di se stesso» (S. Pier Crisologo) e di chi gli è vicino.
Nella società della competizione, del successo e della nuova ricchezza l’invidia cresce a dismisura, è proporzionale all’esibizione esagerata di pochi contro il disagio e la delusione di molti. Il sociologo Paolo De Nardis parla dell’invidia nel suo L’Invidia. Un rompicapo per le scienze sociali (2000) e avanza l’interrogativo se l’invidia non sia un peccato capitale della nostra società: così Helmut Schoeck nel suo L’invidia e la società (1974) dimostra che l’invidia è uno dei più importanti motori sociali sia nelle società comuniste, sia in quelle capitalistiche e c’è anche chi annota che l’invidia è stata considerata una pecca della democrazia già dal mondo greco, dalle Vespe di Aristofane fino alle acute analisi di Tocqueville. In una società in cui tutti sono uguali ci si chiede perché tizio è più ricco o più famoso di me. Anche per F. Nietzsche è tipico di tutti i movimenti egualitari - cristianesimo, socialismo, democrazia -, avere uno spirito gregario: il gregge si difende odiando e invidiando chi sta sopra e sostiene che l’inferno è un’invenzione dei cristiani che si trovano al fondo della classe sociale. Nelle società in cui la disuguaglianza è assunta come un dato naturale si è indotti ad accettare più facilmente la supremazia dell’altro e a tollerare il proprio limite. Mentre nelle società dove la disuguaglianza è ritenuta innaturale o prodotto dell’iniquità sociale, l’invidia veste i panni della virtù e si trasforma in istanza di giustizia.

L’invidia è un sentimento che non sopporta il limite naturale in forza di una pressione sociale, perché è la società a decidere il valore degli individui, e nella società contemporanea il criterio di decisione è il successo. Il sentirsi limitati e impotenti ha un carattere costitutivamente relazionale nel senso che dipende dalle relazioni sociali attraverso cui passa il riconoscimento individuale; quando la società fa mancare il riconoscimento produce la metamorfosi dell’impotenza in invidia e aumenta al suo interno la circolazione di questo sentimento che impoverisce il mondo senza riuscire a valorizzare chi lo prova; è proprio questa la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento e a non lasciarlo mai trasparire perché altrimenti darebbe a vedere la sua impotenza, la sua inferiorità e la sua sofferenza.
L’invidia in questa prospettiva oltre un vizio capitale è un indotto sociale, e, fatta salva l’istanza di giustizia che può promuovere, è un sentimento «inutile» perché non approda alla valorizzazione di sé, «doloroso» perché rabbuia e impoverisce il mondo e per giunta è un sentimento da tenere «nascosto» senza neppure il conforto che può venire dal parlarne con qualcuno; pochissimi, infatti, parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé; parlare della persona che si invidia e spiegare il perché significa parlare della parte più profonda di se stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in noi stessi.
Nel libro della Sapienza si ricorda che «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap. 2,24); il testo sacro collega il limite dell’umanità ad un peccato d’invidia e Satana è l’invidioso per eccellenza. Percorrendo la Sacra Scrittura emerge un filo sapienzale, da Caino a Saul che mostra come l’invidia nasca dalla grandezza dell’altro non accolta e diventata elemento di confronto e rivela un senso di sconfitta. Chesterton dice che l’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione. Uno sguardo purificato aiuta a cogliere il valore delle cose, la loro intima bellezza e non riduce tutto all’oggetto da catturare e possedere ad ogni costo.
Don Guglielmo Borghetti è Preside dello Studio Teologico Interdiocesano «Mons. E. Bartoletti» di Camaiore. È docente di antropologia filosofica ed etica e di psicologia della religione.

PE MMÒ
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DAL CARNET DEL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO DI OGGI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Ven Giu 20, 2014 9:23 am



20  Giugno  2014

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PRESENTATO ALL'UNVERSITA DI BARI "SAN NICOLA, IL DIALETTO BARESE E.." DI VITTORIO POLITO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Giu 21, 2014 10:40 am


Un aspetto dell'Aula Magna                                                          La prof.ssa Anna Maria Di Terlizzi illustra la sua opera

 
L'intervento di Vittorio Polito                                                                 La prof.ssa Di Terlizzi  e Vittorio Polito mostrano l'opera

 
                  Il dott. Nico Veneziani                                                         La prof.ssa Achiropita Lepera porge il saluto del Rettore

 
Ancora il saluto della prof.ssa Achiropita Lepera                                   Il secondo l'intervento di Polito

 
la prof.ssa Rosa Lettini Triggiani                                                                                Felice Alloggio

 


 
                                                                                         
LE IMMAGINI SONO DI ROSARIO DE GAETANO CHE RINGRAZIO.
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PRESENTATO "SAN NICOLA IL DIALETTO BARESE E...". GRAZIE!

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Giu 23, 2014 2:58 pm

GRAZIE!

Grazie a tutti ed a San Nicola che nonostante l'imminenza della partita (anche se finita male per noi), ha consentito che la presentazione del mio libro “San Nicola, il dialetto barese e...” si svolgesse nella sua completezza.

In particolare ringrazio il Magnifico Rettore, Antonio F. Uricchio, la prof.ssa Achiropita Lepera, Nico Veneziani, Anna Maria Di Terlizzi, Rosa Lettini Triggiani, Felice Alloggio, lo staff della Segreteria del Rettorato, in particolare la signora Caterina Fortunato per la sua cortese assistenza, Gianni Liano dell’Ufficio Area Comunicazione, Rosario De Gaetano per le foto e le riprese.

Un cordiale saluto ed un ringraziamento a tutti coloro che hanno in qualche modo contribuito alla riuscita dell'evento ed al numeroso pubblico che ha affollato la bellissima Aula Magna del nostro Ateneo. Grazie a padre Lorenzo Lorusso per il suo messaggio, al direttore di Telenorba, Enzo Magistà, che ha disposto il servizio TV sul TG24. Grazie alle colleghe Guglielmina Logroscino,  che mi ha intervistato, a Donatella Azzone che ha presentato l'evento, all’Editore Levante rappresentato dalla dott.ssa Angela Lopez Cavalli.

Mi spiace per l’assenza del prof. Petrocelli, impedito dalla sua afonia, ma non mancherà l'occasione per recuperare la sua autorevole e, se mi consente, amichevole partecipazione in un prossimo evento.

Un grazie al numeroso pubblico, ai poeti, agli autori presenti, agli amici, i quali tutti hanno coronato il successo del pomeriggio culturale.

Vittorio Polito  

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TG NORBA 24 DEL 20 GIUGNO 2014

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Giu 25, 2014 5:04 am

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SAN NICOLA, IL DIALETTO BARESE E...

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Lug 02, 2014 5:06 pm

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OMAGGIO ALLE DONNE BARESI

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Lug 15, 2014 4:42 pm

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INSEGNARE DIALETTO A SCUOLA? NO GRAZIE!

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Lug 31, 2014 5:36 am

http://www.giornaledipuglia.com/2014/07/insegnare-dialetto-scuola-no-grazie.html


mercoledì 30 luglio 2014
Insegnare dialetto a scuola? No grazie!


di Vittorio Polito

«Insegnare il dialetto a scuola? Mi pare una sciocchezza colossale». Non usa mezzi termini l’assessore alla scuola Marco Raccagna di Imola nel dire ciò che pensa dell’idea leghista di introdurre in classe lo studio del dialetto. Per l’amministratore comunale non è in discussione il fatto che il dialetto rappresenti un aspetto della cultura popolare da salvaguardare, «ma altra cosa è introdurlo nelle scuole per legge. È fondamentale legare le scuole al proprio territorio e tener viva la memoria delle tradizioni locali».
Sulla stessa lunghezza d’onda è il parere di altro amministratore siciliano, Alessandro Patanè, «Il dialetto non è certo una lingua di cui vergognarsi, ma neanche da insegnare a scuola. Piuttosto prevediamo lezioni di educazione. Le buone maniere, quelle sì che stanno davvero scomparendo». Mentre un dirigente scolastico commenta: L’importante, a mio parere, è comunque non ridurre il numero di ore da dedicare alle discipline letterarie per inserire un’altra materia. Certo, una maggiore consapevolezza dell’interazione tra parlata spontanea e italiano può essere d’aiuto. Ma che il dialetto possa servire realmente a imparare la lingua madre mi pare difficile». Davide Gervasi de “Il Giorno di Legnano” scrive senza mezzi termini che «L’idea suscita scarso entusiasmo: Abbiamo una grande lingua, l’italiano, che viene spesso insegnata poco e male».
Al di là di quanto sopra, “Il Giornale di Letterefilosofia.it”  ha chiesto a qualificati linguisti, in seguito alla proposta della Lega di qualche anno fa di insegnare il dialetto nelle scuole, attraverso un’intervista di Silvia Micheli e Violetta Torregiani, il loro parere sull’argomento ottenendo opinioni quasi uniformi sulla negatività di tale proposta. I docenti interpellati, tutti dell’Università “La Sapienza” di Roma, sono: Luca Serianni  docente di “Linguistica italiana” e “Metodi e problemi di storia della lingua italiana”; Matteo Motolese, docente di “Questioni di storia della lingua italiana” e Ugo Vignuzzi docente di “Dialettologia italiana e didattica dell’italiano e sociolinguistica”.
Le risposte sono state le seguenti:
Prof. Luca Serianni: «L’estate scorsa, la Lega, per ragioni di visibilità, aveva proposto l’insegnamento dei dialetti nelle scuole, ma poi l’ipotesi era decaduta. Ovviamente si tratta di una strada non percorribile: si può insegnare una lingua, ma non un dialetto, che non ha alcuna omogeneità. Persino in regioni come il Veneto e la Campania, regioni con una forte connotazione dialettale, non ce n’è uno che si sia imposto. Così accade nelle grandi città, si pensi a Roma o a Milano, dove ormai i dialetti non esistono quasi più: esistono solo un accento romano e uno milanese. Inoltre non bisogna dimenticare i limiti intrinseci nel dialetto: il poeta Raffaello Baldini diceva che “in dialetto si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio”: un ambito quindi, solo familiare e affettivo, non adatto per contenuti di un certo livello intellettuale. A scuola si dovrebbe dare più importanza alla lingua in sé: soprattutto per dominarne i vari registri».
Prof. Matteo Motolese: «In linea generale, un’attenzione verso i dialetti può essere anche positiva. Ma ogni proposta di integrazione del programma scolastico deve tenere conto del fatto che il numero di ore da dedicare alle materie letterarie non è infinito. Se si aggiunge qualcosa, bisogna avere chiaro dove si toglie. Personalmente troverei sbagliato ridurre le ore di italiano per inserire un’ora di dialetto; sarebbe un passo indietro invece che un passo avanti, da tanti punti di vista. Non è solo una questione di lingua, ma più ampiamente di orizzonte, di cultura. Certo, in alcune zone, una maggiore consapevolezza dell’interazione tra parlata spontanea e italiano può essere d’aiuto. Ma che il dialetto possa essere realmente d’aiuto per imparare meglio l’italiano mi pare difficile. In ogni caso, non mi sembra che l’attenzione attuale nei confronti dei dialetti nasca da un’esigenza pedagogica; mi pare più un’esigenza politica».
Prof. Ugo Vignuzzi: «Monaci diceva che “bisogna partire da una buona conoscenza del dialetto per arrivare alla lingua”. In realtà non è possibile perché oggi i ragazzi non parlano più il dialetto ma, al massimo, una sorta di “giovanilese”. È necessario invece portare alla parità tutti gli italofoni per permettere loro di esprimersi e di comprendere tutti i testi scritti. Sarebbe difficile studiare il dialetto in chiave linguistica perché siamo in un contesto di neodialettalità (definizione di Mengaldo) basti pensare a De André, al grammelot di Fo (o al De Filippo della traduzione della “Tempesta” in napoletano del ’600), il dialetto non è usato perché è parlato ma hanno scritto nel dialetto del passato, che hanno studiato sui libri. Si può e si deve invece utilizzare la cultura locale per comprendere come si sia creato il contatto dialetto-lingua nazionale e quali siano i rapporti che intercorrono tra le varietà dei dialetti.
L’insegnamento deve dare la capacità di esprimersi diversamente tra scritto e parlato. La lingua italiana è umanistica, aristocratica e intellettuale. Bisognerebbe dare a tutti gli strati sociali il possesso di una lingua italiana alta; il mio sogno è che tutti imparino ad utilizzare il congiuntivo in modo corretto!».
Pertanto, alla luce di quanto sopra, il dialetto nelle scuole è quasi impossibile da insegnare per una svariata serie di motivi: mancanza di conoscenza dei dialetti da parte dei docenti, mancanza delle ore disponibili, difficoltà di insegnare i dialetti a studenti, ormai di varie etnie, l’assoluta mancanza di grammatiche valide per tutti i dialetti del territorio nazionale (pensate oltre 8 mila Comuni con un numero infinito di dialetti, come di può notare nella immagine), per cui coloro che si ostinano a prospettare l’insegnamento dei dialetti nelle scuole, consigliano una strada sbagliata, notevolmente accidentata e difficilissima da percorrere.
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INSEGNARE DIALETTO A SCUOLA? NO GRAZIE!

Messaggio  felice.alloggio il Gio Lug 31, 2014 9:25 am

SONO ORMAI SEI ANNI CHE FREQUENTO LE SCUOLE ELEMENTARI E MEDIE PER PORTARE A CONOSCENZA DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI I GIOCHI DI STRADA, HO PARLATO DEI GIOCHI IN DIALETTO CON OLTRE TREMILA RAGAZZI, MA MAI MI SONO SOGNATO DI PARLARE DI ALFABETO, ACCENTI, VERBI, ETC..., PERCHE' HO MATURATO LA CONVINZIONE CHE NON ESISTE UNA GRAMMATICA DEL DIALETTO BARESE E NON LA SI PUO' CREARE CONVENZIONALMENTE.  INOLTRE IL FATTO  CHE PER PARLARE E SCRIVERE IN DIALETTO BARESE SI DEBBANO PRENDERE PER BASE LE REGOLE DELLA GRAMMATICA ITALIANA E' UN ASSURDO. LE COSIDDETTE GRAMMATICHE DIALETTALI BARESI IN COMMERCIO SONO NON GRAMMATICHE PERCHE' NON CODIFICATE, NE' CODIFICABILI, COME E' AVVENUTO PER LA GRAMMATICA ITALIANA LE CUI FASI DI CODIFICAZIONE HANNO ATTRAVERSATO DIVERSI SECOLI A PARTIRE DALLA QUATTROCENTESCA GRAMMATICHETTA DI LEON BATTISTA ALBERTI, FINO A GIUNGERE ALLE RECENTI ED INNOVATIVE GRAMMATICHE DI OGGI. C'E' DA CONSTATARE SOLO LA BUONA VOLONTA' DI TALUNI, IL SOTTOSCRITTO COMPRESO,  CHE IN PASSATO SI SONO IMPEGNATI AD UNIFORMARE LA SCRITTURA DIALETTALE BARESE CON SCARSO SUCCESSO VISTO CHE, PER ESEMPIO, LA FATIDICA FRASE: "IO SONO DI BARI" TALUNI LA SCRIVONO: "jì sò de Bare", ALTRI LA SCRIVONO "iì sò de Bbare" MENTRE LA SI PUO' SCRIVERE ANCHE IN ALTRI MODI SENZA CHE NESSUNO, OGGI, POSSA ALZARSI E DIRE O DIMOSTRARE CHE E' SBAGLIATO, PROPRIO PER L'ASSENZA DI UNA GRAMMATICA DIALETTALE BARESE SCIENTIFICAMENTE VALIDA SULLA QUALE UNA QUALSIASI DISPUTA GIUIRIDICO-LETTERALE POSSA ESSERE RISOLTA.
Felice Alloggio


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RE: INSEGNARE DIALETTO A SCUOLA? NO GRAZIE!

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Lug 31, 2014 2:48 pm

C O N D I V I D O
TOTALMENTE QUANTO SCRIVE FELICE ALLOGGIO.
SI DICONO TANTE CHIACCHIERE CHE NON SERVONO A NULLA. LO SCOPO E' SOLO ED ESCLUSIVAMENTE QUELLO DI APPARIRE, DAL MOMENTO CHE E' PALESE CHE LA MAGGIOR PARTE DI POETI E SCRITTORI IN DIALETTO BARESE SI REGOLANO TUTTI ALLA STESSA MANIERA, CONTINUANDO A SCRIVERE COME GLI PARE E PIACE, IGNORANDO COLORO CHE, SENZA AVERNE I TITOLI, TENTANO DI SALIRE IN CATTEDRA, CADENDO SEMPRE MALDESTRAMENTE.






Ultima modifica di Vittorio E. Polito il Mar Ago 05, 2014 4:53 pm, modificato 1 volta
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LA BIBBIA, I DIALETTI ZINGARESCHI E QUELLO BARESE

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mar Ago 05, 2014 4:43 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/la-bibbia-i-dialetti-zingareschi-e.html



martedì 5 agosto 2014

La Bibbia, i dialetti zingareschi e quello barese




di Vittorio Polito


Il Concilio Vaticano II ha incoraggiato l’uso delle varie lingue sia per la Sacra Scrittura che per la Liturgia. «La Chiesa – leggiamo nella “Gaudium et Spes” (la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo) - fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli». Spetta specialmente agli operatori pastorali tendere verso un più efficace annuncio della Parola, servendosi appunto della lingua e dei mezzi adatti alle necessità dei destinatari del messaggio della salvezza, per far comprendere loro più profondamente i sacramenti, i riti e le celebrazioni.
Monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, a proposito di Bibbia e testi liturgici nella Pastorale per gli zingari, in seguito ad una inchiesta sull’argomento, ha parlato anche dei dialetti zingari, l’uso dei quali va modificandosi in seguito alla perdita ed alla standardizzazione. Molti gruppi, ormai sedentarizzati, hanno perso nel corso dei secoli la loro lingua originale adottando una sorta di gergo “zingarico” innestato su strutture della lingua del Paese ospitante. In molti casi c’è anche l’obbligo di usare la lingua della maggioranza della popolazione. Motivo per cui gli operatori pastorali si trovano di fronte ad una molteplicità di lingue o di dialetti che li pone davanti a una scelta difficile: quale lingua utilizzare? In sostanza essi rimangono convinti che sia necessario impartire la catechesi in una lingua comprensibile, e che occorra spiegare la Sacra Scrittura in una lingua parlata.
In Ungheria si identificano quattro gruppi linguistici, con 17 dialetti con un vocabolario molto ridotto. Al posto di quelle mancanti si usano termini ungheresi. In questa varietà sembra che il ‘lovari’ (il dialetto che utilizza un sottogruppo del popolo Rom), sia lo strumento di comunicazione più comune. In Germania, la traduzione dei testi biblici e liturgici in lingua zingara sarebbe un’iniziativa difficile perché esistono ben 25 dialetti, totalmente diversi uno dall’altro. In Olanda vivono circa 36.000 Travellers (viaggianti) olandesi che parlano la lingua comune, cioè l’olandese, anche in Chiesa. I Rom cattolici e ortodossi, circa 4.000, parlano anch’essi l’olandese. Soltanto i Sinti olandesi, quasi 4.000, parlano il romanes (una lingua indoeuropea), che è rimasto però soltanto a livello di lingua parlata, e come tale viene usato anche nella Liturgia durante i loro pellegrinaggi. Normalmente, pure in chiesa, usano però l’olandese.
Negli Stati Uniti d’America la lingua principale dei discendenti degli Zingari Cattolici immigranti è l’inglese. Essi sono arrivati in America dai Paesi dell’attuale Europa Centrale, nella seconda metà del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo. La American Bible Society (ABS), organizzazione Protestante con sede a New York, è molto coinvolta comunque nella pubblicazione della Bibbia in varie lingue. Nel 1998, la ABS ha allargato i suoi servizi anche ai Cattolici, ma non vi è stata traduzione biblica in lingua zingara. Allora gli Zingari che non trovano i testi della Bibbia o liturgici nella propria lingua, li richiedono ai Paesi di origine.
Alla Chiesa cattolica in Romania appartengono fedeli zingari di lingua rumena e ungherese. Le celebrazioni, per loro, si svolgono in rito latino e greco-cattolico, in uno degli idiomi citati. In Transilvania, gli Zingari che fanno parte di alcune comunità parrocchiali, partecipano alle celebrazioni in uno dei due riti con relativa lingua. Non si celebra dunque la Messa in lingua zingara. In Serbia e Montenegro gli Zingari delle varie parrocchie sono assistiti pastoralmente in serbo, croato, ungherese e slovacco. In Croazia gli Zingari si trovano nella stessa situazione, partecipano cioè alla Liturgia nelle chiese del luogo e frequentano il catechismo insieme con la gente locale.
In Svizzera si lavora soprattutto con gli Zingari appartenenti al gruppo Jennisch, i quali non parlano più la loro lingua ma usano il francese o il tedesco. Non esistono pertanto traduzioni. Vi è stato comunque un tentativo di un membro Jennisch della Cappellania per gli Zingari di tradurre il Vangelo in tale lingua, incontrando grosse difficoltà a causa della scarsa conoscenza di quella originale, nonché della povertà del suo vocabolario. La lingua usata dalla popolazione zingara portoghese è il ‘caló’ (anche questo un idioma indoeuropeo che utilizza la lingua spagnola frammisto a elementi lessicali arabi), ma essa non ha una forma sistematica, consiste piuttosto in poche parole ed espressioni. Non vi sono, pertanto, traduzioni dei testi biblici e liturgici.
La Costituzione pastorale sulla Chiesa ricorda che «È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta».
E in Italia che si fa? Molti si sono attivati a tradurre in vari dialetti (siciliano, napoletano, calabrese, romagnolo, leccese, abruzzese, barese), alcune preghiere, le più comuni, come ad esempio, il tascabile di chi scrive e di Rosa Lettini Triggiani dal titolo “Pregáme a la Barése – Preghiamo in dialetto barese” (Levante Editori). In sostanza sono state tradotte nell’idioma barese le preghiere di tutti i giorni: dal segno della croce al Padre nostro, all’Ave Maria, ad alcune preghiere a San Nicola, San Pio, Sant’Antonio, inclusi il Credo, i Dieci comandamenti ed il Cantico delle creature di San Francesco, ecc. Insomma un contributo finalizzato ad ampliare le pubblicazioni, sia del panorama religioso che di quello dialettale nostrano. Infine, e non per ultimo, mi piace citare anche la brillante idea del poeta dialettale barese Luigi Canonico, che ha tradotto i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni (U Vangèle chendate da le quatte vangeliste: Matté, Marche, Luche e Giuanne, veldate a la barése – Pressup Editore). Un’ardua e complessa opera, dal momento che ha tradotto in un’altra lingua, il barese, senza regole condivise, quanto scritto sulla vita di Gesù. Ed a proposito di regole condivise mi piace ricordare agli “addetti ai lavori” che nulla si porta a termine con l’egoismo, l’arroganza e la discordia.


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LA BIBBIA, I DIALETTI ZINGARESCHI E QUELLO BARESE

Messaggio  felice.alloggio il Mar Ago 05, 2014 5:49 pm

All'inizio la Chiesa per meglio affermare l'idea teologica di un Dio trascendentale, spirituale e invisibile indusse i cristiani a non ammettere la rappresentazione iconografica (dipinti, sculture, etc.) di Dio, come del resto era scritto nell'Antico Testamento. Questo perché a tutti Dio doveva essere pensato e rimanere entità INVISIBILE.  
  Solamente a partite dal 787 d.C. con il Concilio di Nicea si decretò che fosse lecito dipingere e scolpire l'immagine di Dio, e Gesù Cristo purché attraverso questa iconografia rimanesse intatto il concetto di Dio Invisibile.
  Da allora sono passati oltre 1200 anni e oggi le immagini di Dio le vediamo persino su FACEBOOK, così come i testi sacri li vediamo scritti anche in dialetto barese.
   Fermo restando l'autenticità religiosa ed etica degli autori che si sono dedicati e si dedicano a tali trascrizioni dialettali, non si può non dedurre che queste operazioni - assolutamente consentite dalla Chiesa che in alcuni casi ne cura anche le prefazioni, così come ad esempio altre azioni che la Chiesa pone in essere come la moltiplicazione dei santi e beati (è in lista d'attesa Aldo Moro) - rientrano nella politica relativa alla propaganda religiosa cattolica oggi più che mai avvertita dal VATICANO e dalla CEI come assolutamente indispensabili.
   Felice Alloggio
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"U MUNNE NEVE" DI DAVIDE LOPEZ

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Ago 17, 2014 10:14 am

http://www.giornaledipuglia.com/2014/08/il-mondo-nuovo-di-davide-lopez-ieri.html



domenica 17 agosto 2014

Il mondo nuovo di Davide Lopez: ieri come oggi?



di Vittorio Polito

Il notevole poeta barese Davide Lopez (1867-1953), avvocato, amministratore e dialettologo, considerato, in ordine di merito, il secondo poeta dialettale dopo Francesco Saverio Abbrescia (1813-1852), ha il merito di aver dato alla poesia barese carattere più universale, rendendola più comprensibile e aristocratica. Autore di vari volumi: “Canti baresi” (1915), “Nuovi canti baresi” (1930), “Biblioteca Consorziale Sagarriga Visconti. Un decennio di amministrazione 1928-1938” (1938), “La Puglia agli albori della civiltà” (1952), “La voce e le forme dell’idioma barese” (fonologia e morfologia (1952), ecc., Lopez fu consigliere comunale e Amministratore della Biblioteca Sagarriga Visconti (oggi Biblioteca Nazionale di Bari).

«Lopez - scrive Pasquale Sorrenti nel suo libro “I Baresi” (Tipolitografia Mare, Bari 1980) - … è comunque un ‘barese’ di primo piano, un uomo che sta alla città come la campagna al contadino…».

Nel suo volume “Canti baresi” (Arnaldo Forni editore, ristampa dell’edizione Laterza del 1915), si legge, tra le altre, la poesia dedicata al mondo nuovo “U munne neve”, in cui è evidente la delusione storica e la bassezza morale dell’Italia dell’epoca, che per certi versi è sovrapponibile a quella di oggi. Infatti si parla dell’accoglienza a braccia aperte dei briganti, delle tasse, della sistemazione ai posti di comando di uomini da poco, chiama santi i ladri della Patria.

Insomma una foto dell’Italia di ieri che si adatterebbe molto bene a quella di oggi. Riporto la prima parte del testo della poesia ripresa dal volume originale di Lopez e la traduzione della stessa pubblicata sul volume “Parnaso di Puglia nel ’900” di Michele Dell’Aquila (Mario Adda Editore, 1983), nella quale ben si evidenzia la possibile sovrapposizione dei due periodi storici.

U MUNNE NEVE*   
di Davide Lopez

A jere si rideve e si chjangeve,
Ma josce non zi mange e non zi beve;

A jere chemannave ’nu bribbande,
Ma josce stame ’mmane a le brigande…

A jere ci parlave ere arrestate,
Ma josce ci non bache jè spegghjate;

A jere che tre Jeffe ere la ’mbrese,
Ma josce che tre Pe l’honne distese.

La facce de la terre s’ha veldate,
U munne neve u vecchje ave scacciate;

Ave scacciate tutte, finghe u bene,
E ngi ave date ’ngambie tasse e pene!

U munne neve è care e jè criuse,
Fasce salì ’ngartedde le mueruuse;

Accogghje a vrazze apierte le brigande,
Le laddre de la Paddrie chjame sande;

Ci tene sale ’ngape ’mbiette core,
Afflitte cambe e disperate more!

Dassuse cingheciende bergeniedde
N’honne spilate come a le gardiedde.

Evvive a cusse munne! sembe ’nnande!
Avim’a corre a passe de giagande!

Viv’a la libertà, viv’a l’Itagghje!
Mmò sime pissce e prime erme fraghagghje!

[…]

* Da notare l’ampio uso della lettera J che qualcuno vorrebbe eliminare dall’alfabeto del dialetto barese (?).

«Ieri si rideva e si piangeva, ma oggi non si mangia e non si beve; ieri comandava un birbante, ma oggi siamo in mano ai briganti… Ieri chi parlava era arrestato, ma oggi chi non paga è spogliato. Ieri con tre F (festa, farina forca) era l’impresa, ma oggi con tre P (patria, popolo, progresso) l’hanno distesa. La faccia della terra s’è girata, il mondo nuovo ha scacciato il vecchio; ha scacciato tutto perfino il bene, e ci ha dato in cambio tasse e pene! Il mondo nuovo è caro ed è curioso, fa salire in auge gli uomini dappoco. Accoglie a braccia aperte i briganti, i ladri della Patria chiama santi; chi ha sale in testa e cuore in petto, afflitto vive e disperato muore! Lassù (a Roma) cinquecento pulcinella ci hanno spennati come galletti. Viva questo mondo! Sempre avanti. Dobbiamo correre a passo di giganti! Viva la libertà! Viva l’Italia! Ora siamo pesci e prima eravamo pesciolini!». (da ‘U munne neve’).


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APPUNTAMENTO CON "TAVOLE MAGICHE" IL 3 OTTOBRE ALLA VALLISA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Set 03, 2014 9:11 am




La Compagnia Teatrale 'Tavole Magiche' presenta “Iècchie de Pèrle, ovvero Masque e Fèmmene ovvero 'L'amore alla barese'


di Vittorio Polito - Venerdì 3 ottobre alle ore 20,30, presso l’Auditorium Vallisa di Bari, la Compagnia Teatrale “Tavole Magiche”, già nota al pubblico per precedenti eventi, presenta lo spettacolo musicale «Iècchie de Pèrle, ovvero Masque e Fèmmene ovvero L'amore alla barese».

Lo spettacolo prende il nome da una delle poesie recitate che s'intitola “Iècchie de pèrle” (Occhi di perla) e si sviluppa tra recitazione e canzoni seguendo il filo conduttore dell’amore, del rapporto uomo-donna nei suoi diversi momenti: il corteggiamento, l’innamoramento, il fidanzamento, le nozze ma anche il tradimento, l’amore che finisce e così via. Il tutto esaltando una baresità “artisticamente nobile” attraverso le poesie e le canzoni dei più noti poeti e scrittori baresi (da Davide Lopez a Gaetano Savelli, da Vito De Fano a Vito Maurogiovanni ed altri ancora).

Le canzoni che saranno eseguite sono quelle presentate nelle manifestazioni della Piedigrotta barese degli anni Venti ed in altre manifestazioni canore. Sono autentici pezzi di arte poetica e musicale, alcuni dei quali ingiustamente poco conosciuti.

In scena Franco Minervini, Rocco Servodio e Elena Cascella come voci recitanti, la cantante Rosa Gusman con il chitarrista Enzo Latino e due ballerini.

Il ricavato sarà interamente devoluto a favore delle iniziative sociali de “Il carcere possibile onlus – Delegazione di Bari Giuseppe Castellaneta”

Infotel: 320.4306025 – 080.5749194 – 080.5270593

Versi di Davide Lopez, musica di Andrea Corsini.

Testo e musica ritrovati con ricerca personale della cantante Rosa Gusman e di Vincenzo Latino.
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ANCORA SULL'USO DELLA LETTERA J

Messaggio  Vittorio E. Polito il Dom Set 28, 2014 10:00 am

SCEGLIETE LIBERAMENTE L'USO DELLA LETTERA J, SENZA STARVI A PREOCCUPARE PIU' DI TANTO DEGLI INDIVIDUALISMI E DI CERTE POSIZIONI ASSUNTE DA QUALCUNO. L'IMPORTANTE E' CHE SODDISFI LE VOSTRE ESIGENZE DI SCRITTURA E DI LETTURA, TENENDO CONTO CHE LA MAGGIOR PARTE DEI DIALETTI E DEGLI AUTORI, NON SOLO CITATI, UTILIZZA REGOLARMENTE
LA LETTERA J.


















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PREMIO UIL-A.D.A. A VITTORIO POLITO PER LA POESIA "NONÒNNE" (GIORNALE DI PUGLIA)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Mer Ott 22, 2014 12:42 pm


Gli anziani? Una risorsa anche nella poesia vernacolare. I premiati al Concorso UIL-ADA.



di Vito Ferri - Si è svolta presso l’Hotel Excelsior di Bari la cerimonia di premiazione dei partecipanti al concorso di poesie in vernacolo pugliese e, organizzata dall’Unione Italiana Lavoratori Pensionati (UIL Puglia), in collaborazione con l’A.D.A. (Associazione di volontariato per i diritti degli anziani), presieduta dal dott. Rocco Matarozzo.

Sono ormai nove anni che la UIL organizza l’evento dedicato alla poesia nei vari dialetti della Puglia e l’iniziativa, oltre a conservare tutta la sua freschezza, vede ogni anno in crescita sia la partecipazione ed il consenso dei pensionati, che la qualità delle composizioni.
Per l’occasione è stata presentata la IX edizione 2013-2014 dell’Antologia “Il mio cuore, la mia terra, la mia vita” (Levante Editori), che raccoglie tutte le poesie presentate nei vari dialetti con relativa traduzione a fronte e che ogni anno sono sempre più numerose.

Rocco Matarozzo, segretario generale UIL Pensionati di Bari e di Puglia, che firma l’introduzione annota che «Scrivere una introduzione, significa avere la pretesa di prendere per mano il lettore e guidarlo per meglio capire un’opera. Pur nella continuità, anno dopo anno le poesie esprimono qualcosa di nuovo: sentimenti, gioie, dolori. Ricordi belli e brutti, ma anche sofferenze attuali, timori, speranze. E poi trovi insegnamenti, molti insegnamenti per la vita, esperienze vissute e consigli che o fanno bene al cuore o si rivelano, soprattutto per i più giovani, fondamentali per il pragmatico divenire quotidiano».

Il segretario generale della UIL pensionati, Romano Bellissima, scrive nella prefazione che «È molto importante realizzare iniziative che riportino l’attenzione sulle persone anziane, sulla loro condizione, sul loro vissuto e anche sulle loro capacità creative e immaginative. Gli anziani infatti non si preoccupano solo di se stessi, perché questa gravissima crisi li sta penalizzando e dimenticando, ma anche e soprattutto dei loro figli e nipoti».

Numerosi gli autori premiati tra i quali ricordiamo: Giovanni Palmarini di Lecce, primo premio per la poesia “Auschwitz (1949-1945): la tragedia ebrea; premio ex æquo Sezione Bari per le poesie “Tramònde” (Agostino Galati di Palo del colle) e “U Natale jiè de tùtte” (Michele Lucatuorto di Bitetto); sezione BAT assegnato a Sante Valentino di Roma per la poesia “N’angele”; sezione Brindisi a Lucia Delle Grottaglie di Mesagne per la poesia “Sctà chiovi”; sezione Foggia alla poesia “’U testèmènt” di Cesare d’Onofrio di Serracapriola; sezione Lecce alla poesia “Valentina” di Filippo Sabatiello di Bari; sezione Taranto alla poesia “Pescature notturne” di Michele Pulpito.

La Commissione ha assegnato anche due premi fuori concorso a Michele Caldarulo per “U sol’e cecàte” ed a Enzo Migliardi per “O Presedènde du conziglie Mattèe Rènze”.

Numerose le menzioni speciali assegnate e gli attestati di partecipazione consegnati ai tanti poeti presenti alla manifestazione.

Il Premio speciale del Coordinamento della A.D.A. (Associazioni di volontariato per i Diritti degli Anziani), è stato assegnato al nostro collaboratore-scrittore Vittorio Polito per “Nonònne” «Perché con la sua poesia ‘Il Nonno’ ha evidenziato il valore delle persone anziane, risorsa e non peso, nel rapporto tra generazioni: genitori, figli, nipoti. Una poesia che va assolutamente assaporata nel vernacolo perché la traduzione in italiano non fa rivivere le stesse emozioni».


Vittorio Polito

Nonònne  di Vittorio Polito              

Iére uagnongídde e stéve vecìne o brascíre
acchiàve nonònne chíne de penzíre
ca m’acchiamendàve sèmbe che tand’amóre
e che nu picche d’emozióne jind’o córe.

A chidde tímbe jinde a le càsere le mamme
crescèvene le figghie sènza dràmme
a la fatìche asselùte l’attàne se ne scèvene
e le nonònne le giornále lescèvene.

Jinde a tùtte le famìgghie de iósce
iè mbortànde de nonònne la vósce.
Che tande chenzìgglie chiàre e terciùte
lóre dónne la stràte a fìgghie e nepùte.

La famìgghie de iósce iè cangiàte,
megghíre e marìte sò scesciàte;
da le càsere se ne vònne fescènne
e a la fatìche la scernáte spènnene.

Acquànne la sére scabbuèscene
jinde a le càsere attùrne rezzuèscene.
Cìtte cìtte nesciùne u sàpe
ca tènene assá penzíre pe la càpe!

A le fìgghie l’aducazióne la dònne,
da la matìne a la sère, le nonònne.
Che tanda delgèzze e saggèzze
l’aiùdene a crèsce sènz’amarèzze.

A nonònne u serrìse de le nepùte
allàsse u córe de prísce e de vertùte,
e a le peccenìnne na dolgia carèzze
trasmètte amóre, affètte e securèzze.

Cange u munne e iè nu peccàte
acquànne jinde a la case non nge sta u fiàte
de nonònne c’agnéve u córe adásce adásce
d’amecìzie, de prísce e de tanda  pásce.


Il Nonno

Ero ragazzino e vicino al braciere
trovavo il nonno che pieno di pensieri
mi guardava sempre con tanto amore
e con un po’ d’emozione nel cuore.

A quei tempi nelle case le mamme
crescevano i figli senza drammi
al lavoro solo i padri se ne andavano
e i nonni i giornali leggevano.

In tutte le famiglie di oggi
è importante dei nonni la voce
che con consigli chiari e d’interesse
aprono la strada a figli e nipoti.

La famiglia di oggi è cambiata,
moglie e marito sono disordinati,
dalle case se ne vanno correndo
e in ufficio la giornata trascorrono.

Quando la sera smettono di lavorare
nella casa attorno girano e rigirano
e silenziosamente, nessuno lo sa,
hanno assai pensieri nella testa!

Ai figli l’educazione la danno
dal mattino alla sera i nonni
che con tanta dolcezza e saggezza
l’aiutano a crescere senza amarezze.

Ai nonni il sorriso dei nipoti
lascia il cuore pieno di virtù
e ai bambini una dolce carezza
trasmette amore, affetto e sicurezza.

Cambia il mondo ed è assai peccato quando
nella casa manca il conforto del nonno
che pian piano riempiva il cuore
d’amicizia, d’allegria e di tanta pace.

A questo punto un giornalista non può esimersi da alcune considerazioni che riguardano tutti: giovani e anziani.

Un uomo di grande spessore culturale, di cui non ricordo il cognome, ci ha lasciato questa frase: “La vecchiaia non è triste perché cessano le nostre gioie, ma perché cessano le nostre speranze”. Sperare di vincere un premio ad un concorso di poesia non può essere una speranza da coltivare con amore e passione? Io non sto parlando della bugia detta in silenzio che ci consente di vivere meglio perché sorretta dalla speranza, ma di quella speranza che, impegnando la nostra mente e il nostro cuore, consente che i pensionati siano non una risorsa per far crescere il PIL dal punto di vista economico, ma per ripristinare il loro diritto a vivere consapevoli di poter fare qualcosa di utile per loro stessi, la società, la famiglia. (I nipoti di Vittorio Polito saranno orgogliosi della poesia scritta dal nonno e tramanderanno ai loro figli e nipoti i volumi che la lungimiranza di Rocco Matarozzo ha ritenuto di stampare!).

Recentemente ad un incontro ‘culturale’ il relatore citando la frase di Oscar Wilde: “La tragedia della vecchiaia consiste non nel fatto di essere vecchi, ma in quello di sentirsi giovani”, ha criticato gli ‘anta’ che vogliono a tutti i costi sentirsi giovani, ossia fare le cose dei giovani. Ebbene coloro che hanno partecipato a questa iniziativa non sono anziani che si presentano in jeans stazzonati, capelli colorati e orecchino al naso, ma sono persone che non negando i loro anni e i loro acciacchi vogliono evitare di essere considerati ‘parassiti’, anzi con la dignità fisica che deriva dall’età e dall’esperienza cercano di invitare la ‘bella gioventù’ ad individuare i… veri parassiti.
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PREMIO UIL-A.D.A. A VITTORIO POLITO PER LA POESIA "NONÒNNE" (QUOTIDIANO DI BARI)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Gio Ott 23, 2014 5:43 am



23  OTTOBRE  2014  -  PAGINA 16


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PREMIO UIL-A.D.A. A VITTORIO POLITO PER LA POESIA "NONÒNNE" - (LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Ott 27, 2014 7:22 am


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LA VALLE D'ITRIA, IL DIALETTO ED IL WEB

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 01, 2014 4:06 pm

http://www.giornaledipuglia.com/2014/11/la-valle-ditria-il-dialetto-ed-il-web.html



sabato 1 novembre 2014

La Valle d’Itria, il dialetto ed il web


di Teresa Gentile -
Il lavoro dell’emittente valleditrialivechannel è stato ed è molto incisivo e illuminante. È volto a far comprendere come l’AMBIENTE della Valle d’Itria sia da rispettare e non inquinare. Allo stesso modo Valter Bagnardi ed Antonio Vinci non inquinano il loro sito web con pubblicità, diatribe politiche, incomprensioni, odio razziale, pseudo valori ma RIATTUALIZZANO competenze di vecchi mestieri per poter conservare integra l’identità dei luoghi della valle d’Itria (trulli pareti, piante caratteristiche, cibi genuini, ricotta forte, melograni, varietà di fichi, vitigni autoctoni, sagre processioni, tipicità, danze sull’aia, tavolate conviviali, talenti, mostre di pittura, concorsi di poesia, gemellaggi tra popoli, manifestazioni di danza o per inventori).

Danno giusta importanza al DIALETTO offrendo spazio a vari studiosi dall’ing. Marangi al prof. Solito, da Benvenuto Messia ai prof. Bellopede, Gianni Lenti, Vittorio Polito, ai poeti Cinzia Castellana, Giovanni Nardelli, Raffaele Caforio, Rosa Maria Vinci, Rosa Muraglia, Martino Antonio Fumarola ma nulla fanno per privilegiare una corrente di pensiero o l’altra e non impongono l’idea di proporre l’utilizzo del dialetto come lingua da insegnare nelle scuole (sarebbe impossibile farlo poiché i dialetti in valle d’Itria sono davvero molti, si sono intrecciati, rispondono a cadenze particolari, ed in Italia sono oltre 8000 con infinite varianti.

Grazie a loro abbiamo intuito che ogni dialetto sia un ambiente da rispettare, rispecchia tracce di storia da non dimenticare, è giacimento prezioso di valori, sedimentazione di conoscenze e saggezza, capacità di esprimere liberamente affetti, emozioni, preghiere, ricordi, creatività in modo libero e spontaneo come ci si esprime in famiglia senza oppressione di codici, regole ecc, poiché il dialetto è vivo, si trasmette oralmente, subisce contaminazioni, e come ogni lingua si evolve, trasforma, è soggetto a mutazioni fonetiche, creatività e condensa saggezza ed esperienza in proverbi, modi di dire e quindi è riscoperta di identità di popolo residente nella Valle d’Itria. Ogni loro ripresa è occasione preziosa per evidenziare e acuire quel BRICIOLO di bontà e possibilità di realizzare noi stessi ed essere felici che è presente in tutti noi sotto forma di talento. Anche i doberman sanno abituarsi ad esser meno violenti se vengono addestrati ad esser tali. Abituando i bambini in culla a trastullarsi con pistole diverranno violenti.

Con immagini di violenza, decapitazioni, terrore in telegiornali, documentari, rappresentazioni teatrali e persino in cartoni animati o insegnando i segreti su come meglio uccidere, inquinare terre e corsi d’acqua o violentare riuniti in branchi i più giovani non comprenderanno mai cosa voglia dire essere felici, essere amici, essere UOMINI simili ad eroi del quotidiano e non individui fragili, senza prospettive, oppressi da fantasmi e paure. Valter ed Antonio ad esempio mai hanno evidenziato la festa di Hallowen dei mostri e delle streghe poiché trasmette angosce e paure e contribuisce a rendere fragili ma privilegiano riprendere e trasmettere immagini di feste capaci di comunicare SPERANZA, forza vitale e luce positiva.

L’ambiente interiore facilmente è inquinato da energia negativa ma osservando i loro programmi si avvertono emozioni positive, si comprende cosa sia veramente importante nella vita, si recupera consapevolezza e serenità e per questo meritano il nostro incoraggiamento a perseverare ed il nostro GRAZIE per esser sempre attenti alla cultura, ai saperi, ai valori ed ai sapori della Valle d’Itria. Per tutto questo hanno meritato in breve tempo oltre un milione di contatti web.
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DA "LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO DELL'8 NOVEMBRE 2014

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 08, 2014 9:02 am

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PEESENTAZIONE LIBRO

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Nov 10, 2014 6:29 am

IL PROSSIMO 5 DICEMBRE ALLE ORE 20,30 PRESSO IL CIRCOLO UNIONE DI BARI, SARÀ PRESENTATO IL VOLUME
«SAN NICOLA, IL DIALETTO BARESE E...» (LEVANTE EDITORI)



SI ACCEDE PER INVITO
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DIALETTI O LINGUE?

Messaggio  Vittorio E. Polito il Sab Nov 15, 2014 3:31 pm

Roberta D'Alessandro
Professore presso LUCL - Linguistics in Leiden e Chair of Italian Language and Culture presso Università di Leida

La full immersion nella dialettologia italiana è giunta al termine. Che peccato! (BTW tutti ma proprio TUTTI i dialettologi presenti, da Loporcaro ad Avolio, hanno usato il termine dialetti. Nessuno ha usato lingue. Qualcuno ha usato varietà. E ci siamo capiti - anche e soprattutto considerando che si è parlato di fenomeni che con l'italiano e le altre lingue romanze non hanno niente a che fare). Pregansi tutti gli offesi da questa nota di astenersi dal commentare, perché questo è solo un racconto dei fatti che nessun commento irritato potrà cambiare.
La full immersion nella dialettologia italiana è giunta al termine. Che peccato! (BTW tutti ma proprio TUTTI i dialettologi presenti, da Loporcaro ad Avolio, hanno usato il termine dialetti. Nessuno ha usato lingue. Qualcuno ha usato varietà. E ci siamo capiti - anche e soprattutto considerando che si è parlato di fenomeni che con l'italiano e le altre lingue romanze non hanno niente a che fare). Pregansi tutti gli offesi da questa nota di astenersi dal commentare, perché questo è solo un racconto dei fatti che nessun commentoi irritato potrà cambiare.
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"SAN NICOLA, IL DIALETTO BARESE E..." GIRA ANCHE IN BASILICATA (FORENZA)

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Nov 17, 2014 7:22 pm

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"SAN NICOLA, IL DIALETTO BARESE E..." E TELENORBA

Messaggio  Vittorio E. Polito il Lun Nov 17, 2014 7:26 pm

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Re: DIALETTO BARESE E DINTORNI: NOTIZIE, APPUNTAMENTI, INFORMAZIONI, NOVITÀ ED ALTRO

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